di Biancastella


Nata quarant’anni fa da un’idea di Teresio Testa, la rassegna Corti, Chiese e Cortili, diretta da Enrico Bernardi e gestita dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio, ha saputo anticipare una sensibilità oggi diffusissima: il bisogno di “uscire dai teatri” per riportare la cultura nei luoghi della vita quotidiana e della memoria storica. Quello che era iniziato come un progetto per valorizzare l’area metropolitana ad ovest di Bologna — coinvolgendo i comuni di Casalecchio di Reno, Monte San Pietro, Sasso Marconi, Valsamoggia e Zola Predosa — è diventato nel tempo uno degli appuntamenti più autorevoli dell’Emilia-Romagna.
La forza di questo progetto risiede nella sua capacità di ascolto: non è la musica a “usare” il luogo, ma è il luogo stesso — con la sua acustica naturale, le sue pietre secolari e le sue atmosfere — a dettare il ritmo e l’emozione di ogni concerto. Dalle navate silenziose delle antiche pievi alle corti contadine aperte sotto le stelle, ogni serata è un invito a riscoprire il patrimonio artistico della Valle del Reno, del Lavino e del Samoggia attraverso la lente della grande musica.
Un calendario tra rigore e contaminazione
L’edizione del Quarantennale (dal 6 giugno al 4 settembre 2026) riflette perfettamente questa varietà. Il programma è un mosaico che abbraccia:
- Il prestigio internazionale: Con solisti come Olaf J. Laneri o il carisma di Alessandro Quarta, la rassegna mantiene un livello qualitativo altissimo.
- L’anima popolare e jazz: Spostandosi con naturalezza dal folk alle improvvisazioni di Joey Calderazzo, dimostrando che non esistono confini tra “generi”, ma solo tra buona e cattiva musica.
- La memoria attiva: Progetti come “Ragazze e ragazzi. Salvemini 1990”, dedicato ai giovani compositori, mostrano come la rassegna sappia guardare al futuro senza dimenticare le ferite e le storie del territorio.

Per capire come un’idea sia riuscita a mettere radici così profonde per quattro decenni, bisogna parlare con chi quella visione l’ha nutrita giorno dopo giorno: Teresio Testa
Chi è stato Teresio e la sua ‘creatura’ per me
Per raccontare Teresio Testa e la sua ‘creatura’, devo tornare indietro di trentadue anni. Era il 1994 e sedevamo insieme intorno ai tavoli tecnici degli assessorati alla cultura della Valsamoggia. In quegli anni, la rassegna non era ancora il colosso che è oggi, ma un’idea coraggiosa che doveva fare i conti con la realtà: convincere i sindaci e i colleghi che investire nella musica classica non fosse un ‘lusso’ o uno spreco di denaro pubblico, ma un servizio essenziale ai cittadini. Per me, Teresio è stato il compagno di quella resistenza culturale, colui che con la sua ostinazione gentile ci ha aiutato a dimostrare che la bellezza ha un valore sociale concreto.
L’ Intervista
In questa intervista, Teresio ripercorre con noi le tappe di questo lungo viaggio, dalle prime albe all’Abbazia di Monteveglio fino alle sfide della divulgazione nel mondo contemporaneo.

Teresio, se dovessimo guardare la tua carta d’identità, sotto la voce ‘luogo e data di nascita’ probabilmente dovremmo scrivere direttamente: “Nato in Valsamoggia e cresciuto a pane e musica”. Ma dopo quarant’anni di questa rassegna, ti senti più il genitore che l’ha vista nascere o un viaggiatore che ancora si stupisce di dove la musica lo sta portando?
Allora, mi sento più emiliano che piemontese. Sono nato in provincia di Torino e ho vissuto l’infanzia vicino a Saluzzo, ma nel ’61 sono venuto a studiare a Bologna. Dal 1972 vivo stabilmente qui, quindi i miei anni emiliani sono molti più di quelli piemontesi. Dall’86 ho iniziato a progettare questa rassegna, insieme alle associazioni di Monteveglio e Bazzano che avevo contribuito a creare con genitori e alunni delle medie. Crescendo, i miei ragazzi erano diventati capaci non solo di intendere, ma anche di proporre e ragionare. Ma poi ho cercato di coinvolgere i comuni perché due associazioni così piccole non avrebbero potuto fare molto da sole.
Ricordo bene gli anni in cui muovevamo i primi passi sul territorio. Ma l’idea di coinvolgere l’intera vallata e di unire i diversi campanili sotto un unico spartito come è nata? C’erano state altre iniziative che avevi apprezzato?
Alla fine degli anni ’70 fui coinvolto dall’allora Consorzio di Pubblica Lettura di Bologna. Milla Gadini, assessore di Bazzano, mi incaricò di fare attività nelle biblioteche. All’epoca insegnavo a Bologna ma frequentavo queste zone perché conoscevo Alessandro Baldini e la gente dell’Abbazia. Appena ho potuto, ho chiesto il trasferimento alla scuola media di Bazzano, dove sono arrivato all’inizio degli anni ’80. All’epoca l’Abbazia era quasi inutilizzata, se non per attività estive parrocchiali. Parlando con la custode, che si definiva il “sindaco dell’Abbazia”, mi venne l’idea di fare musica in quel luogo così particolare.
Questa è una notizia bellissima e per certi versi inedita! L’ispirazione originaria per “Corti, Chiese e Cortili” è nata proprio tra quelle pietre?
Sì, lì mi è venuta l’idea dell’alba, prima di tutti gli altri. Essendo una chiesa rivolta a oriente, gli alabastri si accendono quando vengono colpiti dal sole del mattino, creando una suggestione fortissima. Inoltre, nel doppio chiostro rinascimentale c’è un’acustica bellissima per fare musica. All’Abbazia si faceva musica colta e sacra, ma la rassegna include anche la musica popolare. Questo deriva dalle mie radici: sono figlio di contadini e, se avessi avuto la vista normale, sarei rimasto a lavorare la terra. Invece, essendo non vedente, sono stato avviato allo studio della musica.

Immagino che il tuo percorso non sia stato privo di ostacoli. È stato difficile superare e superarsi attraverso lo studio e la pratica musicale?
C’è un limite serio: non puoi avere la lettura a prima vista. Per il pianoforte, ad esempio, devi leggere con una mano e suonare con l’altra per imparare a memoria, poi fare il contrario e infine unire le parti. All’inizio dell’anno eravamo sempre indietro. Ho iniziato da bambino e poi sono venuto a Bologna per le medie e il Conservatorio. Oggi è più semplice grazie ai PDF e alle barre Braille, ma all’epoca usavo libri stampati negli anni ’30. Furono gli ufficiali che persero la vista nella Prima Guerra Mondiale a fondare le stamperie dell’Unione Italiana Ciechi perché non volevano fare qualcosa di utile a chi non aveva la vista. C’è questa diceria che i non vedenti siano portati per la musica; in realtà è costato molto sacrificio, anche se sono stato ripagato.
Prima accennavi alla musica popolare, un elemento che ha sempre dialogato alla pari con la musica colta nel vostro cartellone. Da dove nasce questa tua sensibilità verso le tradizioni orali?
Mio padre era un clarinettista da ballo. Negli anni ’50 in Piemonte c’era la tradizione dei “coscritti”: i ragazzi che dovevano partire per il militare giravano per le case con i suonatori per fare festa. Anche se in Conservatorio non c’era molto rispetto per la tradizione orale, io ho mantenuto questa attrazione. Negli anni ’70 ho incontrato Roberto Leydi, che ha attivato migliaia di persone su questo tema. Così, dentro “Corti, Chiese e Cortili” è finita la musica tradizionale di tutto il mondo: mongoli, greci, irlandesi. Non avevamo i soldi per chiamare grandi gruppi, quindi cercavamo di intercettare chi era già in tour in Italia. C’era molto interesse, basti pensare alla collana prodotta da Peter Gabriel.
E qui tocchiamo i miei ricordi più vivi. Nel 1994, quando seguivo la rassegna da presidente della Commissione Cultura del mio comune, vedevo da vicino la fatica e la passione immensa che mettevi per allestire i concerti nei cortili o nelle pievi più sperdute. C’è qualche aneddoto o imprevisto di quella logistica “eroica” che ricordi oggi con un sorriso?
Ho capito subito che senza i Comuni e la Provincia non si andava da nessuna parte. Essere assessore mi ha aiutato a trattare con gli altri e a capire fin dove si poteva chiedere. Insieme si ottengono risultati migliori, anche solo per le spese di affissione e stampa dei programmi, che allora costavano molto. Mi hanno aiutato le due associazioni, poi fuse ne “L’Arte dei Suoni”, formate da ragazzi meravigliosi che oggi hanno più di 50 anni. Anche i Comuni e le Pro Loco aiutavano fisicamente, ad esempio con i palchi, dato che non avevamo soldi per i facchini. Per l’amplificazione comprammo dalle suore un vecchio furgone 238 che usavano per i bambini; frenava storto, faceva rumori improba ma ha funzionato per anni, per portare la musica di cortile in cortile.
Nelle nostre riunioni di allora, la sfida più grande era proprio convincere i colleghi scettici che i finanziamenti messi in comune non fossero soldi “sprecati”, ma investimenti necessari. In mezzo a quelle difficoltà di bilancio, cosa ti ha spinto a non desistere mai?
Una convinzione personale e una politica. Quella personale è che io ho avuto talmente tanto dalla musica che ho sempre desiderato che anche gli altri potessero ricavarne altrettanto, specialmente chi non è del settore. Vedere la gente contenta ai concerti mi dava forza. Quella politica è che la divulgazione è come la redistribuzione della ricchezza: bisogna ridistribuire la cultura per evitare grandi squilibri.
Oggi che la rassegna taglia lo straordinario traguardo delle quaranta edizioni, cosa prova l’artista Teresio Testa nel vedere che quei semi che gettavi sono diventati un bosco così rigoglioso?
Sento di aver avuto ragione. La prova è la grande affluenza ai concerti. Nonostante oggi si possa scaricare tutto da internet, la combinazione di luoghi e musica rende l’esperienza unica. Se suoni in una brutta piazza con rumore di fondo, non ti godi la musica. Io ho guidato la rassegna per 27-28 anni, poi è passata a Enrico Bernardi.
Beh, per tutti noi tu resti comunque il “patron” indiscusso della manifestazione!
Mi affidano molte introduzioni perché sanno che sono un “chiacchierone”. Ma le faccio mettendomi dalla parte del pubblico, dando chiavi di ascolto. In questi ultimi dieci anni, anche dopo aver lasciato la direzione, non potevo stare fermo. Con Enrico la rassegna è cambiata: lui ama molto la rete, non solo quella telematica, ma quella tra istituzioni come i Conservatori e le Accademie. Questo permette scambi e riduce i costi, dato che i finanziamenti pubblici sono diminuiti nel tempo. Ora si accede direttamente ai bandi regionali, e le nostre proposte sulla divulgazione e l’alfabetizzazione musicale sono risultate perfettamente in linea con i criteri richiesti.
A proposito di grandi produzioni, se dovessi guardare indietro, quali sono stati i progetti o i rapporti più significativi che hanno segnato la storia della rassegna?
Abbiamo spesso privilegiato i giovani per dar loro opportunità, ma anche perché costavano meno. Paolo Fresu, ad esempio, è venuto un paio di volte all’inizio, ma ora sarebbe inavvicinabile per il nostro budget. Ricordo con orgoglio il laboratorio di musica barocca durato 10-12 anni con artisti come Paolo Faldi, Mauro Valli e Gloria Banditelli. Abbiamo prodotto cose meravigliose, come il confronto tra i Magnificat di Bach e Vivaldi all’Eremo di Tizzano; c’era un pubblico strabordante, la gente era arrampicata sui muri. Abbiamo fatto concerti anche fuori territorio, come l’inaugurazione dei Musei di San Domenico a Forlì con il Dido and Aeneas di Purcell.

La rassegna è stata anche un sismografo del suo tempo. Ci sono stati momenti storici o serate particolari in cui la grande storia è entrata direttamente nei concerti?
Sì, nell’89, durante un concerto dei Filarmonici del Teatro Comunale, sapemmo della repressione di Piazza Tienanmen. Fu un’emozione grandissima. Alla ripresa suonarono la Pavane pour une infante défunte di Ravel; il pubblico era in piedi, c’era un silenzio assoluto. Fu una coincidenza incredibile tra lo spirito del luogo, della musica e della gente.
Uno sguardo al presente e al futuro: come vedi l’evoluzione di “Corti, Chiese e Cortili” e quali sono le novità che ti rendono più fiero in questa quarantesima edizione?
Oggi ci sono novità come le residenze “in house” dove i musicisti preparano composizioni contemporanee. Quest’anno c’è anche un concorso violinistico intitolato a Giuseppe Fiorini. Vedere ragazzi cresciuti nella nostra scuola media a indirizzo musicale avere successo è la soddisfazione più grande. Penso ad Elena Veronesi, clarinettista che ora suona in tutta Europa, o a Francesco Stanghellini, un bravissimo violoncellista, o ad Alessandro Ferrari che si è specializzato nella riparazione degli strumenti.
Un’ultima domanda, che è un po’ un cerchio che si chiude. Le nostre strade si sono separate molti anni fa, quando ho lasciato la politica attiva per proseguire la mia vita professionale nel mondo della cultura e poi nel giornalismo culturale. Se oggi dovessimo sederci di nuovo davanti a quei colleghi o a quei sindaci che allora erano scettici, cosa diremmo loro? Qual è il vero ritorno sociale e civile di questi quarant’anni?
Direi di non mollare la “sovracomunalità”. Nessun comune può farcela da solo, si finirebbe per fare meno e peggio. La divulgazione non è cultura di serie B; bisogna rendere comprensibile l’alto livello. Oggi si punta molto sul turismo, il che va bene perché muove l’economia locale — i ristoranti durante “Corti, Chiese e Cortili” sono sempre pieni — ma bisogna mantenere alta la qualità musicale. Il benessere della gente non è monetizzabile immediatamente, ma è fondamentale. La cultura apre la mente alla comprensione della storia e del mondo
Come diceva qualcuno, “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Grazie di cuore, Teresio.
Salutando Teresio, mi rendo conto che se oggi la Valsamoggia risuona di musica sotto le stelle, è perché quarant’anni fa qualcuno ha avuto il coraggio di sognare e la testardaggine di non smettere di crederci. Buona quarantesima edizione a tutti gli amici di Corti, Chiese e Cortili.
Per scoprire nel dettaglio il calendario dei concerti, i luoghi storici coinvolti e le modalità di accesso alla 40ª edizione di Corti, Chiese e Cortili (6 giugno – 4 settembre 2026), potete consultare il sito ufficiale della manifestazione:https://www.frb.valsamoggia.bo.it/cortichiesecortili/ cortichiesecortili.it
N.B. Un estratto di questa lunga intervista è stato pubblicato sulla pagina della cultura de “Il Resto del Carlino” ed. di Bologna del 9 giugno u.s. https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/testa-quarantanni-fa-portai-la-a97f75f9
