Un bambolotto di celluloide e trent’anni di storie: l’universo narrativo di Gabriella Mignani

di Biancastella

Commenti ed eventi culturali a cura di Biancastella

Gabriella Mignani, Il bambolotto della Regina, Edizioni Helicon, 2025

Basta posare lo sguardo sulla copertina per rimanere catturati: un bambolotto di celluloide siede regalmente su un trono con uno sfondo maestoso. È un’immagine enigmatica, capace di spingere anche il lettore più distratto a sfogliare le pagine di questa intensa raccolta di brevi racconti.

Perché quel bambolotto si trovi lì e cosa lo leghi al titolo Il bambolotto della Regina lo si scopre soltanto nel finale. Si tratta di un oggetto reale, acquistato negli anni Settanta presso i celebri grandi magazzini Biba di Londra dall’autrice stessa. Gabriella Mignani lo ha custodito per decenni come uno dei ricordi più cari della sua giovinezza, fino a trasformarlo nel fulcro dell’ultimo racconto, quello che dà il nome all’intera opera.

Collocare il racconto eponimo in chiusura anziché in apertura non è casuale, ma una vera e propria dichiarazione di metodo. Essendo l’ultimo testo scritto — nato proprio nell’atmosfera sospesa segnata dalla scomparsa della regina Elisabetta II — la raccolta si chiude sul presente della scrittura dell’autrice. Tutto ciò che lo precede viene invece da un viaggio lungo almeno trent’anni: storie pubblicate in passato, inediti e testi rimaneggiati nel tempo che sfumano l’uno nell’altro senza alcuna stratificazione stonata, poiché, pur variando le voci, il libro mantiene una straordinaria e profonda unità di tono.

L’apertura della silloge propone una scelta forte e controcorrente: un racconto ambientato a La Spezia, città d’origine di Mignani, durante i giorni del lockdown. È l’unico testo con un protagonista maschile e una voce narrante in prima persona, scelto proprio perché l’autrice vede in quel periodo tragico uno spartiacque della nostra storia, ma anche l’inizio di qualcosa di nuovo. Il titolo di questo primo racconto, Qualcosa di arancio, nasce da un momento di pura grazia urbana: il protagonista, sopraffatto dal vuoto e dalla solitudine di quelle giornate, esce di casa con una scusa qualunque pur di incrociare uno sguardo umano. Al semaforo rosso appare lei: bellissima nonostante la mascherina, misteriosa, affascinante, destinata però a svoltare l’angolo e a sparire nel nulla, lasciando dietro di sé soltanto il ricordo del colore della sua giacca. Ma è qui che Mignani sorprende con il suo tocco più felice: tornato a casa, l’uomo chiama in video la sua più cara amica e, vedendola trasandata e sopraffatta dall’isolamento, le fa una richiesta semplice e poetica: «Indossa qualcosa di arancio la prossima volta che ci vedremo».

Il vero filo conduttore che lega tutte le storie è la solitudine — anche quella che si annida dentro le coppie — intessuta con il mistero fitto della vita e della maternità. Una maternità vissuta in tutte le sue sfaccettature: come assenza, come aspirazione profonda o come compimento imprescindibile. Lo si avverte nella delicatezza di Il caffè di Natale e con l’angoscia vibrante de La disfatta, un ritratto incisivo di un amore quasi inutile, privo di gioia e di futuro.

Si arriva al finale senza fatica: le storie sono brevi, avvolgenti e trascinanti, tanto che a un certo punto si smette persino di porsi domande su quel titolo singolare. Quando si raggiunge l’ultima pagina, si comprende che l’origine di quell’immagine era impossibile da indovinare e ciò che rimane nel lettore è la sensazione che il mistero aleggiante fra le pagine continui a vibrare anche dopo aver chiuso il libro.

Particolarmente toccanti sono le dediche, che illuminano la genesi del volume. La prima è alla memoria della Regina Elisabetta: il bambolotto, custode dei ricordi di gioventù e del legame indissolubile con l’amica protagonsita dell’ultimo racconto, è stato ritrovato casualmente in soffitta proprio nel giorno della scomparsa della sovrana. La seconda è rivolta a Roberto Bertoni, figura di spicco del panorama culturale spezzino ed ex professore di Italianistica all’Università di Dublino. Curatore della rivista «Carte allineate», Bertoni fu tra i primi ad apprezzare e recensire gli scritti di Gabriella Mignani; così il volume rende omaggio al suo ricordo a due anni dalla sua scomparsa. Ad arricchire la lettura contribuisce la prefazione affettuosa e preziosa di Franca Gambino, fondamentale per entrare in sintonia con l’opera.

Alla fine di questo percorso resta lui, quel bambolotto: copia di una copia, nato a Londra, portato altrove e custodito con cura, accompagnato da una bellissima terza dedica che ne riassume il senso profondo: «A tutte le donne, regine anche per un giorno».

P.S. Gabriella Mignani è entrata a far parte del nostro gruppo di amiche e collaboratrici del Blog: potete leggere la sua biografia abbreviata nella pagina “Le amiche”.Le amiche




Una risposta a “Un bambolotto di celluloide e trent’anni di storie: l’universo narrativo di Gabriella Mignani”

  1. Avatar Maria Luisa Eguez
    Maria Luisa Eguez

    Recensione molto intrigante e articolata. Complimenti a chi l’ha scritta e a Gabriella per il successo della sua raccolta di racconti, Maria Luisa Eguez

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