di Biancastella

II puntata
Dall’inchiostro alla trincea: la staffetta continua
Se la scrivania di Giuseppina e Sofia Bisi Albini è stata il motore di un’emancipazione culturale che parlava alle “signorine” della borghesia, la storia del giornalismo dimenticato compie un salto radicale con la protagonista della nostra seconda puntata: Rina Melli.
Con lei, la penna smette di essere uno strumento pedagogico e diventa un’arma di lotta sociale. Rina Melli non scrisse per i salotti, ma per coloro che non avevano voce: le donne sfruttate nelle fabbriche, le mondine e i braccianti delle campagne padane. Fondando e dirigendo testate di combattimento come “Eva”, la Melli ha portato il giornalismo femminile direttamente nelle piazze e nelle leghe contadine, dimostrando che l’emancipazione non era solo una questione di istruzione, ma di dignità sul lavoro e diritti sociali.
Due modi diversi, ma ugualmente rivoluzionari, di declinare la stessa missione: usare la parola per risvegliare le coscienze delle donne italiane.
Rina Melli: la giornalista che diede voce a chi non l’aveva mai avuta

Nel giugno del 1901, mentre l’Italia liberale faticava ancora a riconoscere alle donne il diritto di esistere nella sfera pubblica, una ragazza di diciannove anni fondava a Ferrara il primo periodico socialista pensato esclusivamente per le lavoratrici. Si chiamava Rina Melli. Il giornale si chiamava Eva. E nessuno, per quasi un secolo, ne avrebbe parlato.
Nata nel 1882 da una famiglia della borghesia ebraica ferrarese, Rina aveva abbandonato il tetto paterno per seguire Paolo Maranini, dirigente del circolo socialista locale e suo insegnante di italiano — lei quattordicenne, lui ventenne. Non fu solo una storia d’amore: fu la porta d’ingresso verso un mondo che avrebbe cambiato la sua vita e, in piccola ma reale misura, la storia del giornalismo italiano.
Quando Eva uscì per la prima volta, il 15 giugno 1901, Ferrara era una terra di braccianti e bovari senza diritti, percorsa da ondate di scioperi che avrebbero coinvolto decine di migliaia di lavoratori. Era in quel contesto — e per quelle donne — che Rina aveva deciso di prendere carta e penna. O meglio: di fondare un giornale, finanziarlo di tasca propria, scriverlo quasi interamente da sola, curarne la stampa a Ravenna e distribuirlo.
Lo definiva lei stessa “un giornale mingherlino”. Non era modestia: era consapevolezza del contesto. Le sue lettrici erano donne con scarsa istruzione, abituate a essere invisibili nella vita pubblica quanto nella famiglia. Rina sapeva che per raggiungerle serviva un linguaggio diverso da quello della stampa socialista tradizionale: diretto, semplice, capace di parlare alla pancia prima che alla testa.

Il progetto editoriale era però tutt’altro che ingenuo. Eva affrontava temi che la stampa dell’epoca quasi non nominava: le differenze salariali tra uomini e donne, lo sfruttamento nelle campagne, il diritto al voto, il divorzio, la maternità, la salute sul lavoro. Ogni numero portava in epigrafe una frase del socialista tedesco August Bebel: “Un sesso non è autorizzato a imporre limitazioni all’altro, allo stesso modo che una classe non può imporle a un’altra.” Era il programma in una riga.
La posizione di Rina sul femminismo era però più sfumata di quanto si potrebbe pensare. Non si riconosceva nel movimento emancipazionista borghese, che considerava separato — e in fondo distante — dalla questione operaia. “Noi non dobbiamo fare del femminismo ma del socialismo”, scriveva, convinta che l’emancipazione delle donne passasse prima di tutto attraverso il lavoro e la parità nel lavoro. Una lettura che oggi potremmo discutere, ma che nel 1901 rappresentava già una posizione politica radicale e coerente.
Intanto, fuori dalla redazione, Rina non si limitava a scrivere. Organizzava leghe femminili tra le braccianti, teneva comizi nelle campagne, partecipava ai congressi socialisti — unica donna in mezzo a uomini. La prefettura di Ferrara la schedò come “leggera, esaltata, superficialissimamente isterica”. Era il modo con cui il potere liquidava le donne scomode.
Eva durò fino all’agosto del 1903, quando Rina seguì il marito a Genova per ragioni legate alle divisioni interne al partito socialista ferrarese. Due anni e qualche mese: poco, se misurati sul calendario, molto se si considera che erano anni di scioperi, repressioni, notti passate a fare propaganda tra i mietitori, numeri saltati per mancanza di tempo o di fondi. Il giornale era sostenuto interamente da lei, senza pubblicità, senza finanziatori, senza reti di distribuzione strutturate.
Dopo la chiusura di Eva, Rina non smise di scrivere. Collaborò con Il Popolo di Cesare Battisti a Trento, con La Difesa delle Lavoratrici fondata da Anna Kuliscioff a Milano, imparò il tedesco per lavorare a Vienna. Poi la famiglia, i figli, gli anni del fascismo. Morì a Pavia nel 1958, a settantacinque anni, in un silenzio che aveva già cancellato quasi ogni traccia del suo lavoro.
La riscoperta è recente. Nel 2018 la giornalista Susanna Garuti ha pubblicato Come le donne diventeranno libere (Editrice Socialmente), il primo studio sistematico su Rina Melli e su Eva. Nel 2025 e 2026, Ferrara le ha dedicato convegni, podcast, letture teatrali. Il suo nome campeggia ora su una via della città. È giusto così — anche se viene da chiedersi quante altre Rina Melli siano ancora sepolte negli archivi, in attesa che qualcuno abbia la pazienza di cercarle.
Rina stessa aveva scritto, presentando Eva sul giornale La Scintilla nel giugno del 1901: “Non è vero che la propaganda socialista fra le donne sia impossibile; è semplicemente difficile. È apparsa impossibile perché non si è avuta la pazienza che scalza lentamente le difficoltà, che raddrizza le tenere piante storpiate, che desta i cervelli intorpiditi, che scalda le coscienze agghiacciate dalla schiavitù secolare. […] Occorreva una pubblicazione speciale, fatta con criteri pratici e con metodo sicuro. Questa pubblicazione è il nuovo giornale EVA: ci auguriamo risponda all’attenzione di chi lo compila”.
Aveva diciannove anni. E aveva già capito tutto.
