di Biancastella


Cara Ritangela,
lasciami dire che hai fatto una bella recensione! (pubblicata in questa rubrica il 18 maggio scorso) Hai colto benissimo l’anima del film e il tuo spirito di osservazione non si è affatto offuscato — anzi! E visto che hai chiesto la mia opinione aggiungo qualche riflessione alle tue.
Sulla fotografia: mi ha colpito moltissimo anche la resa visiva di New York, non solo i grattacieli come skyline, ma proprio la luce, i colori, i contrasti tra gli interni lussuosi di Runway e la città vera che scorre fuori dalle vetrate. Una fotografia che racconta già da sola il divario tra il mondo patinato della moda e la realtà esterna — fredda, competitiva, indifferente al talento.
Sui costumi: meravigliosi, e non decorativi ma narrativi. Ogni abito di Miranda racconta il suo stato d’animo e il suo potere — o la sua perdita progressiva di potere. E quelli di Andy seguono il percorso inverso: una donna che non ha bisogno di esibirsi per imporsi, e che lo sa. Per questo, quando può, è semplice e non le serve esibirsi.
Proprio questo è il cuore drammatico che mi ha più coinvolto: il ribaltamento dei ruoli tra Miranda e Andy. Miranda, la donna che sembrava inattaccabile, si ritrova improvvisamente vulnerabile, scalzata dai nuovi poteri digitali, costretta a viaggiare in economy, a subire il giudizio degli hater sui social, a fare i conti con un’età che il mondo della moda non perdona. È una discesa che Meryl Streep interpreta con una sottigliezza straordinaria, senza mai scivolare nella commiserazione, ma anzi mantenendo tutta la sua alterigia.
E Andy? Andy cresce, si afferma, e alla fine è lei a salvare Miranda e la rivista, con intelligenza, capacità e quella integrità morale che vent’anni prima l’aveva spinta ad abbandonare Runway. Il film costruisce con cura questo percorso di rivalutazione reciproca: Miranda che si ricrede su di lei, che quasi — quasi — ammette di aver sbagliato.
Sul tema della crisi dell’editoria, che hai giustamente evidenziato, mi sarebbe piaciuto che il film approfondisse di più un aspetto che emerge ma resta un po’ in superficie: la svalutazione delle professionalità giornalistiche tradizionali. Il nuovo mondo editoriale non cerca più giornalisti nel senso classico — persone che verificano, indagano, costruiscono un pezzo con rigore — ma produttori di contenuti capaci di generare click. È una perdita enorme, e il film la sfiora senza affrontarla con la profondità che meriterebbe.
Quanto alla scenografia milanese, concordo sul carosello un po’ frettoloso — Palazzo Clerici con il Tiepolo e Villa Arconati meritavano più respiro! Ti svelo però una cosa: il refettorio del Cenacolo è stato interamente ricostruito dalla scenografa, perché girare nel vero refettorio di Santa Maria delle Grazie sarebbe stato impossibile. Eppure la fedeltà è assoluta, probabilmente grazie alle riproduzioni digitali ad altissima risoluzione dell’affresco di Leonardo. Un lavoro scenografico straordinario, che mi ha ricordato, devo ammettere anche con un po’di nostalgia, quello che capitò a me, quando dirigevo la Biblioteca Universitaria di Bologna. Il regista Ermanno Olmi l’ aveva scelta per girare alcune delle scene più impressionanti del suo ultimo film: Cento chiodi, ma io lo autorizzai a girare nell’Aula magna solo se non avesse coinvolto i preziosi volumi lì collocati e la scaffalatura lignea settecentesca. Ebbene lo scenografo ricostruì in modo incredibilmente perfetto le scaffalature e anche i libri manoscritti che il protagonista doveva inchiodare erano stati riprodotti come facsimili agli originali da un noto restauratore romano. Potenza del cinema!
Infine non posso non sottolineare quella battuta finale di Miranda. Dopo tutto quello che è successo, dopo che Andy l’ha salvata, dopo il momento in cui sembrava davvero che qualcosa in lei si fosse incrinato… quella battuta ci ricorda che il leopardo non cambia le macchie. Un finale perfetto: né redenzione facile né cinismo totale. Solo Miranda, sempre Miranda, inimitabile.
Un abbraccio, Blanchétoile
