di Serena Bersani


Ma chi l’ha detto che le antiche pietre non serbano memoria?
Nel centro di Bologna, tra via D’Azeglio e piazza Galvani, c’è una corte che sembra trattenere il tempo. Le pietre, le altezze, il silenzio che rimbalza tra i muri: tutto rimanda a un Medioevo che non è mai davvero passato. Solo le vetrine e le insegne moderne rompono l’incanto. E sopra, a dominare quello spazio chiuso, la Torre dei Galluzzi, eretta nel 1257: trentadue metri di pietra che custodiscono una storia ormai confusa con la leggenda.
Dentro quella torre crebbe Virginia Galluzzi. Figlia del cavaliere Paolo Galluzzi e di donna Erminia Bentivogli, Virginia apparteneva a una delle famiglie più schierate della Bologna del tempo. Siamo nella seconda metà del XIII secolo, negli anni in cui la città è divisa da una frattura profonda: guelfi contro ghibellini, papato contro impero. I Galluzzi stavano da una parte, i Carbonesi dall’altra. È una linea di demarcazione che va oltre la politica e attraversa le case, le alleanze, i matrimoni. E stabilisce cosa si può fare e cosa no.
Le due famiglie abitavano a poca distanza. I due giovani si vedevano senza parlarsi, si conoscevano senza incontrarsi. È in quella distanza minima e invalicabile che Virginia incrociò per la prima volta Malatesta Carbonesi. Lui era figlio di Alberto, nipote del capostipite Carbone, conte di Bagnacavallo. Veniva da una famiglia romagnola, con tutto ciò che questo comportava nel racconto dell’epoca: temperamento acceso, orgoglio, senso di appartenenza. Virginia, invece, era cresciuta dentro la misura e il controllo di una casa guelfa, moderata, fedele al papato. Due mondi opposti, ma troppo vicini per ignorarsi.
All’inizio si osservavano da lontano, poi si riconobbero prima ancora di conoscersi. Nel 1259, Malatesta era già innamorato di lei. Non fu un colpo di fulmine, ma qualcosa che si era andato costruendo negli anni, negli spazi rubati allo sguardo degli altri. Un sentimento che era cresciuto proprio perché impossibile.
Finché, una notte, Malatesta decise di uscire allo scoperto. Con la complicità di una domestica di Virginia, riuscì ad arrivare sotto la torre. Era un gesto rischioso, quasi folle. Ma non aveva alternative, non poteva più restare ad aspettare un incontro che non sarebbe mai arrivato, secondo le ferree regole del tempo. La chiamò senza farsi udire da altri e le disse quello che fino a quel momento era rimasto sospeso: che la amava da tempo, che non poteva rinunciare, che c’era una sola possibilità per stare insieme: sposarsi subito. Ovviamente di nascosto. Non le promise che sarebbe stato facile, era chiaro che avrebbero poi dovuto affrontare le conseguenze del loro gesto.
Virginia ascoltava da una finestra che rappresentava insieme un’apertura e il confine. Sapeva esattamente cosa significasse quella proposta e sapeva che non ci sarebbe stato ritorno. La loro non era una fuga romantica, ma una rottura definitiva con la sua famiglia, con il suo nome, con il mondo in cui era cresciuta. Eppure, accettò perché voleva essere lei sola a scegliere, a essere responsabile del proprio destino.
La notte li protesse abbastanza da permettere l’uscita dalla torre. Virginia lasciò un messaggio alla domestica: avrebbe dovuto dire ai genitori che era andata via con l’uomo che amava, che lo aveva sposato quella notte stessa, che quella era la sua decisione e non sarebbe tornata indietro a nessun costo. Voleva far capire che aveva voluto scegliere in autonomia.
Quando al mattino donna Erminia scoprì l’assenza della figlia, la casa intera entrò in agitazione. La serva riferì tutto: Virginia era andata via con Malatesta Carbonesi, che l’aveva presa con sé come moglie.
Per Paolo Galluzzi fu un affronto insopportabile. Più che una figlia da salvare o da comprendere, c’era l’onore del casato da difendere. La reazione fu immediata: radunò figli e parenti, si armarono e partirono verso la casa dei Carbonesi. L’obiettivo era chiaro: lavare nel sangue quella che considerava un affronto e un’umiliazione.
Ma si trovò di fronte a una realtà diversa da quella immaginata. Il capofamiglia, Alberto Carbonesi e gli altri figli non si trovavano in città: erano nella villa sui colli, a Ronzano. La casa di città era quasi vuota, ma la spedizione punitiva era ormai in corso. Uccisero una domestica e poi iniziarono la ricerca dei due innamorati.
Virginia e Malatesta vennero infine trovati in una stanza, abbracciati. La loro storia era già al capolinea. I famigli della giovane uccisero il giovane Carbonesi per soffocamento, mentre Virginia venne risparmiata. I Galluzzi se ne andarono lasciando dietro di sé una scena senza più via d’uscita. Virginia restò sola, disperata, accanto al corpo di Malatesta. Non ci furono testimoni per raccontare quello che seguì.
Secondo la vulgata, Virginia prese il lenzuolo con cui Malatesta era stato ucciso. Lo annodò, lo fissò alle grate di una finestra e si lasciò andare. Allora come oggi, però, i suicidi erano la soluzione perfetta per oscurare delitti socialmente riprovevoli, come quello di una giovane donna vittima della propria stessa famiglia. Comunque sia andata, quando arrivarono i soccorsi, l’esito era identico per entrambi: lui sul letto e lei sospesa, senza vita.
Quando Alberto Carbonesi tornò a Bologna e scoprì quanto è accaduto, reagì come ci si aspetta da un uomo del suo tempo e del suo ruolo. Radunò i figli, chiamò a raccolta i ghibellini, cercò i responsabili. Paolo Galluzzi e suo figlio Egano riuscirono a fuggire. Altri figli vennero catturati e decapitati. Insomma, una fuga d’amore si trasformò in una strage per entrambi gli schieramenti.
Secondo la tradizione, Virginia e Malatesta vennero sepolti insieme nella chiesa bolognese di San Giacomo dei Carbonesi. Sulla loro tomba, una frase che tiene insieme amore e morte:
«Chi se amò più che la sua vita in terra
i nervi e l’osse sua qui dentro serra».
La scelta di Virginia e la tragica fine dei due innamorati di parti contrapposte è una storia che contiene tutti gli elementi per essere l’antesignana di una tragedia. Anzi, della tragedia per eccellenza. Se ci si affida al criterio cronologico, la storia dei giovani Carbonesi e Galluzzi ha tutte le carte in regola per essere considerata il modello shakespiriano per Giulietta e Romeo, come alcuni storici suppongono.
Solitamente l’ispirazione del Bardo la si fa risalire a novelle italiane del Cinquecento, in particolare di Luigi da Porto e Matteo Maria Bandello, ma già nel secolo precedente un’analoga storia di amore e morte circolava in una raccolta di racconti proprio di un autore bolognese, il Giovanni Sabadino degli Arienti de Le Porretane, una sorta di Decamerone ambientato ai Bagni della Porretta pubblicato nel 1483. Comunque sia, poco importa rivendicare la bolognesità dell’eroina di Shakespeare, se non per sottolineare che anche le leggende hanno sempre piedi nella storia. E che, in questo caso, continuano a camminare per le vie di Bologna.
