Le donne e la fatica di scrivere

di Gabriella Mignani

Storie di donne 58 a cura di Biancastella

“La stanza tutta per sé” è una salvezza o rischia di diventare una prigione?

Benvenute e benvenuti a un nuovo appuntamento di Storie di donne!

Pochi giorni fa, grazie all’articolo di Silvia Palandri, avevamo ripercorso le tappe del riconoscimento delle donne nella storia dell’arte e le battaglie per restituire loro voce nelle accademie e nei musei. Oggi continuiamo questo viaggio nel mondo della creatività femminile cambiando sguardo, tono e linguaggio insieme a Gabriella Mignani, che comincia con questo pezzo Le donne e la fatica di scrivere la sua collaborazione al nostro Blog

Con uno stile intimo e confessionale, Gabriella mette a confronto la sorte di molte artiste visive con il tormento interiore di grandi scrittrici e poetesse del passato. Se la pittura sembra aver concesso uno spazio di affermazione più vitale, la scrittura pare aver chiesto in cambio un prezzo di isolamento e sofferenza esistenziale elevatissimo.

Un contributo ricco di spunti e ricordi personali che si aggancia perfettamente alle nostre ultime riflessioni e che vi invito a leggere e commentare.

Buona lettura! Biancastella

Nel mio percorso di scrittrice e operatrice culturale, mi sono trovata spesso a riflettere sul destino avverso che ha accomunato molte scrittrici, e soprattutto poetesse, peraltro diverse fra loro per epoche e luoghi di vita, formazione e interessi culturali.

Un destino in parte scelto, in parte subito, ma che comunque testimonia un disagio esistenziale non paragonabile a quello delle pittrici, che spesso, invece, ebbero vite piene, interessanti e, comunque, non così drammatiche, pur essendosi affermate più tardi e faticosamente rispetto agli uomini, nel mondo dell’arte.

Nei secoli passati, è ovvio e persino superfluo, ricordare come l’affermazione delle donne nei vari settori artistici sia stata difficile, ostacolata, a volte repressa.  Eppure, nell’ambito dell’arte visiva, le donne hanno avuto migliore fortuna, anche nei secoli più bui, delle loro “colleghe” scrittrici.

Esempio in positivo per tutte, Sofonisba Anguissola (Cremona 1532, Palermo 1629) prima pittrice italiana a conquistare fama internazionale nel tardo Rinascimento, ebbe una vita lunga, piena e ricca di soddisfazioni in tutti i campi. Già il padre (cosa insolita per quei tempi) ne riconobbe il talento e le consentì di studiare pittura. I suoi dipinti furono apprezzati persino da Michelangelo e da Papa Pio IV, che le commissionò dei ritratti. Viaggiò molto e fu dama di corte della regina di Spagna Elisabetta di Valois. Ebbe due mariti di cui uno molto più giovane di lei. Non fu madre, ma realizzò se stessa ed è un personaggio eccezionalmente moderno.

 Ebbe invece una vita drammatica Artemisia Gentileschi, divenuta simbolo dell’oppressione e insieme, della riscossa femminile ma ciò non le impedì di vivere a lungo e lavorare molto, senza lasciarsi travolgere dalle vicende personali.

 Da Artemisia a Vanessa Beecroft, scultrice contemporanea, genovese ma molto attiva a Palermo (un destino artistico che la collega, in qualche modo, a Sofonisba), la storia delle donne protagoniste, nei secoli, dell’arte visiva è difficile, certamente, ma non così tragica come quella di molte (troppe) scrittrici: spesso sole, incomprese, malinconiche (oggi si direbbe: depresse).

Le mie, ovviamente son solo intuizioni e riflessioni, su cui il dibattito è aperto.

Cito solo alcuni esempi, riferiti ai due secoli scorsi.

Una delle più grandi poetesse dell’Ottocento, la statunitense Emily Dickinson, (Massachusetts, 1830 -1886), si chiuse in casa a venticinque anni e non ne uscì che da morta a 56.

Le sorelle Bronte Anne, Emily e Charlotte, tutte e tre scrittrici inglesi del periodo vittoriano: le prime due morirono giovanissime di tisi, e in solitudine. Solo l’ultima, Charlotte, quella più famosa anche in vita, sfiorò la felicità e il miraggio di un’esistenza normale (si era sposata, a trentotto anni con un pastore protestante), ma morì appena un anno dopo, mentre aspettava il suo primo figlio.

Ne scrisse la biografia un’ altra famosa scrittrice dell’epoca, Elisabeth Gaskell, amica di Charlotte.  Apparentemente meno tormentata, in realtà non superò mai la morte dell’unico figlio e fu il dolore a spingerla a scrivere di “ coloro che non hanno storia “: le donne soprattutto e, in particolare, quelle delle classi subalterne.

Neanche la femminista ante litteram Virginia Woolf sfuggì a un destino tragico: vittima di una forma di psicosi depressiva e consapevole che la sua malattia stava peggiorando, si suicidò, annegandosi nel fiume Ouse, dopo aver lasciato una bellissima lettera d’amore al marito.

Vittima di una malattia mentale (probabilmente una forma di depressione bipolare) fu anche quella che è considerata una delle maggiori poetesse italiane del Novecento: Alda Merini, milanese del 1931, morta nel 2009. Nella  mia attività di giornalista,  ho avuto modo di conoscerla e intervistarla. Mi è rimasta impressa  la sua ironia, che non le impedì però di soffrire molto e di subire (anche per la scarsa comprensione del marito) diversi ricoveri in manicomio, quando ancora esistevano ed erano dei luoghi terribili.

In questo breve e ovviamente incompleto excursus sulla sofferenza delle scrittrici, che non conosce significative differenze di luoghi, come non citare Silvia Plath (Boston 1933, Londra 1963) poetessa ma anche romanziera e drammaturga che, nonostante un matrimonio e due figli, mise fine alla sua vita, suicidandosi a soli trent’anni?  Neanche l’amore appare salvifico nel tormento che la fatica di scrivere inevitabilmente porta con sé.

L’ altra grande poetessa milanese del Novecento, Antonia Pozzi, (1912-1938) si suicidò a soli 26 anni, forse perché l’amore le mancava o perché un male di vivere, dovuto anche alla situazione politica del tempo, la tormentava fino al punto di rendere intollerabile un’esistenza peraltro agiata e priva di grandi dolori.

Anche Amelia Rosselli, poetessa e musicista (Parigi 1930, Roma 1996), figlia di Carlo e nipote di Nello, assassinati dai fascisti a Parigi nel 1935, visse da esule il periodo della dittatura, viaggiando per il Mondo da apolide, come si definiva.  Amò e tradusse Silvia Plath, con cui condivise la tragica scelta di porre fine ai suoi giorni, a Roma, nel 1996, dopo vari episodi depressivi e una diagnosi di schizofrenia.

  Mi fermo qui, con un’ipotesi: forse il “mestiere di scrivere“ è più solitario che quello di dipingere?  Forse la famosa “stanza tutta per sé“, cui aspirava Virginia Wolf, può diventare infine una prigione?




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