Donne tipografe: storie senza volti

Lo abbiamo ripetuto così spesso da sembrare un tormentone, ma il problema persiste: la storia, almeno fino agli anni ’70 del XX secolo, ha ignorato o dimenticato i contributi delle donne in quasi tutti i campi della conoscenza, dell’arte e delle attività produttive e quello della tipografia e dell’editoria non fa eccezione. Per questo la ricerca, soprattutto in Italia, è piuttosto indietro e le fonti devono essere ancora ampiamente scandagliate. È proprio compulsando una fonte preziosa, quali sono i cataloghi cartacei della storica Biblioteca Universitaria di Bologna, che una appassionata bibliotecaria, Rita Giordano che purtroppo ci ha lasciato troppo presto, ha dato una notevole spinta alla ricerca dei prodotti della stampa firmati da donne a partire dagli incunaboli fino al XIX secolo. Dalla sua ricerca è nata nel 2003 una Mostra e il relativo catalogo, che come direttrice allora della BUB ho voluto e organizzato insieme alle mie colleghe. La maggiore soddisfazione che, tuttavia, come studiosi si può avere è constatare che il proprio lavoro è stato apprezzato non solo dai numerosi visitatori ma in particolare dai colleghi che lo hanno continuato, in altri contesti, biblioteche ed archivi, con studi e ricerche successive nelle quali hanno sempre citato la nostra mostra e il catalogo come loro imprescindibile riferimento bibliografico.

Ma perché è importante approfondire gli studi e le ricerche sulle presenze femminili nei mestieri del libro se in fondo non servirà a mutare la sua storia, già delineata e ben consolidata. Ebbene, non solo per dare un nome e un volto a queste donne, ma, come accade a ben guardare nella storiografia degli ultimi cinquant’anni più attenta ad analizzare microstorie, singole realtà e luoghi, per trarre nuovi indizi e spunti preziosi per la ricostruzione storica generale. Scavare in questa materia per cercare le presenze femminili così nascoste, permette, infatti, di ricostruire una rete di relazioni, di storie familiari, di dinamiche imprenditoriali prima poco note. Riportare alla luce una campionatura sia pure limitata di donne che si sono cimentate nell’arte tipografica, permette alcune considerazioni interessanti e sollecita molte domande cui cercare risposte. Per esempio come mai in Italia la presenza delle donne tipografe è piuttosto consistente nel XVI secolo per poi scemare nei secoli successivi almeno fino all’Ottocento – forse c’è di mezzo la Controriforma e poi la Rivoluzione francese? –  e come mai soprattutto nell’Europa continentale è presente un numero elevato di donne tipografe, per la maggior parte vedove.  Come è noto, nei secoli passati la donna è sempre stata priva di diritti giuridici e patrimoniali, sottomessa prima ai padri e poi col matrimonio ai mariti che avevano anche il compito di amministrare la loro dote. L’occasione per godere di una certa libertà e assumere anche una maggiore autonomia nell’attività lavorativa era proprio lo status di vedovanza. Così, spesso, per non abbandonare un’impresa tipografica fiorente, “le vedove” che evidentemente anche in precedenza collaboravano nell’officina di famiglia senza comparire, prendevano le redini dell’azienda firmandosi però non col loro nome ma come “vedova di”. Questo è dimostrato dai numerosi frontespizi che sono stati esaminati e dalle cui note tipografiche compaiono tantissimi nomi di vedove di stampatori, molti di più in Francia e in Germania, ma anche in Italia. Nei principali centri tipografici del ‘500, compaiono alcune stampatrici: a Venezia Elisabetta Rusconi; a Roma Girolama, vedova di Baldassarre Cartolari che produsse un centinaio di edizioni dal 1543 al 1559 e Paola, vedova di Antonio Blado, che resse l’azienda insieme al genero e al figlio dal 1567 al 1588; a Napoli la vedova di Sigismund Mayr, Caterina De Silvestro che guidò la tipografia dal 1517 al 1525.   Nel ‘700 Margherita Dall’Aglio, vedova di Giambattista Bodoni, famoso tipografo, continuò con grande professionalità l’attività del marito, producendo un Manuale tipografico che comprendeva molti più caratteri di quello stampato anni prima dal marito. C’è poi il caso della vedova Pomba che si trovò a gestire l’azienda dopo la morte del marito, preparando la strada al figlio Giuseppe che sarà il fondatore della UTET. Per completezza di informazione dobbiamo però dire che non compaiono solo le vedove, che sono comunque in numero altissimo, ma ci sono anche alcune tipografe che hanno avuto l’occasione di gestire l’impresa di famiglia con il loro nome, anche se molte compaiono aggregate ai figli o con soci maschi e ci sono poi aziende famose nelle quali l’impresa fu portata avanti prima dalla vedova madre e poi dalla vedova figlia. E per non lasciare indietro nessuna donna non possiamo non menzionare le monache del Convento femminile domenicano di S. Giacomo a Ripoli dove si cominciò a produrre libri fin dal XIV secolo. Subito dopo l’invenzione della stampa, infatti, nel convento fu allestita una tipografia che lavorò dal 1476 al 1484 e le monache, sotto la direzione del padre economo Domenico da Pistoia e del padre confessore Pietro da Pisa, lavorarono come compositrici-tipografe producendo circa un centinaio di opere. Risulta anche che le monache più attive, Suor Marietta e suor Rosarietta ricevevano un compenso di 15 lire al mese e che i committenti erano molte famiglie nobili fiorentine fra cui i Rucellai, i Gucci, gli Aldobrandini.  Come accadeva spesso per gli incunaboli, che mantenevano la forma del codice, le iniziali non venivano stampate, bensì miniate secondo l’uso dei manoscritti e questo le monache lo facevano in modo egregio molto prima che la stampa fosse inventata. Non abbiamo citato le più famose vedove straniere, come Jeanne Riviere Plantin che nel XVII secolo fece prosperare la grande officina tipografica Plantin di Anversa passandola poi dal marito al genero, o la vedova Boom che alla fine del’600 lavorò ad Amsterdam e ancora Anna Berg che a Monaco di Baviera stampava magnifici libri illustrati.

Altri studi, ricerche e convegni sono stati fatti dopo il 2003, ma repertori corposi come quelli cui si può attingere per le grandi aziende tipografiche che hanno stampato dalle origini al XIX secolo sono ancora molto lontani dall’essere completati, anche se le giovani storiche del libro e della stampa sono oggi sempre più consapevoli dell’importanza di sollevare il velo dell’oblio anche sulle donne tipografe, per secoli protagoniste di storie senza volti.    Chi sono