di Biancastella

Esistono storie che non si trovano nei manuali, nomi che galleggiano nel limbo tra il polveroso archivio cartaceo e l’oblio digitale. Sono le donne che hanno affilato la penna quando era ancora un’arma proibita, scrivendo nell’ombra di una società che non concedeva loro né spazio né voce.
Per la rubrica Storie di donne, ho deciso di mettermi sulle tracce di queste pioniere: menti lucide che, spesso protette da pseudonimi maschili, hanno raccontato il mondo con una prospettiva radicalmente diversa da quella dei loro colleghi. Giuseppina e Sofia Bisi Albini, Olga Ossani, Virginia Guicciardi Fiastri, Alma Gorreta, Maria Perlini, Rita Maranini Melli, Ida Baccini, Jolanda e la più nota Matilde Serao non sono solo nomi su vecchie testate; sono le architette di quel processo lento, faticoso e irrefrenabile chiamato emancipazione.
In questa prima puntata, varchiamo la soglia di un salotto milanese per scoprire una “staffetta” intellettuale unica: quella tra una madre e una figlia che hanno cambiato il volto dell’editoria italiana
Prima Puntata
Due donne, un cognome, una rivoluzione: la staffetta intellettuale di Giuseppina e Sofia Bisi Albini
L’algoritmo non ricorda: il mistero di Giuseppina e la dinastia Bisi Albini
Se digitate il suo nome su un motore di ricerca, il sistema esita. Vi dirà, con la fredda certezza dei dati binari, che non esiste o che state cercando qualcun altro. Eppure, Giuseppina Bisi Albini non è un fantasma, ma la capostipite di una dinastia intellettuale che ha insegnato alle italiane l’arte della penna ben prima di quella del voto.
Il primo ostacolo che si incontra scrivendo di giornalismo femminile dell’Ottocento è proprio il silenzio, ma Giuseppina, è stata vittima di un doppio oscuramento: quello del tempo e quello, involontario, di sua figlia Sofia. Quest’ultima, più moderna, più militante e più digitalizzata ha finito per cancellare la memoria della madre nei database odierni. E così cercando Giuseppina, di cui non troverete neanche un’immagine, viene fuori Sofia. Il legame di sangue fra le due ˗ la madre Giuseppina, la figlia Sofia ˗ ha creato una sovrapposizione storica, per cui oggi il suo nome è poco noto, se non agli studiosi e a chi si occupa di storia del giornalismo. Eppure, la sua opera rappresenta un tassello fondamentale per capire come, ben prima delle conquiste del Novecento, alcune donne seppero ritagliarsi uno spazio nel dibattito pubblico, influenzando idee e mentalità. Non con slogan o militanza, ma con la forza della parola, della coerenza, della competenza. Separare i destini della madre e della figlia, è, tuttavia, impossibile: la loro è una conversazione tra generazioni che merita di essere ascoltata per intero.
Giuseppina: la pioniera del “decoro”
Mentre l’Italia si unificava tra guerre e proclami, Giuseppina Bisi Albini capiva che l’unità del Paese passava anche dai salotti e dalle camerette delle ragazze. Collaborando con testate come La Perseveranza, ha gettato le basi di un giornalismo che era, prima di tutto, una missione pedagogica, nel senso che seppe trasformare il privilegio della formazione in uno strumento di impegno civile e culturale.
Giornalista, scrittrice, saggista, Giuseppina Bisi Albini collaborò con alcune delle principali testate del tempo, tra cui il Corriere della Sera, distinguendosi per uno stile asciutto, privo di vezzi e sentimentalismi, e per l’attenzione costante ai temi sociali. Sulla rivista Cordelia, di cui fu assidua collaboratrice, scriveva di educazione, di diritti, di donne. E lo faceva con una lucidità che ancora oggi sorprende per modernità e precisione. In un’epoca in cui alle donne era concesso ben poco spazio pubblico, Giuseppina scelse la scrittura come strumento di partecipazione e risveglio delle coscienze. Le sue parole davano voce a un’Italia nuova, in cerca di progresso, ma anche intrappolata in vecchie strutture sociali. Parlava di famiglie, di scuola, di emancipazione. Sempre con l’intento di contribuire alla crescita morale e culturale del paese. Riscoprire Giuseppina Bisi Albini significa dare valore a una stagione di pionierismo femminile spesso dimenticata. Ma soprattutto, significa restituire visibilità a chi ha contribuito, con discrezione e coraggio, a costruire le basi culturali di una società più consapevole e inclusiva.

Sofia: la staffetta dell’emancipazione
Se Giuseppina è stata la porta socchiusa, sua figlia Sofia è stata il portone spalancato. Direttrice, madre di quattro figli e animatrice dei circoli intellettuali milanesi, Sofia ha preso l’eredità materna e l’ha trasformata in impegno sociale. Con la sua Rivista per le signorine, il target cambia: non più solo fanciulle da istruire, ma donne da rendere consapevoli. Se sua madre con la rivista Cordelia intendeva formare buone madri e buone spose per la nuova Italia e lo faceva con tono rassicurante e moralistico, Sofia con la sua Rivista per le signorine si rivolge a un pubblico più adulto e consapevole. Non parla più solo di educazione domestica, ma di lavoro, studi universitari e diritti. Il passaggio terminologico da “giovinetta” (soggetta alla famiglia) a “signorina” (individuo che cerca il suo posto nel mondo) è la chiave della loro differenza. Nel 1907, quando fondò la rivista Vita femminile italiana, questa segnò un passo in avanti notevole verso l’emancipazione, o come scrisse nella prefazione del primo numero con una suggestiva metafora: “ […] all’aperto, fuor dei perigliosi scogli dei partiti, lontano dagli insidiosi banchi delle diffidenze e dei pregiudizi che infrangono e arenano le buone iniziative e le operosità più volenterose, noi potremo lottare insieme contro un solo elemento infido – l’ignoranza che è sotto di noi…”
Il rapporto con il Femminismo di Giuseppina e Sofia
La diversità fra madre e figlia si rivela anche nel loro rapporto col concetto di emancipazione femminile. Giuseppina rappresenta l’emancipazione attraverso la cultura. Per lei, una donna istruita era una donna libera, ma non metteva mai in discussione la struttura patriarcale della società. Il suo era un “femminismo implicito”: agiva come professionista ma senza dichiararsi tale. Sofia è, invece, una figura del femminismo pratico. Partecipò attivamente ai congressi femminili dell’epoca, come il 1˚Congresso di educazione femminile che organizzò nel 1907 e il 1˚Congresso internazionale delle donne tenuto a Roma nel 1908. Pur restando nell’alveo del cattolicesimo liberale, Sofia rivendicava il suffragio e l’indipendenza economica. Se Giuseppina era la “pioniera silenziosa”, Sofia era la “militante intellettuale”. Promotrice di un femminismo pratico e moderato, legato all’educazione e alla spiritualità, fu sostenitrice delle teorie di Maria Montessori e grande amica di Ada Negri. Ma oltre ad Ada Negri, Sofia scoprì e incoraggiò moltissime giovani scrittrici, usando le sue riviste come una vera scuola di giornalismo per donne. Durante la Prima guerra mondiale fu interventista e fondò le “Seminatrici di coraggio” sostenendo le famiglie dei soldati e diresse anche la rivista dell’Ente. Promosse i Nidi per i figli dei richiamati (1915), che ebbero grande diffusione.
Lo stile giornalistico
Giuseppina aveva uno stile più letterario, ottocentesco, fatto di consigli, cronache di costume e una scrittura che ricalcava la forma epistolare. Il giornale per lei era come un salotto letterario. Sofia aveva uno stile più moderno, d’inchiesta e di opinione e usava il giornale come una piattaforma di dibattito sociale. Era una giornalista nel senso moderno del termine: cercava il confronto e la polemica costruttiva.
Il “Passaggio del Testimone”
Tuttavia fra le due ci fu una vera e propria continuità professionale: Sofia iniziò a scrivere proprio sulle testate dirette o frequentate dalla madre. Questo dimostra che, nonostante le differenze ideologiche – Sofia era decisamente più “avanti” – ci fu una solidarietà intergenerazionale. Giuseppina non ostacolò la carriera della figlia, ma le fornì il capitale culturale per superarla. Il giornalismo di Giuseppina aveva un ruolo quasi di “precettore privato”, quello di Sofia di coscienza sociale. Insomma Sofia è considerata una figura chiave del primo femminismo moderato in Italia. Ha scritto romanzi di successo e ha avuto un ruolo pubblico molto attivo nel dibattito sull’emancipazione femminile, diventando un simbolo di femminilità attiva, capace di coniugare impegno culturale, spiritualità e responsabilità civile, il che le ha garantito molta più presenza nei database digitali moderni. Morì prematuramente di polmonite nel 1919 e così Giuseppina sopravvisse a sua figlia Sofia di quattro anni (morì nel 1923). Questo ribaltamento temporale ha contribuito a creare confusione nelle biografie, poiché la madre si ritrovò a gestire l’eredità intellettuale della figlia negli ultimi anni della sua vita.
Una scrivania per due Cosa resta oggi di questa staffetta tra madre e figlia? Resta la prova che il giornalismo non è mai un atto isolato, ma una conversazione che attraversa le generazioni. Giuseppina e Sofia non sono solo due nomi da correggere e integrare su Wikipedia; sono il simbolo di un’epoca in cui le donne dovevano inventarsi un mestiere tra le pieghe della vita familiare.
Uno sguardo a due riviste del nascente femminismo italiano: Cordelia e Vita Femminile Italiana
Cordelia Foglio settimanale per le giovinette italiane, venne fondata il 6 novembre 1881 a Firenze da Aurelia Cimiero Folliero De Luna e, sul modello delle pubblicazioni ottocentesche dirette da uomini, si poneva come scopo fondamentale quello di «educare le giovinette».
Nel 1882 la rivista venne rilevata dall’editore Cappelli di Bologna, che modificò il sottotitolo del periodico in Rivista mensile per le giovinette italiane; lo stesso editore nel 1884 ne affidò la direzione a Ida Baccini (1850-1911), già nota autrice di scritti per l’infanzia e conosciuta nell’ambiente giornalistico per le collaborazioni a La Nazione e alla Gazzetta d’Italia. La Baccini diede un nuovo impianto alla rivista grazie a uno stile più vivace, modificandone infatti di nuovo il sottotitolo nel 1884 in Giornale per le giovinette e nel 1910 in Giornale settimanale per le signorine. Ida Baccini continuò a dirigere Cordelia fino alla morte nel 1911.
Vita Femminile Italiana: fu fondata a Roma nel 1907 da Sofia Bisi Albini ed è stata una delle riviste più importanti per il femminismo moderato e cattolico, aperta anche a temi come il suffragio e l’educazione montessoriana.






Dall’inchiostro al pixel: cosa resta della “scrivania per due”?
Osservando oggi le copertine di “Cordelia”, di “Rivista per le signorine” e della “Vita femminile italiana” — di cui vi proponiamo qui le preziose immagini originali — si avverte una profondità che oggi, nell’era dei post effimeri e dei social media, rischiamo di smarrire. Se Cordelia puntava a formare “buone madri” con un tono rassicurante e la rivista di Sofia spingeva le “signorine” verso l’università e il lavoro, entrambe condividevano una certezza: che la cultura fosse l’unico vero strumento di libertà.
In un mondo dominato da algoritmi che tendono a uniformare e dimenticare, la storia di Giuseppina e Sofia ci ricorda che il giornalismo non è mai un atto isolato, ma una conversazione che attraversa le generazioni. Queste testate non erano solo carta stampata, ma “redazioni ombra” dove si decideva il futuro delle donne italiane. Oggi le loro pagine ingiallite non sono reperti di un mondo perduto, ma bussole ancora attuali: ci insegnano che, tra le pieghe della vita quotidiana e familiare, c’è sempre spazio per inventarsi un mestiere e, soprattutto, una voce.