Yang Lian, Premio LericiPea alla Carriera 2026: poesia, libertà ed esilio

di Adriana Beverini

Eventi e commenti culturali a cura di Biancastella

Il poeta cinese Yang Lian riceverà a Villa Marigola il Premio Internazionale LericiPea alla Carriera 2026. Una storia segnata dalla poesia, da Tienanmen e dall’esilio, fino ai versi di “1989”.

Domenica 27 settembre alle ore 17.30, a Villa Marigola (San Terenzo di Lerici), si svolgerà la cerimonia di conferimento del Premio Internazionale LericiPea alla Carriera 2026 a Yang Lian, una delle voci più autorevoli della poesia contemporanea internazionale.

L’incontro sarà introdotto dal poeta e scrittore Giuseppe Conte, presidente della Giuria del Premio. A dialogare con Yang Lian saranno Davide Rondoni e Irene Santori.

In apertura, dopo i saluti istituzionali di Marco Russo, sindaco di Lerici; Pierluigi Peracchini, sindaco della Spezia; Andrea Corradino, presidente di Fondazione Carispezia; Andrea Cantadori, prefetto della Spezia, Yang Lian leggerà un suo discorso e un componimento inedito scritto nel luglio 2026 e dedicato proprio a Lerici: “Guardandoli partire”. Interverrà inoltre l’artista Marco Nereo Rotelli. Conduce Lucilla Del Santo, project manager del Premio LericiPea.

La Storia e chi riesce a sfuggire alla sua “rete a strascico”

Scriveva Montale nella poesia “La Storia”:

La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.

Uno di questi sfuggiti (per sua fortuna) alla rete a strascico della storia che tutto trascina con sé è Yang Lian, uno dei più importanti e influenti poeti cinesi contemporanei viventi, noto per la sua forte personalità intellettuale e per la strenua difesa della libertà espressiva; una figura chiave della cosiddetta «poesia oscura» o «poesia brumosa» (Menglong Shiren), una corrente nata alla fine degli anni ’70 in reazione alle restrizioni culturali della Rivoluzione Culturale.

Il termine, ormai acquisito alla storia della poesia cinese, ebbe inizialmente un intento dispregiativo da parte dei funzionari governativi del regime comunista, che accusavano queste poesie di essere “nebulose”, “oscure” e incomprensibili, poiché rifiutavano il realismo socialista imposto dal Partito.

Per decenni, infatti, la letteratura cinese aveva dovuto celebrare esclusivamente la collettività, il Partito e la figura di Mao, mentre i poeti brumosi (tra cui Yang Lian, Bei Dao, Gu Cheng e Shu Ting) hanno reintrodotto per la prima volta l’io individuale, il dubbio, la sofferenza personale e l’uso di metafore complesse ispirate al modernismo occidentale.

Tienanmen e i poeti della protesta

Quando, dopo un mese di proteste popolari, il 4 giugno del 1989 il governo di Deng Xiaoping inviò l’esercito e i carri armati per sgomberare con la forza piazza Tienanmen, occupata dal mese di maggio specialmente dai giovani universitari che chiedevano un cambio di regime e più democrazia, Yang Lian aveva trentaquattro anni (è nato nel 1955) e non si trovava a Pechino ma in Nuova Zelanda, dove era stato invitato a leggere le sue poesie.

Seguiva però attentamente e con preoccupazione, anche da lontano, ciò che stava accadendo nel suo Paese e, quando la leadership del Partito Comunista Cinese scelse la linea dura e l’esercito ricevette l’ordine di sgomberare la piazza con i carri armati, provocando la morte di centinaia (secondo alcune fonti migliaia) di civili disarmati, da subito ne condannò pubblicamente l’azione, venendo perciò dichiarato persona non grata e costretto all’esilio definitivo. Da allora vive e lavora in Occidente, principalmente tra Londra e Berlino.

Molto peggio che a lui (di cui tra poco riparleremo) andò a poeti come Yihe (骆一禾), Liao Yiwu e Liu Xiaobo (刘晓波).

Il primo, Yihe (骆一禾), poeta di spicco della sua generazione, partecipò attivamente alle manifestazioni a Pechino e sostenne con forza gli studenti impegnati nello sciopero della fame ma nel maggio, a causa dello stress estremo e delle privazioni, prima dell’arrivo dei carri armati subì un’emorragia cerebrale improvvisa, morendo in ospedale il 31 maggio, appena quattro giorni prima del massacro finale.

Liao Yiwu (廖亦武) invece, pur non essendo stato ucciso, è diventato il simbolo della persecuzione dei poeti di Tienanmen perché all’indomani del massacro registrò una potentissima poesia-lamento intitolata Massacre (屠杀, Massacro), in cui definiva i leader cinesi “macellai”. Per questo componimento fu arrestato, torturato e condannato a 4 anni di carcere duro, prima di riuscire a fuggire in esilio in Germania. La poesia è considerata uno dei testi di protesta più potenti del ventesimo secolo cinese. Non potendo pubblicarla stampata a causa della censura, Liao Yiwu la registrò su un’audiocassetta, recitandola imitando i lamenti rituali cinesi per i defunti, urlando e invocando le anime delle vittime.

La poesia si apre e si sviluppa con toni crudi e implacabili:

“Spara! Spara! Spara!
I macellai continuano a colpire, il potere trionferà per sempre…
Fucilate questi studenti, fucilate questi operai, fucilate questi bambini…”

Liu Xiaobo (刘晓波), intellettuale, critico letterario e poeta, uno dei leader storici della protesta in piazza, arrestato subito dopo il 1989, passò gran parte della vita dentro e fuori dalle prigioni cinesi. Nel 2010 gli fu assegnato il Premio Nobel per la Pace, ma il governo non gli permise di ritirarlo. È morto in detenzione nel 2017 a causa di un tumore non curato tempestivamente, diventando un altro “martire” indiretto di quel movimento.

La Storia però, anche se, come appunto scrive Montale, “non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta”, non dimentica. È questa la sua maledizione. O meglio la maledizione degli aguzzini che hanno commesso massacri e delitti.

Yang Lian, dalla Cina all’esilio

E infatti, grazie al Premio di Poesia LericiPea, avremo modo di conoscere il 27 settembre a Villa Marigola uno degli scampati al massacro di Piazza Tienanmen, il poeta Yang Lian.

Nato in Svizzera da genitori diplomatici, ma cresciuto a Pechino, per le sue idee durante la Rivoluzione Culturale venne inviato nelle campagne per la “rieducazione attraverso il lavoro”. E fu proprio in questo periodo che iniziò a scrivere versi che, considerati però troppo complessi e provocatori, attirarono presto le critiche del regime comunista. Era infatti proprio grazie a una poesia volutamente allusiva, che usava metafore invece di denunciare apertamente, che i poeti cinesi riuscivano a sfuggire alla censura del Governo.

Dopo che la notte di Tienanmen ha segnato la fine fisica del movimento dei Poeti Brumosi in patria, Yang Lian che – come abbiamo detto – al momento del massacro di Piazza Tienanmen, il 4 giugno 1989, si trovava fisicamente ad Auckland, in Nuova Zelanda, per una conferenza sulla poesia, impossibilitato ad agire a Pechino usò la scrittura come “il suo unico modo di aiutare” e protestare a distanza.

La sua risposta immediata fu, oltre ad organizzare cerimonie commemorative per le vittime, quella di organizzare e guidare accese proteste pubbliche ad Auckland insieme al collega Gu Cheng e alle rispettive famiglie. Durante queste manifestazioni essi esponevano cartelli e caratteri cinesi dal forte valore simbolico (come il carattere per “offerta ai morti”), denunciando apertamente le azioni del governo di Pechino davanti alla comunità internazionale.

Ma non solo: oltre ad organizzare manifestazioni politiche e festival artistici di commemorazione in Nuova Zelanda (come il festival China: The Survivors), per denunciare le violenze del Partito Comunista Cinese Yang Lian scrisse anche la celebre poesia intitolata proprio “1989”, considerata uno dei testi letterari più potenti scritti a caldo sul massacro. Da allora è rimasto in esilio in Occidente.

Nel testo di 1989, Yang Lian scrive la durissima frase: «Ancora una volta il macello, il sangue è ancora l’unico paesaggio famoso», denunciando come la storia cinese tenda ciclicamente a ripetersi attraverso la violenza di Stato.

La poesia si chiude dicendo: «Questo è senza dubbio un anno perfettamente ordinario», un’ironia amara rivolta sia all’indifferenza del resto del mondo, sia ai tentativi immediati del governo cinese di censurare l’accaduto e far finta che a Pechino non fosse successo nulla. L’obiettivo di Yang Lian non era infatti fare semplice propaganda o cronaca giornalistica, ma quello di trasformare l’emozione politica collettiva e il dolore per i ragazzi uccisi nella forza universale della poesia.

A causa di questi scritti e delle proteste pubbliche da lui coordinate, le autorità cinesi decisero di non rinnovargli il passaporto, bandirono ufficialmente le sue opere in patria e lo costrinsero a diventare a tutti gli effetti un rifugiato politico in esilio definitivo.

Da allora vive e lavora in Occidente, principalmente tra Londra e Berlino.

“1989”, la poesia dedicata alle vittime

La poesia di Yang Lian unisce la profondità della forma e della filosofia classica cinese con le tensioni formali e l’avanguardia della letteratura occidentale. La critica ne loda la densità metaforica e la capacità di trasformare la condizione personale di sradicamento e di esilio in una riflessione universale sulla solitudine e sulla coscienza dell’uomo moderno.

È storicamente molto legato ad altri artisti dissidenti cinesi, in particolare al celebre artista visivo Ai Weiwei. Tutta la sua intera produzione artistica successiva è rimasta profondamente influenzata dal trauma di Tienanmen, così come la celebre poesia intitolata proprio “1989”, che abbiamo già citato.

Inserita nel volume Origine a cura di Tomaso Kemeny (Cantos Editore), è dedicata alle vittime e alla condanna del massacro. La parola poetica di Yang Lian nasce in cinese ma poeta in un passaggio di ritmi e sonorità, lavora personalmente al testo insieme con la sua voce privilegiata, quella di Brian Holton che lo traduce in inglese fin dagli anni ’90. La traduzione in italiano della poesia 1989 è di Tomaso Kemeny, già premiato con il Premio LericiPea per la Carriera nel 2022.

1989

who says the dead can embrace? like fine horses manes silver grey
standing outside the window in the freezing moonlight the dead are buried in the days of the past
in days not long past madmen were tied onto beds rigid as iron nails
pinning down the timbers of darkness
the coffin lid each day closing over like this

who says the dead are dead and gone? the dead enclosed in the vagrancy of their final days
are the masters of forever
four faces of their own on four walls butchery yet again blood
is still the only famous landscape
slept into the tomb they were lucky but they wake again in a tomorrow the birds fear even more
this is no doubt a perfectly ordinary year

1989

chi dice che i morti possono abbracciare?
come cavalli meravigliosi criniere grigio argento stando fuori dalla finestra nella gelida luce lunare
i morti vengono sepolti nei giorni del passato
in giorni passati da poco i pazzi furono legati ai letti rigidi come chiodi di ferro
a bloccare il legname dell’oscurità
il coperchio della bara ogni giorno serrando in questo modo

chi dice che i morti sono morti e andati? i morti avvolti nel vagabondaggio dei loro giorni estremi sono per sempre i padroni
quattro loro volti su quattro mura tuttavia ancora macelleria sangue è ancora l’unico paesaggio famoso
a dormire nella tomba furono fortunati ma si risvegliarono in un domani gli uccelli temono persino di più
questo senza dubbio è un anno perfettamente ordinario

(Traduzione di Tomaso Kemeny)

L’incipit della poesia si apre con una domanda drammatica: chi dice che i morti possano abbracciare? L’immagine lirica successiva, e apparentemente dolce, dei cavalli (“criniere grigio argento”) viene però subito raggelata dal contesto: fermi sotto una “luna gelida”, cosicché essi vengono a rappresentare i fantasmi dei giovani uccisi che assediano la memoria del poeta.

Anche il riferimento ai “pazzi legati ai letti” richiama la brutale repressione psichiatrica e fisica del dissenso politico operata dal governo cinese, così come la rigidità dei letti e i chiodi che fissano “i legni dell’oscurità” evocano sia le bare delle vittime, sia una cappa opprimente che blocca il futuro del Paese nell’oscurità della censura.

Le opere di Yang Lian

Tra le sue pubblicazioni ricordiamo:

Dove si ferma il mare (2004, ristampato nel 2016 da Damocle Edizioni)

Venice Elegy (2019, Damocle Edizioni), un libro d’artista arricchito dalle immagini di Ai Weiwei

Origine (2020, Jaca Book)

In simmetria con la morte (2022, Aragno)https://speziamirror.it

Villa Marigola (Lerici)

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