di Biancastella

Festa della mamma 2026
Dedicato a mia madre

Una foto del 1952
C’è una fotografia in bianco e nero sulla mia scrivania. L’ha scattata un fotografo di studio — si vede dalla luce morbida, da quella perfezione un po’ solenne che solo certi artigiani della luce sapevano creare. Siamo io e mia madre. Io ho due anni, un vestitino leggero a maniche a palloncino, gli orecchini già alle orecchie — elegante mio malgrado. Lei mi tiene con una mano naturale, sicura. Quasi guancia a guancia. Si chiama Rosa, e sorride.
Ho ritrovato questa foto dopo vent’anni. E mi ha commosso. Non perché non la ricordassi, ma perché in quell’immagine c’è qualcosa che nessun ricordo riesce a restituire: la leggerezza di un momento in cui nessuna delle due, una bambina di due anni e la sua giovane mamma, conosceva il suo futuro ed erano felici mentre un fotografo fermava quell’attimo.
Rosa si era laureata alla fine della guerra, significa che aveva studiato mentre l’Italia cadeva a pezzi, mentre mancava tutto, mentre il futuro era una parola che si pronunciava sottovoce. Si era laureata lo stesso. Poi aveva fatto i concorsi, era entrata nei ruoli della scuola, aveva insegnato le lingue per decenni. I suoi studenti la amavano — e questo, chi conosce la scuola, sa che non è scontato.
Non me lo ha mai detto con le parole: devi studiare, devi lavorare, devi essere indipendente. Me lo ha detto con la vita. Con l’esempio silenzioso e potente di una donna che non aveva mai separato l’intelligenza e la professione dall’amore verso i suoi figli, come l’amore dalla dignità.
E io l’ho ascoltata. A modo mio, con i miei tempi — che erano già i tempi di una ragazza che si era sposata all’università, ma che aveva scelto di avere figli presto, mentre ancora studiava. Molti pensavano che fosse una rinuncia. Non lo era. Mi sono laureata con lode. Ho lavorato. Ho cresciuto i miei figli. L’ho fatto perché avevo visto che si poteva fare. L’avevo visto in lei.
Questa è la maternità che non si celebra abbastanza: non solo il sacrificio, ma la trasmissione. Non solo l’amore, ma l’esempio. Rosa non mi ha solo amata, mi ha mostrato chi potevo diventare, mi ha insegnato a non arrendermi, ad essere madre presente e donna tenace nelle sue aspirazioni.
Eppure oggi, nel 2026, siamo ancora qui a discuterne. I dati parlano chiaro: l’Italia ha uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d’Europa, e la maternità resta, per troppe donne, un bivio obbligato. Da una parte la carriera, dall’altra i figli — come se le due cose fossero per natura incompatibili. Come se Rosa, e tutte le donne come lei, non avessero già dimostrato il contrario decenni fa.
Il problema non è mai stato la capacità delle donne. È stato — ed è ancora — il contesto. Gli asili nido che mancano. I congedi di paternità che non vengono usati. I contratti part-time imposti, non scelti. La carriera che rallenta al primo figlio e non riprende più. Un sistema che dice alle donne: puoi avere tutto, ma pagherai tu il prezzo.
Rosa quel prezzo lo ha pagato anche lei, a modo suo. Si era laureata in un’Italia che usciva dalla guerra con le macerie ancora calde, in un tempo in cui una donna con un titolo di studio era ancora un’eccezione quasi da giustificare. Ha fatto i concorsi, è entrata nella scuola, ha insegnato per tutta la vita. E ha cresciuto una figlia (e un altro figlio) a cui non ha mai detto arrangiati — le ha detto, con l’esempio, puoi farcela.
Quella figlia sono io. E quando guardo quella foto del 1952 — io bambina, lei giovane, entrambe ignare di tutto quello che sarebbe accaduto, non vedo solo un ricordo. Vedo una staffetta. Vedo qualcosa che si passa di mano in mano, di generazione in generazione. Vedo Bianca “coraggiosa” come Rosa era stata coraggiosa.
C’è però una cosa che voglio dire, e che riguarda tutti — figli e genitori, vicini e lontani.
Quando me ne sono andata a Bologna — per lavoro, per i miei figli, per la vita che stava diventando altrove — mia madre è rimasta sola. Io ho fatto quello che si fa quando si ama a distanza: ho macinato chilometri di autostrada ogni volta che chiamava, ho riempito i vuoti con la presenza saltuaria quando non potevo farlo con quella quotidiana. Ma la distanza fa male lo stesso, anche quando ci si muove, anche quando ci si impegna. Ma la solitudine di una madre da una figlia lontana e di una nonna lontana dai nipoti è una ferita reale, silenziosa, che nessuna telefonata riesce del tutto a rimarginare.
Oggi capisco ancora meglio perché — perché lo vivo dall’altra parte. Perché anch’io aspetto le telefonate dei miei figli, anche se sono vicini, e a volte arrivano brevi, affrettate, piene di buone intenzioni e di vita che si svolge dall’altra parte. Non li accuso — so cosa significa avere una vita che stressa. Ma so anche cosa si sente quando il telefono smette di squillare e la casa torna silenziosa.
È il cerchio che si chiude. Ed è anche un promemoria per tutti noi: ogni generazione è simultaneamente figlia e genitore, e la distanza — geografica o emotiva e generazionale — si accorcia solo con la volontà concreta di farlo.
C’è una poesia di Ada Negri che torna in mente in questi momenti. Breve, quasi sussurrata, eppure capace di dire tutto:
Mi riposo sovente col pensiero in te, madre che non mi parli mai. Ma se il cuor mio s’addolora davvero, a te ritorna, e non altrove, e sai tu sola rimettergli la pace. È tanto il bene che per me si tace.
Ecco cosa vedo, quando guardo quella foto del 1952. Non solo una bambina e sua madre. Vedo il bene che si tace. Vedo una donna che ha scelto lo studio e il lavoro quando non era scontato farlo. Vedo una staffetta silenziosa che attraversa le generazioni e non si ferma.
Buona festa della mamma, Rosa. Dovunque tu sia.

