Miti da sfatare: ritratto del professionista più incompreso d’Italia
di Biancastella


Esiste una figura mitologica che nasce quasi insieme alla scrittura che, nella società contemporanea, ci appare, invece, un’entità sospesa tra il guardiano di fari ormai dismessi e l’addetto alle fotocopie e alla consegna dei libri: il bibliotecario. Per la stragrande maggioranza della popolazione — alfabetizzata a stento ma abilissima nello scorrere gli schermi dei cellulari a pollice spianato — la giornata tipo di questo sventurato oscilla tra due sole mansioni ad alto valore aggiunto. La prima consiste nel percorrere lunghi corridoi e nell’arrampicarsi su scalette cigolanti nei depositi underground per recuperare un volume impolverato; la seconda, ben più complessa, risiede nel premere il tasto verde di una macchina fotocopiatrice costantemente inceppata, il tutto mentre scandisce con sguardo vitreo il suo unico, disperato mantra: “SSSST!”.
Se chiedete all’utente medio cosa faccia un bibliotecario, vi risponderà nella maggior parte dei casi: “Beh, sta lì a leggere tutto il giorno, no?”. Nell’immaginario di chi confonde la cultura con un post sui social, la biblioteca è l’unico ammortizzatore sociale al mondo dove si viene stipendiati per fare ciò che si farebbe sul divano di casa. Con l’unica fastidiosa differenza che lì le sedie sono di legno e la polvere è filologicamente certificata.
E invece le cose stanno diversamente. Fu Umberto Eco a ricordare – con quella raffinata perfidia che oggi appare persino troppo generosa – che “il compito di un bibliotecario è di dare al lettore il libro che chiedeva, ma anche di dargliene un altro che non sapeva di volere”. E infatti la sua biblioteca personale apparentemente si mostra “disordinata”. Il suo concetto di biblioteca è, invece, sublime, se non fosse che oggi il lettore non sa neppure cosa stia cercando in partenza. Ma, soprattutto, Eco non si stancava di evidenziare la differenza abissale tra l’accumulo indistinto di un motore di ricerca e la coerenza organica di un catalogo collettivo. Una lezione del tutto incomprensibile per le generazioni attuali, cronicamente intossicate dall’illusione che l’Intelligenza Artificiale possieda lo scibile umano. Peccato che l’AI mastichi e risputi soltanto ciò che è stato digitalizzato — ovvero una frazione irrisoria del sapere — restando completamente cieca di fronte all’immenso patrimonio cartaceo ancora da scansionare. E mentre l’algoritmo “allucina” con fesserie inventate di sana pianta per compiacere l’utente, il bibliotecario domina la tracciabilità delle fonti, la filologia dei testi e la rete invisibile che lega i documenti reali. Non solo, ma è probabile che nell’ultima settimana abbia discusso un capitolato per la digitalizzazione di un fondo manoscritto, abbia litigato con un fornitore informatico sulla compatibilità di un catalogo o magari abbia salvato un incunabolo dall’umidità di un calorifero troppo generoso.
Invece di essere riconosciuto come l’ultimo baluardo del discernimento umano, il bibliotecario moderno viene trattato alla stregua di un commesso dell’alfabeto, oppure viene osservato con la tenerezza riservata alle cose in via di estinzione. Assistiamo così al grottesco trionfo della pigrizia digitale: gente convinta che un prompt mal formulato valga più di secoli di catalogazione, salvo poi scoprire che se cerchi un’informazione critica sul web finisci nel buco nero di uno sponsor o di una fake news, mentre chiedendo a quel signore dietro al bancone ti ritroveresti in mano la fonte primaria. Su questo equivoco – il sapere come miniera a cielo aperto, dove basta scavare con le mani nude – lasciò un’osservazione tagliente ancora una volta Umberto Eco, in una conferenza sulle biblioteche che ebbi io stessa l’occasione di presentare. Diceva, con la consueta bonaria spietatezza, che gli studenti si illudevano di trovare tutto attraverso internet, ignorando l’esistenza dei cataloghi – anche collettivi – delle biblioteche: risultato, o dichiaravano solenni che “non c’era niente” su un argomento, oppure ne uscivano sommersi da una valanga di informazioni che con la loro ricerca non avevano nulla a che fare. Il motore di ricerca accumula, diceva, non discerne. Il linguaggio biblioteconomico, quello sì, sa distinguere – ed è il bibliotecario a parlarlo correntemente, come una lingua madre che nessun algoritmo ha ancora imparato a balbettare.
C’è poi la variante più severa del pregiudizio, quella che immagina il silenzio in biblioteca come una forma di repressione. Chi la pensa così non ha mai provato il sollievo fisico di entrare in una sala dove per due ore nessuno controlla il telefono, nessuno parla al posto di pensare, e persino i pensieri sembrano avere più spazio per distendersi. Quel silenzio non è disciplina: è l’unica infrastruttura rimasta, in un mondo rumorosissimo, per permettere a qualcuno di concentrarsi più di sette minuti di fila. Se questo è autoritarismo, se ne può chiedere ancora un po’.
Eppure il luogo comune resiste, testardo come le etichette scritte a matita sulle vecchie schede, quelle che nessuno ha mai avuto il tempo di cancellare. E allora capita che qualcuno, entrando, guardi con aria interrogativa la persona al bancone e chieda, con la cortesia un po’ distratta riservata a un oggetto di modernariato: “Scusi, il bibliotecario?“. E lei – quasi sempre lei perché a dispetto delle vignette è un mestiere in larga parte femminile – solleva lo sguardo dal computer su cui sta appena finendo di caricare il catalogo digitale dell’intero fondo antico, e risponde, con la pazienza di chi ha già risposto a questa domanda mille volte e sa che risponderà altre mille: “Chi?”


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