di Biancastella

In occasione della festività del 2 Giugno in cui quest’anno celebriamo non solo gli Ottant’anni della Repubblica ma anche la conquista del voto alle donne che cambiò il Paese, è stato pubblicato sul quotidiano online di New York sul quale scrivo, un mio articolo che ricorda a tutte le italiane e gli italiani che vivono in America questo importante avvenimento. Lo condivido volentieri nel mio Blog e vi segnalo anche il link dove potete trovarlo nella sua forma originale https://lavocedinewyork.com/opinioni/2026/05/29/le-italiane-al-voto-da-ottantanni-2-giugno-1946-2026/

Ci sono date che appartengono alla storia di tutti. Il 2 giugno 1946 è una di queste: il giorno in cui le donne italiane votarono per la prima volta, contribuendo a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere i rappresentanti che avrebbero scritto la Costituzione. Ottant’anni dopo, quella data merita di essere ricordata anche da chi l’Italia la porta nel sangue ma vive lontano da essa, perché la storia del voto alle donne italiane ha radici che attraversano l’Atlantico e intreccia il destino di due Paesi.
Quella conquista, infatti, non arrivò dal nulla. Già nella seconda metà dell’Ottocento, le prime attiviste italiane per i diritti delle donne guardavano con ammirazione oltreoceano: le suffragiste americane avevano tenuto la loro prima grande Convenzione sui diritti delle donne a Seneca Falls, New York, nel 1848 — quasi un secolo prima del voto italiano. Parallelamente, le emigrate italiane di fine ’800 che avevano scelto l’America come nuova patria, le nonne e bisnonne di tanti italoamericani di oggi, avevano potuto votare prima delle loro sorelle rimaste in Italia: grazie al 19° Emendamento della Costituzione americana, approvato dal Congresso nel 1919 e ratificato nel 1920, il suffragio femminile era diventato legge negli Stati Uniti con un quarto di secolo di anticipo rispetto all’Italia. In quegli stessi anni, in patria, petizioni firmate da donne illustri come Maria Montessori e Anna Maria Mozzoni venivano ignorate dal Parlamento, che discusse e approvò il suffragio universale maschile ma escluse le donne dalla riforma con una motivazione che oggi fa sorridere amaramente: la loro pretesa “natura” incompatibile con la politica.
Con l’avvento del fascismo, ogni speranza si congelò. Il regime di Mussolini ridusse la donna a un’unica identità: “madre e sposa”, custode del focolare domestico, estranea per definizione alla vita pubblica. Le poche, simboliche concessioni — come un limitato voto amministrativo introdotto nel 1925 — furono svuotate di senso l’anno dopo, quando lo stesso sistema elettorale comunale venne abolito per far posto ai podestà nominati direttamente dal partito. Vent’anni di silenzio forzato. Ma il silenzio non spense la coscienza.
Fu la guerra a cambiare tutto. Tra il 1943 e il 1945, decine di migliaia di donne scelsero la Resistenza e lo fecero, come hanno scritto gli storici, da “volontarie a pieno titolo”, senza cartolina precetto, senza diritti politici, spinte soltanto dalla convinzione. Staffette partigiane, infermiere, organizzatrici di reti clandestine, combattenti. Chi aveva rischiato la vita per liberare il Paese non poteva essere lasciata fuori dalla costruzione della nuova Italia. Il governo Bonomi lo capì e il 1° febbraio 1945, con il Paese ancora diviso e il Nord sotto l’occupazione nazista, emanò il decreto legislativo luogotenenziale n. 23: per la prima volta nella storia italiana, le donne ottenevano il diritto di voto.

Le prime a votare lo fecero il 10 marzo 1946, nelle elezioni amministrative: l’affluenza femminile fu massiccia e la scelta di oltre 1000 candidate permise alle donne di governare la vita dei Consigli comunali. Poi arrivò il 2 giugno e fu un plebiscito spontaneo che smentì chi temeva disinteresse o sudditanza. Per la prima volta 12 milioni di donne italiane, l’89% della popolazione femminile, il 53% della popolazione italiana, andarono a votare. Quella mattina, una bella mattina, si alzarono presto, forse più presto del solito. Si vestirono come nei giorni di festa — il vestito “buono”, i capelli in ordine — perché andare a votare, per chi non lo aveva mai fatto, era una cosa seria, solenne, quasi sacra. Qualcuna prese per mano i figli più piccoli. Qualcun’altra, uscendo di casa, rinunciò al rossetto: i giornali avevano avvertito che poteva macchiare la scheda elettorale e renderla nulla. Un dettaglio minuscolo, quasi comico, eppure dice tutto di quanto quella giornata fosse nuova, sconosciuta, carica di attesa. Alle urne arrivarono in massa, affrontando file lunghe sotto il sole di giugno, con la scheda stretta in mano come un documento prezioso. Operaie e maestre, contadine e professioniste, partigiane e madri casalinghe: per la prima volta nella storia, tutte uguali davanti a una cabina elettorale. L’Italia scelse la Repubblica. E le donne avevano contribuito alla storica decisione.
Eppure, nonostante rappresentassero oltre il 50% del corpo elettorale, le candidate erano state appena 228 su migliaia di candidati. E solo 21 donne vennero elette all’Assemblea Costituente, su 556 deputati: 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste, 1 del Fronte dell’Uomo qualunque. Oggi ne ricordiamo soprattutto alcune — Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin, Maria Federici, Angela Gotelli, Nadia Spanò — ma tutte e 21, diversissime per età, formazione e storia politica, lavorarono fianco a fianco per lasciare nella Costituzione i segni di una cittadinanza finalmente piena. Cinque di loro entrarono nella Commissione dei 75, incaricata di redigere il testo costituzionale. A loro si devono, tra l’altro, l’articolo 3 sull’uguaglianza tra i sessi, la tutela del lavoro femminile, la parità tra coniugi. Non erano conquiste scontate: alcune furono il frutto di battaglie durissime, anche all’interno delle stesse forze progressiste.
Ottant’anni dopo, questa storia merita di essere raccontata con orgoglio anche qui, in America. Perché chi è cresciuto tra due culture sa bene quanto i diritti non siano mai davvero “dati”: vanno conquistati, difesi, trasmessi. Le italiane emigrate che votavano già negli anni Venti negli Stati Uniti, e quelle rimaste in Italia che aspettarono fino al 1946, appartengono alla stessa storia — la storia di donne che vollero contare, in qualsiasi lingua e sotto qualsiasi cielo. Ricordarle, oggi, è il modo più bello di onorare entrambe le patrie. Biancastella Antonino