Viaggio in Romania, oltre i soliti cliché

di Stefania Mossa

Passaporto & taccuino Stories a cura di Biancastella

Se prima di partire nell’agosto del 2024 avessi chiesto un parere al “sentito dire” generale sulla Romania, la lista di risposte sarebbe stata un concentrato di luoghi comuni: Dracula, il fantasma del comunismo, città grigie e un entroterra poco rassicurante. Diciamolo: nell’immaginario collettivo italiano, la Romania non è esattamente la prima meta che viene in mente per una vacanza idilliaca.

Per fortuna viaggiare serve proprio a questo: a smontare le convinzioni dell’opinione comune e a scoprire quanto i luoghi comuni possano distorcere la realtà di un Paese.

Il mio tour è iniziato da Bucarest, una capitale che non fa nulla per risultare simpatica al primo sguardo. Non ha l’eleganza sfacciata di Parigi né il fascino romantico di Praga. Bucarest va capita: ti mostra subito le sue cicatrici ed è una città che sembra ancora discutere animatamente con il proprio passato. Camminare tra i suoi ampi viali significa muoversi tra palazzi monumentali, scorci eleganti e squarci di cemento che sembrano messi lì a perenne monito.

Bucarest, Calea Victoriei: la storica via pedonale con il chiosco di clătite e il manifesto della mostra “Universul lui Salvador Dalí” all’ARCUB.

Ma bastano poche ore di strada verso nord per passare dalla severità della capitale al sospetto paranoico di Sibiu. Lì è stato impossibile non sorridere: le celebri finestre sui tetti sembrano davvero occhi. E no, non è una poetica metafora turistica: ti osservano sul serio. Passeggiando per il centro storico avevo la netta sensazione di essere sotto esame, come durante un’interrogazione. Ovunque girassi la testa, c’era una casa con le palpebre di tegole che pareva chiedermi: “E tu che vuoi? Dove pensi di andare?”.

Piazza Mică di Sibiu: i celebri “tetti con gli occhi”, le caratteristiche finestrelle a mandorla che sembrano occhi socchiusi sugli spioventi.

Proprio nei dintorni di Sibiu, poi, ho incrociato uno dei dettagli più poetici del viaggio: le cicogne. Sono ovunque, arroccate sui tralicci dell’elettricità lungo le strade campestri con i loro nidi enormi. Vedere intere famiglie di cicogne svettare sui pali della luce è un’icona rurale della Transilvania che ti rimette subito in pace con il mondo e ti fa capire di essere arrivata in un luogo dal ritmo ancora antico.

Nido di cicogna su un palo elettrico

Da Sibiu il passo verso il cuore della Transilvania è stato breve, ovvero verso il regno incontrastato dell’iconografia nazional-popolare: Dracula. Il Castello di Bran vive in un limbo geniale tra storia e marketing spietato. Sai benissimo che il legame con il vero conte è più debole del wi-fi in montagna, ma una volta dentro ti ritrovi comunque a perlustrare il soffitto in cerca di qualche pipistrello sospetto. È più forte di te, la suggestione vince sempre.

Molto più sorprendente, almeno per me, è stato l’altro gigante del viaggio: il magnifico Castello di Peleș. Se Bran gioca con il mito horror, Peleș ti lascia a bocca aperta. Immerso tra i boschi, sembra il castello che un bambino disegnerebbe se gli chiedessero di inventarne uno perfetto.

E a proposito di scenografie, i Carpazi sono stati una meraviglia. Foreste sconfinate, strade panoramiche e vallate di un verde accecante. Anche la sosta sul Mar Nero è stata una parentesi perfetta: dopo giorni passati tra castelli e città storiche, rivedere il mare è stato un po’ come ritrovare un volto familiare quando sei lontana da casa da un pezzo.

Ma il momento in cui mi sono innamorata persa della Romania è arrivato spingendomi più a nord. La Bucovina è stata il vero colpo di fulmine dell’intero itinerario.

Avevo visto decine di fotografie dei suoi famosi monasteri dipinti, ma la realtà polverizza qualsiasi immagine digitale. Vederli dal vivo è un’altra storia: i colori brillanti conservati per secoli, gli affreschi esterni, il silenzio, il verde immenso che li abbraccia. Non importa che tu sia credente o atea convinta: luoghi come questi ti costringono letteralmente a rallentare. Già solo la Bucovina, da sola, vale il viaggio in Romania. Queste sono alcune immagini del Monastero di Sucevita in Bucovina, con i suoi affeschi patrimonio UNESCO

Oltre alle bellezze artistiche, però, a demolire l’idea che la voce comune ha di questo Paese è stata la vita di tutti i giorni. Ho trovato città e paesi incredibilmente ordinati e puliti, in molti casi ben più curati delle nostre città italiane, e non ho mai avvertito la minima sensazione di insicurezza.

A questo proposito, durante una chiacchierata lungo il percorso, una guida turistica mi ha raccontato un aneddoto con una battuta fulminante sul passato del Paese: pare che Ceaușescu avesse “risolto” il problema della sicurezza e dei rom… spedendoli direttamente tutti all’estero. Leggenda metropolitana o velenosa ironia locale che sia, la realtà che si prova camminando per strada oggi è quella di un Paese tranquillo, civile e accogliente.

Un’accoglienza che passa immancabilmente anche dallo stomaco. Mi sono letteralmente affezionata alla ciorbă, la tipica zuppa acidula capace di resuscitare chiunque dopo chilometri a piedi, e alle sarmale, gli involtini di cavolo ripieni di carne che sono l’equivalente culinario di un abbraccio della nonna. Cibo semplice, senza troppi fronzoli, esattamente come i romeni che ho incontrato: persone discrete, gentili, con zero ansia di doversi mostrare per forza “da copertina”.

La ciorbă servita nella pagnotta di pane scavata, specialità gastronomica rumena.

Il mio viaggio si è poi chiuso dove era iniziato, a Bucarest, davanti all’imponente Palazzo del Parlamento fatto erigere proprio da Nicolae Ceaușescu. Un edificio che sfida la logica: non è semplicemente immenso, è del tutto assurdo. Cammini tra corridoi sterminati e tonnellate di marmo (che probabilmente basterebbero a pavimentare metà Europa) e l’unica domanda che continua a rimbalzarti in testa è: “Ma davvero c’era bisogno di tutto questo?”. Probabilmente no, ma fa parte di quella complessa storia recente che rende questo Paese così unico.

Alla fine sono tornata a casa con centinaia di fotografie, ma soprattutto con la certezza che certi pregiudizi durano finché non si ha il coraggio di allacciare le cinture e andare a vedere con i propri occhi.

Perché la Romania non è come ve la raccontano: è molto di più. Ed è proprio lì, dove finiscono le aspettative, che comincia la meraviglia.

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