di Ritangela Tomasicchio

Questo testo di Ritangela è un’opera suggestiva che intreccia la narrazione in prosa di un incontro casuale con una riflessione poetica profonda sui sensi e sulla memoria
Quando viaggio mi piace osservare la gente che si lascia andare e manifesta a pieno la propria personalità.
L’ultima crociera mi ha fatto conoscere una coppia interessante. Lui, sulle prime, era indecifrabile. Alto, dal fisico atletico, dritto come un fuso, elegante. Camminava con lo sguardo fisso in avanti come se fosse sempre avvinto da un pensiero ed estraneo a tutto ciò che lo circondava. Il suo fascino attirava l’attenzione delle viaggiatrici.
Lei, la sua compagna, non si staccava mai da lui ed a tavola gli versava il vino, parlava in continuazione e veniva ascoltata con un lieve sorriso e le sue parole ricambiate a tono basso, in un sussurro difficile da cogliere.
Accadde che nei momenti in cui lui non c’era, la compagna voleva fare amicizia con chi le stava attorno. E così trovò me, proprio la persona giusta, quella a cui piace analizzare, costruire romanzi.
La mia nuova amica mi disse che il suo compagno era cieco. Grazie alla sua volontà era riuscito a rendersi quasi indipendente. Era molto colto, amava la musica e suonava il pianoforte.
Sempre più incuriosita, in poco tempo riuscii a conquistare l’amicizia anche del marito ed una sera sul ponte, quando la donna non c’era, arrivò inaspettata una confessione…
Ero salita sul ponte quando tutte le luci erano spente, perché volevo vedere le stelle, anche se quella cascata di luci forse di mondi lontani, contrastava col terrore che mi dava quell’enorme liquido nero che mi circondava, fatto di profondità e misteri.
Lui era là, cosa stesse facendo non lo so, visto che non conosceva le stelle ed il mare buio non poteva spaventarlo, né attirarlo come amante del brivido. Forse il vento gli dava quella libertà che sognava senza barriere.
Non avevo fatto nessun rumore, eppure mi salutò. Impulsivamente e poco delicatamente, mi rivolsi a lui così: “Allora non è vero che…” Non mi fece finire di parlare, perché subito arrivò la risposta: “Sei controvento, ho riconosciuto il tuo profumo…Anche mia moglie usa un profumo, sempre lo stesso, gradevole, ma più intenso. L’ho pregata di non cambiarlo, per poter seguire sempre la sua scia…
Poi continuò, confessandomi quello che nemmeno la moglie sapeva:”Mi sono sbagliato solo una volta, quando in un villaggio turistico, una donna che indossava lo stesso profumo di mia moglie, mi prese per mano e lasciò senza parlare, che l’equivoco si trascinasse fino all’alba…quando le note del profumo si affievolirono ed ebbero il sopravvento i sentori di una pelle sconosciuta…”
E dopo questa confessione, nuovamente, anche se in un tempo diverso, si preparava l’alba. E si acuiva l’odore dell’oceano…Ormai tutti sulla nave dovevano prepararsi per una nuova escursione.

IL PROFUMO
Il profumo è musica
che si avvicina
e subito si disperde
inafferrabile
fugace
tra i toni e semitoni
della malinconia…
Il profumo è signore
dei ricordi
spesso di un’altra vita
incompiuta
che riaffiora all’improvviso
ad ogni alito di vento,
ad ogni battito e respiro
con i toni sfumati
dei suoi colori
persi sul bianco freddo
dell’indecisione o dell’apatia…
In un sogno ad occhi aperti
il profumo è la malia
di quello che si perde
e non ritorna
e t’imprigiona sempre
tra le reti
tenaci
invisibili
di un’antica trappola
crudele
d’infantile follia.
