di Ritangela Tomasicchio e Biancastella


Ci sono giornalisti che raccontano la realtà, e altri che la attraversano. Elena Testi appartiene a questa seconda, rara categoria: quella di chi sceglie di stare dove la storia si spezza, dove la sofferenza non è un concetto ma un volto, dove la verità non è un diritto astratto ma un dovere urgente. La sua voce, giovane e già temprata, ha attraversato gli ospedali italiani “nella fase più acuta” della pandemia, è risuonata tra le macerie dell’Ucraina e ha trovato spazio nei territori feriti del conflitto israelo‑palestinese.
Il suo percorso professionale — dalla cronaca locale alle inchieste, fino al ruolo di inviata di guerra per La7 e collaboratrice de L’Espresso — testimonia una crescita che non è solo tecnica, ma etica. Testi ha scelto di raccontare ciò che accade “a due passi dagli inferni”, assumendosi il rischio fisico e morale che questo comporta. La sua presenza nei luoghi di crisi non è mai esibizione, ma servizio: un modo di restituire dignità alle storie che altrimenti resterebbero sepolte sotto il rumore della propaganda o dell’indifferenza.
Ed è proprio in questo orizzonte che il testo di Ritangela Tomasicchio trova il suo respiro. Non è un elogio formale, né un esercizio retorico: è un gesto di riconoscenza. La metafora della “farfalla indomita”, che “non perdi i tuoi colori ed il volo nei venti di guerra”, coglie con sorprendente precisione la natura di questa giovane inviata: fragile solo in apparenza, capace invece di resistere alle tempeste senza perdere la propria identità, la propria misura, la propria umanità.
Tomasicchio non costruisce un monumento: costruisce un gesto. Un gesto di gratitudine verso una professionista che ha scelto di esporsi per tutti noi, e un gesto di speranza verso un giornalismo che sappia ancora essere presidio di verità. Il suo testo è breve, ma non leggero: è un piccolo atto civile, un invito a riconoscere il valore di chi, “per un servizio pubblico, a rischio della vita”, continua a raccontare ciò che altri preferirebbero nascondere.
Questa prefazione accompagna il lettore verso una pagina che è insieme poesia e testimonianza, affetto e impegno. È un modo per entrare nel mondo di Elena Testi attraverso lo sguardo di chi ne ha colto la forza, la delicatezza e la necessità. Ed è, soprattutto, un invito a non dimenticare che dietro ogni immagine di guerra c’è qualcuno che ha scelto di esserci, per restituirci la verità del mondo.
Profilo biografico
Elena Testi (Arezzo, 1987) è una giornalista e inviata di guerra. Laureata in Giurisprudenza all’Università di Perugia, inizia la sua carriera nella cronaca locale collaborando con PerugiaToday, Corriere dell’Umbria e Panorama. Si distingue presto per inchieste coraggiose e per un approccio rigoroso ai temi della legalità e dei diritti.
Dal 2018 entra nella redazione di La7 come inviata del programma Tagadà, dove si afferma per la capacità di raccontare con lucidità e umanità i contesti più complessi. Collabora stabilmente anche con L’Espresso, firmando reportage e approfondimenti.
Durante la pandemia documenta la situazione negli ospedali italiani, mentre negli anni successivi segue sul campo i principali scenari di crisi internazionale: la guerra in Ucraina, il conflitto israelo‑palestinese e altre aree di tensione globale. Il suo stile è riconosciuto per equilibrio, empatia e fermezza morale.
Nel 2022 riceve il Premio Casato Prime Donne per il suo contributo al giornalismo d’inchiesta. Nel 2026 pubblica Genesi, un libro dedicato alla politica israeliana e alle sue figure più controverse.
Oggi è considerata una delle voci più autorevoli della nuova generazione di inviati italiani, capace di unire competenza, coraggio e un profondo senso di responsabilità civile. In televisione e sulla carta, la sua voce non è mai un grido: è un filo teso tra chi vive e chi ascolta, tra chi soffre e chi deve sapere. Un filo che non si spezza, anche quando il vento è forte. Per questo, forse, la metafora che RitangelaTomasicchio le dedica — “farfalla indomita” — le appartiene così profondamente. Perché Elena Testi vola davvero controvento, senza perdere i colori, senza perdere il senso, senza perdere sé stessa. Biancastella

AD ELENA TESTI, INVIATA DI GUERRA
Siamo tutte sue ammiratrici. Siamo anche tutte d’accordo, noi indomite over del Blog, a riconoscere quanto sia professionale ed indomita la giornalista, inviata di guerra, dottoressa Elena Testi. Durante il COVID, nella fase più acuta, ha visitato ospedali. Dal fronte ucraino è passata al fronte israeliano. Ha un grande coraggio nel mettersi a rischio.
Le dedico, unitamente alle amiche, quella che non è una vera e propria poesia, ma un attestato di stima profonda per il Suo impegno sociale
Speriamo che giornalmente possa metterci al corrente di eventi migliori.
Speriamo anche che altri giovani giornalisti seguano il Suo esempio.

Farfalla indomita,
non perdi i tuoi colori
ed il volo
nei venti di guerra.
Per amor del vero,
a due passi dagli inferni,
continui,
nella tua missione coraggiosa,
a raccontare quello
che cercano di nascondere,
a trovare un senso
nella crudeltà
che senso non ha.
Una giovinezza
a contatto con l’odio
e con orrendi spettacoli
per un servizio pubblico,
a rischio della vita,
merita tutto il nostro rispetto
e una grande ammirazione.
Ritangela Tomasicchio composuit in Bari, marzo 2026