di Ritangela Tomasicchio


Coucou, Blanchétoile, ma cherie, sei andata a vedere il Diavolo veste Prada 2?
Che ne pensi e che ne pensano le nostre amiche del blog?
Io mi sono soffermata sui significati, diciamo, più profondi del film che non è solo moda, ma l’urto tra il vecchio ed il nuovo in alcuni settori.
Al di là dei soliti battibecchi e frecciate velenose, soprattutto femminili, sul luogo di lavoro. Al di là dell’ambizione e della scalata al successo ed alla migliore retribuzione, i protagonisti, giornalisti, si sforzano di arginare il declino della carta stampata e dell’editoria, di fronte al resto dei media on-line.
Umana e vera nel film, è la rappresentazione di un licenziamento, la ricerca di una casa, soprattutto in una metropoli problematica e costosa.
A proposito della crisi dell’editoria, qualcuno mi dice che i giornali li compro solo io, inoltre nella mia città le edicole sono chiuse di pomeriggio e rischiano la chiusura, proprio perché sulla metro, nelle sale d’attesa, a letto, è più comodo l’apparecchietto magico che ti collega col mondo anche sotto le coperte e non si accartoccia.
Nel film, quindi, si lotta proprio contro il licenziamento dei giornalisti di una redazione di moda importante anche se la cornice è fatta di sfilate di moda, abiti da sera importabili e hotel e feste ad alto livello, proibite alla maggior parte dei mortali di medio livello economico.
Tutto il primo tempo del film è occupato da questa problematica del licenziamento e con un ritmo che secondo me rende pesante la visione.
Al contrario, il secondo tempo scorre troppo velocemente e scene di Milano e dintorni, di palazzi antichi, di hotel e ville meravigliose non vengono gustate come dovrebbero dallo spettatore. E sono chicche, perché, a parte l’accademia di Brera, non ricordo di aver mai visto palazzo Clerici col salone dalla volta affrescata da Tiepolo o villa Arconati. Il tutto diventa un carosello di bellissime immagini che rischiano di sovrapporsi, soprattutto se lo spettatore non si è documentato prima, leggendo le recensioni del film.
Questa è la parte più bella del film, perché è l’omaggio di un regista americano alla culla della civiltà della vecchia Europa, checché ne dica Trump. Un omaggio solo all’Italia, alla nostra arte ed eleganza in tutti i campi, anche alla nostra cucina, patrimonio dell’umanità. Comunque le immagini di New York sono splendide, una giungla di grattacieli in contrasto col cielo italiano e gli spazi dei giardini e del “dolce far niente” italiano di villa Balbiano sul lago di Como.
La recitazione di Meril Streep è sublime, soprattutto quando si sofferma sul significato della vita che scorre assorbita dal lavoro che sacrifica gli affetti, cosa risaputa, diventa una droga, disumanizza i rapporti gerarchici.
Anne Hathaway mantiene con bravura e freschezza l’immagine del film precedente e sembra che il tempo non sia passato.
Adorabile Stanley Tucci, che interpreta l’anima della redazione.
La colonna sonora di Theodore Shapiro rende bene il ritmo frenetico di una redazione e si avvale della presenza di Lady Gaga.
In conclusione, aspetto commenti, anche per notare se il mio spirito di osservazione si è offuscato con l’età.
