Donne afgane: dal fiore di Herat rinasce la speranza

di Tindara Bonfiglio

Storie di donne 49 a cura di Biancastella

Il testo di Tindara analizza la drammatica condizione delle donne in Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021.In un Afghanistan trasformato in una prigione di silenzio, dove i diritti delle donne sembrano svaniti nell’oscurità del regime, fiorisce, tuttavia, una ribellione inaspettata e profumata. Questo brano ci conduce tra i campi di Herat, dove il delicato color lilla dello zafferano diventa il vessillo di una resistenza quotidiana e coraggiosa. È il racconto di una “resilienza silenziosa”: un viaggio attraverso il dolore di sogni infranti, ma anche verso la riscoperta di un’indipendenza che nasce dalla terra e che, attraverso il lavoro segreto delle donne, sfida l’oppressione per seminare una nuova speranza. Biancastella

Dal fiore lilla di Herat può arrivare il riscatto delle donne afghane.

Nel periodo 2001-2021 con l’occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali e con l’estromissione dei talebani l’agricoltura aveva vissuto un rilancio e lo zafferano ne era diventato la punta di diamante. La sua produzione rappresentava per le donne un’opportunità di lavoro attraverso la quale potevano guadagnare un salario dignitoso, coltivando così anche la speranza di un cambiamento radicale per la loro vita.

Con l’improvviso abbandono del Paese da parte delle truppe NATO e il ritorno al potere dei talebani nell’agosto del 2021 il sogno dell’indipendenza delle donne si è infranto. L’Afghanistan è tornato ad essere una prigione, dove le donne non hanno nessun diritto, vivono in uno scenario di oscurità e di silenzio e nessuno è in grado di contestare le leggi imposte. Il Ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio, un organo del governo talebano, emana regole restrittive e agisce con una polizia segreta che controlla la condotta morale e sociale della popolazione specialmente delle donne riducendone drasticamente i diritti. La Comunità Internazionale e l’Unione Europea hanno condannato questa legge definendola una grave violazione dei diritti umani, ma invano.

La vita delle donne afghane non è mai stata facile perché esse hanno sempre dovuto combattere contro la mentalità misogina dei governi e della società fortemente patriarcale. L’analfabetismo femminile superava il 90%, soprattutto nei villaggi, tuttavia, nei periodi in cui i fondamentalismi furono allontanati dal governo del Paese, nelle città maggiori e nelle famiglie più aperte le ragazze potevano studiare, lavorare, fare sport, fare progetti per il futuro.

Dall’agosto del 2021, quando i talebani si sono reinsediati alla guida del Paese, tutto è cambiato. I divieti imposti riguardano la vita pubblica e la politica, le donne non possono lavorare né studiare dopo i 10 anni di età, non possono fare sport, andare in palestra, al parco, nei musei, nei luoghi sacri, non possono andare dal parrucchiere né truccarsi anche sotto l’hijab o il burqa che sono costrette a indossare. Gli spostamenti sono consentiti solo se accompagnati da un parente maschio o marham anche per andare in ospedale o da un medico. Non possono suonare, danzare, dipingere, cantare, ridere, la loro voce non deve essere sentita e le finestre delle case vengono murate perché le donne non devono essere viste.

Sono così aumentati i casi di violenza domestica, i matrimoni forzati e precoci, l’analfabetismo femminile, i suicidi delle ragazze. Le punizioni nel caso di trasgressioni sono terribili: fustigazioni e lapidazioni pubbliche, torture e violenze. L’età media di vita delle donne afghane è di 40 anni.

Le condizioni in cui sono costrette a vivere sono per noi inconcepibili, ma tutto rimane nel silenzio dei governi e dell’informazione.

Esiste però un orizzonte di speranza. Le donne si riuniscono segretamente, insegnano ai loro bambini e si aiutano a vicenda. Camuffano le scuole segrete da madrase e tengono sotto il tappeto il Corano da mostrare nel caso di una perquisizione della polizia segreta o morale.

I talebani hanno vietato alle donne di lavorare nei terreni agricoli dove si coltiva lo zafferano, la logica è che stando nei campi sarebbero visibili ai non parenti. Questo divieto le ha private di una fonte di reddito con cui vivere più dignitosamente. Tuttavia attraverso una forma di resilienza silenziosa nei campi arsi dal sole e protetti da alte mura spunta il lilla del fiore di Herat. Le donne lo producono e lo vendono così riescono ad emanciparsi almeno in casa talvolta guadagnando più dei mariti, in questo modo hanno diritto di parola e contribuiscono al bilancio familiare.

 “Farò un campo mio di zafferano. Voglio coltivare quel pezzo di terra con altre donne del villaggio, piantare i migliori bulbi e vendere il nostro zafferano … Non sarò sola, mi collegherò ad altre donne che fanno questo lavoro. Ai talebani diremo che mio fratello è il capo. Si può fare. Una donna basta per cambiare il mondo. Quando me lo dico mi viene da sorridere, mi piace questa frase anche se so che non è vero. Ma la mia vita sì, la posso cambiare. L’ho fatto. Lo vedo già il mio campo di zafferano al prossimo novembre, in piena fioritura. Ce la farò, inch Allah.” (da Attraversare la notte, racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani diCristiana Cella).

Attraverso il fiore di Herat le donne possono uscire dalla segregazione domestica, creare un futuro per se stesse e per i loro figli e, nonostante le restrizioni imposte dai talebani, nei campi gestiti dalle donne per le donne la lavorazione dello zafferano rappresenta un atto di resistenza quotidiana.

“Spero che le nostre voci arrivino lontano, in lungo e in largo: noi, le donne dell’Afghanistan, siamo ancora in piedi. Resistiamo, con le nostre parole come fucili, e ci teniamo stretta la speranza di un altro futuro.”

(ib. Nahida, estate 2025)

Approfondimenti e anche ricette con lo zafferano di Herat si trovano nel sito di C.I.S.D.A (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane, Ente del terzo Settore).