
Le nostre celluline grigie
Cicerone, il quale si guadagnava il pane come avvocato, aveva certo a cuore la propria memoria, per non rimanere come un allocco a metà di una orazione ed evitare scene tipo “Quousque tandem abutere, Ca…Caie? Caesar? Ah sì, Catilina”. Fu forse per questo che si inventò un metodo per ricordare meglio.
Allo stesso obiettivo si applicarono gran filosofoni del passato, con le loro Ars memorandi, basate su principi complicati, ruote mnemoniche, tecniche di combinazione di concetti e altre per me incomprensibili associazioni di idee. Le associazioni si rafforzavano, quando ai concetti si combinavano le immagini: ricordare per verba e per figuras.
Mi chiedo se l’onda lunga di queste tecniche dei secoli lontani non sia finita a lambire la didattica della mia prima elementare. Penso all’aula tappezzata di tabelloni con il disegno dell’albero accanto alla lettera “A”, della nuvola con la “N” e così via. Questo efficace metodo didattico ha scolpito l’alfabeto e il suo uso nelle nostre giovani capocce.
Pare poi che, quando si impara qualcosa, o si risolve un problema, se ne tragga un godimento intellettuale dovuto alla produzione di dopamina, affermazione questa che mi richiederebbe di addentrarmi in campi sconosciuti. Di sicuro a scuola grande goduria intellettuale non ne ho provata, oberata come ero da compiti, insegnanti, genitori, compagni molesti. Però posso dire che la risoluzione di un gioco enigmistico dà senz’altro piacere. È un balsamo per le nostre mentine fresche.
Per idratare le vostre celluline grigie, come dice sempre un detective belga, propongo una crittografia sinonimica ideata da Paggio Fernando nel 1889, chiave 7, 2, 4. La soluzione si ottiene riflettendo sulla posizione rispettiva delle sillabe, l’una sopra, l’altra sotto.
AL
RI
GO
(Per chi non avesse voglia e tempo di risolverla, pur essendone sicuramente in grado, pure bendato e con una mano legata, mi permetto, senza offesa: RI sotto AL su GO = Risotto al sugo).

