Aposa, la sposa leggendaria

di Serena Bersani

Storie di donne 56 a cura di Biancastella

Mi fa piacere ripubblicare oggi, nella rubrica Storie di donne, un testo che è tratto dal volume di Serena Bersani intitolato 101 donne che hanno fatto grande Bologna ( Newton Compton 2012). È stata l’autrice stessa a volere che lo ospitassi sul blog, e l’ho fatto volentieri, perché racconta un momento che ci riguarda da vicino: quello in cui una città prende forma e trova il suo nome. A Bologna, secondo la leggenda, il nome arriva due volte, e tutte e due le volte da una donna.

Il racconto si muove tra storia e mito con il passo di chi sa che le città hanno bisogno di entrambi. Lo lascio parlare da solo, e aggiungerò in fondo qualche riflessione.

illustrazione di fantasia generata dall’AI

Un tempo dove oggi sorge Bologna non c’era nulla. Solo un pezzo indefinito di pianura padana ammantata da inverni brumosi, abbrustolita da estati assolate.

Niente portici né torri né monasteri né basiliche né strade, solo pianura fertile e acqua. L’elemento da cui tutto ebbe inizio percorre il sottosuolo della città come le vene e le arterie in un corpo vivo estendendosi per circa 10 km.

Ed è questo sistema circolatorio, l’antichissimo torrente Aposa, l’unico corso d’acqua ad attraversare la città dal Ravone al canale delle Moline, a cui è legata la nascita nel VI secolo a.C. della etrusca Felsina, poi Bononia in epoca romana. L’elemento femminile connnota il venire alla luce della città. In forma allegorica Bologna è infatti rappresentata da una fanciulla in armi simile a Minerva, Felsina, appunto. E un’altra fanciulla dà il nome a quel torrente da cui tutto ha avuto origine.

Figura leggendaria certo, ma proprio per questo a prova di smentita. Aposa era la donna amata dal re etrusco Fero, il primo a costruire in questa fertile zona padana, un villaggio di capanne, lungo un corso d’acqua. Fero proveniente da Ravenna si era fermato qui con i suoi uomini e aveva cominciato a erigere una città, partendo proprio da un’infrastruttura importante come il ponte costruito per collegare le due sponde del canale nella zona dell’attuale piazza Calderini.

Ma quel vitale torrente era destinato a essere anche fonte di sciagura per il re etrusco. Durante una piena le acque inghiottirono Aposa, il cui corpo non venne più ritrovato. Fero volle dare allora il nome della donna amata a quel torrente che se l’era portata via.

Da allora, l’Aposa rappresenta qualcosa di più di un semplice corso d’acqua. Un confine, un simbolo, basti pensare che ancora tra l’XI e il XII secolo i professori dello studio non potevano insegnare nella parte di Bologna che si trovava al di là dell’Aposa. Il torrente segnava infatti il confine della città regia, al di fuori del quale non valevano i diritti di immunità.

Ma l’acqua torna ancora nella leggendaria esistenza di Fero, che ormai anziano si mise a costruire delle mura intorno a quel villaggio negli anni diventato una città. In un assolato giorno d’estate, affaticato a accaldato durante una sosta da lavoro, chiese da bere alla figlia Felsina. Questa rivelò di aver avuto un sogno divino e gli offrì un recipiente pieno d’acqua a patto che Fero desse il suo nome al nuovo insediamento. Il padre bevve e mantenne la promessa. L’amata Aposa venne dunque resa immortale dal nome dato al torrente mentre Felsina da quello dato alla città che era sorta sui suoi argini.

Il mito vuole che Bologna originata delle acque dell’ Aposa, dalle stesse acque verrà distrutta. È una leggenda, d’accordo, ma mai sfidare una profezia etrusca e mai mettere in dubbio il potere di una donna.

La storia di Bologna comincia con una Felsina etrusca nel VI secolo a.C., destinata a diventare Bononia con i Romani. La leggenda vi aggiunge due donne: Aposa, che dà il nome all’acqua, e Felsina, che lo dà alla città.

Le due figure non hanno lo stesso destino. Felsina resta e si trasforma nella città stessa, che nell’iconografia bolognese ha il volto di una fanciulla armata, simile a Minerva. Aposa scompare: il racconto non le concede una parola né un gesto, ricorda soltanto che fu amata e che una piena la portò via. Il suo nome, però, è sopravvissuto a tutto il resto, e ancora oggi lo porta il torrente.

Come spesso accade con i miti di fondazione, la leggenda non ha una versione sola. In alcuni racconti Aposa è una principessa dei Galli Boi e Fero il principe etrusco che l’ama; in altri è la moglie di un guerriero venuto dall’Oriente e muore annegata mentre si bagna in un giorno d’estate. Cambiano i popoli, i ruoli, le stagioni; restano l’acqua e il nome. Quando e da chi la storia sia stata fissata per la prima volta è una questione per gli storici, e qui non pretendo di risolverla.

Una cosa però si può dire senza bisogno di bibliografie: la donna che dà il nome è sempre quella che sparisce. Non fonda, non costruisce, non decide, e il suo nome resta perché lo pronuncia un altro. È una sorte che chi si occupa di storie di donne conosce bene: ricordate per il posto che hanno occupato nella vita di qualcuno più che per ciò che hanno fatto. Aposa ne è il caso limite, perché di lei non resta nemmeno il volto.

Chi oggi cammina sotto i portici di Bologna non la vede. Ma l’Aposa è ancora lì, sotto i suoi passi, e continua a scorrere con il nome di una donna che nessuno ha mai ritrovato. ( Nelle foto il torrente Aposa oggi ) Biancastella

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