di Ritangela Tomasicchio


Molte tele nascondono cancellature, correzioni, ripensamenti da parte del pittore. Oggi con le moderne tecnologie è possibile scoprire tutto ciò. Misteri ancora insoluti nasconde un’opera già citata in questo blog, nell’articolo sul rubino. Mi riferisco alla dama col liocorno (o unicorno) che Raffaello dipinse appena ventiduenne, durante il suo soggiorno a Firenze prima di partire per Roma.
Per la postura della dama, il quadro ricorda La dama con l’ermellino e la Gioconda, opere di Leonardo, anche se lo sguardo della dama di Raffaello è vigile e non ha il sorriso enigmatico e misterioso sia della Gioconda che della Dama con l’ermellino.

Nel 1916 Giulio Cantalamessa per primo riconobbe diverse ridipinture sul quadro di Raffaello che a quei tempi voleva rappresentare un’effigiata diversa, Santa Caterina d’Alessandria. Il quadro inoltre era in cattivissimo stato di conservazione. Soprattutto le mani, le maniche ed il mantello della dama appartenevano ad una mano pittorica diversa e successiva alla pittura originale. Il mantello copriva anche parte del paesaggio retrostante che raffigura colline, alberi frondosi e forse un lago, Il quadro, ripeto, non era proprio simile al soggetto che vediamo oggi, ma rappresentava Santa Caterina d’Alessandria. Il liocorno non compariva, inoltre tra le dita della mano destra della santa c’era la fronda di una palma e sotto la mano sinistra era rappresentata una ruota dentata simbolo del martirio della vergine.

I Borghese avevano tra i loro quadri raffigurazioni della santa a cui forse erano devoti, inoltre lo stesso Raffaello aveva dipinto in un quadro Santa Caterina d’Alessandria anch’esso conservato nella Galleria Borghese.
I critici pensarono che i particolari del martirio fossero stati aggiunti nella seconda metà del Cinquecento dal pittore Giovanni Antonio Sogliani oppure durante la controriforma nel XVII secolo da un ignoto pittore.
Nel contempo s’incominciò anche a dubitare dell’attribuzione dell’opera a Raffaello e si pensò al Perugino, maestro di Raffaello, al Ghirlandaio, ad Andrea del Sarto, ma con la scoperta del disegno preparatorio dell’opera che si trova al Louvre, venne riconfermata l’attribuzione a Raffaello.

Nel quadro la dama indossa la gamurra, un corpetto di seta, un piccolo diadema sui capelli e maniche estraibili. Così si vestivano le nobildonne fiorentine, possiamo assicurarcene anche vedendo il ritratto della Gravida sempre di Raffaello.

Col restauro del 1935 fu distrutto il supporto ligneo originale del quadro con la presunta immagine di Santa Caterina e la pellicola fu trasportata su tela applicata sopra una nuova tavola di compensato. Ci fu la rimozione a lama delle parti ridipinte che non si attribuivano a Raffaello. Allora venne riportato alla luce il liocorno.
Di conseguenza l’opera, di cui non si conosce il committente, poteva essere stata commissionata come ritratto nunziale, in quanto il pendente della dama, rispondente all’arte orafa fiorentina, era una promessa nunziale. Il rubino, racchiuso in una pesante montatura in oro smaltato con piccole foglie, simboleggiava la passione, la felicità e la prosperità e con lo zaffiro più piccolo (alcuni critici parlano di uno smeraldo, ma i più propendono per uno zaffiro) le virtù coniugali e la purezza della sposa. La perla scaramazza rappresentava la castità e la futura femminilità creativa, simbolo d’immacolata concezione e perciò di verginità. Inoltre le catenelle d’oro che reggono il pendente presentano un nodo, simbolo del nodo coniugale, mentre non ci sono anelli alle mani, perché la dama non era ancora sposata.
La dama poteva essere Maddalena Strozzi, moglie di Agnolo Doni, ritratta col marito, ma, se osserviamo il volto della donna, nel ritratto agli Uffizi, esso appare piuttosto appesantito.

Alcuni critici hanno pensato a Caterina Gonzaga di Montevecchio che dopo la morte del marito entrò in convento e questo spiegherebbe il fatto che il quadro sia stato ritoccato, attribuendo all’effigiata i particolari del martirio di Santa Caterina.
Il liocorno è un animale mitologico collegato al culto della dea-madre vergine, allegoria profana della castità., simbolo dell’attesa casta del matrimonio, ma anche simbolo fallico di prosperità nel matrimonio per il lungo corno a spirale. Il liocorno veniva rappresentato come un cavallo con gli zoccoli fusi delle capre, aveva una barbetta, la coda di un leone ed il corno a spirale era simile a quello di un narvalo maschio.
Il liocorno, secondo la leggenda si avvicinava e si faceva addomesticare solo dalle vergini e tenerlo sul ventre addormentato, significava che la donna ritratta era vergine.
Con la scoperta del liocorno si pensò anche a Giulia Farnese, detta “la Bella”, l’amante di papa Alessandro VI Rodrigo Borgia e per questo soprannominata anche “moglie di Cristo”.
Il simbolo della famiglia Farnese era il liocorno rampante, raffigurato sulle pareti e sui soffitti, nei ritratti e negli affreschi.
Luca Longhi rappresenta Giulia col liocorno. Il quadro del 1540-60 è presso il Museo di Castel Sant’Angelo a Roma.

Giulia Farnese è raffigurata ancora con l’unicorno in grembo in un quadro del Domenichino del 1602 che si trova a palazzo Farnese a Roma.

Altro particolare significativo è che Maddalena Srozzi, già citata, da fanciulla abitava in un quartiere noto come Gonfalone dell’unicorno.
Infine con una radiografia del 1959 si scopri che sul ventre della Dama non c’era un liocorno, ma un cagnolino, simbolo della fedeltà e dell’amore coniugale. Il quadro, però, non si toccò e rimane ancora raffigurato il liocorno.
Infine nella mostra celebrativa della nascita di Raffaello, avvenuta nel 2020 presso le scuderie del Quirinale, è stata ribadita l’identificazione della dama con la giovane Maddalena Strozzi, quindi il quadro era un dono nunziale.
Il presente articolo rappresenta solo una sintesi cronologica delle numerosissime problematiche che da secoli sono legate al quadro, senza alcuna pretesa risolutiva che avrebbe bisogno di ulteriori specifiche competenze e supporti tecnologici adeguati.
Ritangela Tomasicchio maggio 2026
