“Angelo mio, mio tutto,anima mia”: i grandi Amori della Musica

di Angela Montemurro

La Musica 16 a cura di Biancastella

VI puntata

Tchaikovsky: l’Amore tra fango e cielo

Ritratto di Pyotr Ilych Tchaikovsky(1840-1893)

Pyotr Ilyich Tchaikovsky, nasce nel 1840 a Votkinsk, in una famiglia colta e numerosa. Il legame più profondo della sua vita è quello con la madre Alexandra, la cui morte improvvisa nel 1854 — “muore così in fretta da non avere il tempo di prendere commiato da chi la amava” — segna in modo indelebile la sua sensibilità e la sua futura creatività musicale.

Fin da bambino mostra una precoce inclinazione per la musica: a quattro anni prende lezioni, compone, e vive il pianoforte come rifugio emotivo. Nonostante gli studi di giurisprudenza a San Pietroburgo e un impiego al Ministero della Giustizia, la musica rimane la sua vera vocazione. Grazie agli insegnamenti di Kundinger e Piccioli decide di dedicarsi seriamente alla composizione.

Nel 1862 entra nel Conservatorio di San Pietroburgo, fondato da Anton Rubinstein, con cui i rapporti sono tesi; preferisce invece l’amicizia del fratello du lui Nikolai, che lo invita a insegnare nel nuovo Conservatorio di Mosca. In questi anni Tchaikovsky alterna studio, insegnamento e soggiorni nella casa della sorella Alexandra in Ucraina.

Parallelamente inizia a viaggiare, sviluppando una natura da flâneur curioso del mondo, pur restando profondamente legato ai paesaggi rurali russi che gli ricordano l’infanzia. Nel 1866 conclude gli studi e avvia la sua carriera di compositore e direttore, superando la timidezza iniziale e ottenendo crescente successo, fino a essere sostenuto dagli zar Alessandro II e Alessandro III, che gli concederà un vitalizio perpetuo.

La sua vita trascorre nella continua nostalgia degli affetti: vorrebbe trascorrere più tempo con i fratelli, con cui conduce un epistolario costante per tutta la vita, nello scorrere degli anni, e, per le vicissitudini della vita, stringe rapporti stretti con allievi o con altri giovani, riportandone poi un senso di colpa che lo strazia e lo tormenta.  Ma lui sogna la madre, e un giorno ne ritrova l’amore e la cura in una ricca vedova, Nadezda Filaretovna von Meck, che nutre un amore appassionato per la musica e che gli chiede in una lettera che gli fa recapitare, accompagnata da una somma di danaro, di realizzare alcune composizioni di brani famosi per lei. Il musicista accetta, e da allora la ricca signora, la donna più ricca di Russia, vedova di un grande costruttore di Ferrovie, diverrà la sua mecenate, lo inonderà di ringraziamenti, gli esprimerà l’incanto, l’ammirazione, l’entusiasmo, nel ritrovarsi a contatto con la musica di un tal gran compositore. Lui risponderà da subito con altrettanto ardore e con altissimo senso di riconoscenza alla vedova e il loro rapporto durerà più di dieci anni, sempre più appassionato e infocato, raggiungendo, specie da parte di Nadezda, le espressioni più elevate di un fuoco d’Amore che assumerà connotati allusivi addirittura carnali. Ma… ma il loro patto segreto, che si fa atroce e ineluttabile scommessa sui loro destini, è quello… di non incontrarsi mai.  Pyotr non la vorrà mai conoscere di persona, per non banalizzare un sentimento talmente etereo che non potrebbe mai trasformarsi in qualcos’altro da parte sua, che non potrebbe mai ricambiare le suggestioni fisiche della dama, per non rovinare la spiritualità, la magia di un rapporto che così strutturato diverrà per lui fonte di ispirazione continua, e lei, più anziana di lui di dieci anni, madre di tredici figli, timorosa della propria fisicità, sicuramente logorata dal tempo, per cui teme di non essere accettata, o di non essere comunque all’altezza di quell’uomo bello, raffinato, elegante, destinato a grandi successi .  

Ritratto di Nadezda von Meck

Il loro rapporto cresce nel tempo, l’uno confida all’altra tutto di sé, l’una illumina la propria vita della luce dell’altro, e così passano gli anni, mentre Pyotr diventa sempre più importante, più grande, tanto che non avrebbe più bisogno dei soldi di Nadezna, che continua comunque a sostenerlo, e a “viziarlo” anche nella sua capacità di disperdere il suo patrimonio. Solo per pochi mesi, durante l’anno 1877, sembra che i due amanti impossibili si allontanino, allorquando P. tenta la carta del matrimonio, forse per mettere a tacere il suo tormento nel celare la sua vera natura di omosessuale, decidendo di convolare a nozze con una sua giovane allieva. Scriverà più tardi al fratello Modest che questi della convivenza con Antonina Ivanovna Miljukova, erano stati i mesi più tragici della sua esistenza, e che la moglie “gli ripugnava”, tanto da sentire “l’impulso di strozzarla”.  In preda ad una fortissima repulsione per Antonina si lascia scivolare nella Moscova, tentando un suicidio che alla fine si ripercuote sulla sua salute semplicemente con un esito di un fortissimo raffreddore. Il matrimonio non fu mai concluso con un divorzio, ma i due si separarono per sempre. Questo infelice episodio rafforza ancor più il vincolo tra P. e N.

Lui deve allontanarsi da Mosca, se vuole essere libero di vivere.  E lei, oltre che continuare ad assegnargli mensilmente il vitalizio, gli mette a disposizione per i suoi viaggi le proprie raffinate magioni, comprensive di servitù e di libagioni. Lui si recherà in Russia, in Ucraina e in Italia nelle case di Nadezna, e non si incontreranno mai, anche quando capita che siano ospiti entrambi della stessa casa: in tal caso organizzano gli orari in modo da non incrociarsi mai. Solo una volta, a Simaki, si sfiorano per strada, dato il ritardo di lui e l’anticipo di lei nell’orario, ma fanno finta di niente, anche se trasaliscono entrambi. Lei vorrebbe fargli conoscere la figlia più piccola , Milotchka, ma lui si rifiuta, adducendo la motivazione che la loro condizione, il loro patto, deve estendersi anche ai loro familiari: “Tutto il singolare incanto, tutta la poesia della mia amicizia con Lei sta nel fatto che Ella mi sia tanto vicina e così infinitamente cara, mentre noi, nel senso comune della parola, non ci conosciamo neppure. Se Milotchka venisse da me, -scrive-, l’incanto sarebbe spezzato”. 

 Questo vincolo meraviglioso si spezza nel 1890, mentre P. è impegnato in un giro di concerti a Tiflis. Inopinatamente riceve da N. una lettera in cui lei gli comunica l’intenzione di sospendere la rendita, perchè il patrimonio dei Von Meck ha subito gravi perdite. P. risponde proclamando ancora una volta il suo infinito amore e la sua infinita riconoscenza per N., ma lei non risponderà mai a questa lettera. Non si saprà mai la reale motivazione. Si ipotizza che la famiglia della vedova abbia voluto troncare la relazione e che abbia potuto distruggere la lettera di risposta di P.

Degli ultimi anni di Nadezna non si hanno notizie.

 Pyotr continua la sua rapida ascesa, ma, come erano stati legati in vita, così anche la morte li accomuna. Tchaikowsky muore di colera il 6 novembre 1893, a cinquantatrè anni, pochi giorni prima della esecuzione della sua Sinfonia “Patetica”.  Nadezna muore il 13 gennaio 1894, solo pochi giorni dopo. A proposito della morte di P. c’è chi parla di suicidio, rimarcando il tragico destino che lo accomuna alla madre. C’è anche chi suggerisce un’altra versione: che il suo sia stato un suicidio “indotto”. Questa versione trova conforto nello scandalo nato dalla relazione tra P. e il giovane diciassettenne nipote di un nobile che minacciava di denunciare la cosa allo Zar. Un giurì d’onore avrebbe deciso che se il compositore si fosse suicidato lo scandalo sarebbe stato messo a tacere. Verità? Fake news? Mistero.

Fatto sta che ora i due amanti ineluttabili, impossibili, uniti nello spirito durante il loro viaggio terreno, lo sono ancor più per l’eternità.

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