Un’economia a misura d’uomo: Elena Beccalli riceve il Premio Montale “Universitas”

di Adriana Beverini

Commenti ed eventi culturali a cura di Biancastella

In un’epoca segnata da rapidi stravolgimenti e da una forte necessità di ritrovare la centralità dell’essere umano, l’etica e la cooperazione tornano a guidare il dibattito culturale ed economico. Lunedì 5 ottobre 2026, alle ore 16, la Sala Negri da Oleggio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ospiterà un appuntamento di particolare rilievo: la consegna del Premio Montale Fuori di Casa – Sezione “Universitas” alla rettrice Elena Beccalli.

Giunto alla sua trentesima edizione, lo storico premio intitolato al celebre Nobel per la Letteratura si arricchisce così della nuova sezione “Universitas”, pensata per valorizzare l’unione dei saperi e sottolineare il ruolo decisivo dell’istruzione superiore nel progresso sociale.

L’evento vedrà come momento centrale la Lectio Magistralis della professoressa Elena Beccalli, intitolata “Per una nuova economia. Persona, etica, fiducia e cooperazione”. Prima donna a guidare l’Ateneo di largo Gemelli dal luglio 2024, ordinario di Economia degli intermediari finanziari e figura di rilievo nelle istituzioni accademiche cattoliche internazionali oltre che Consultore vaticano, Beccalli proporrà una riflessione urgente sul ripensamento dei modelli finanziari tradizionali alla luce della dignità della persona e del bene comune.

A incorniciare ed arricchire questo momento vi saranno contributi di alto profilo. Dopo l’introduzione della presidente del Premio, Adriana Beverini, di cui pubblichiamo di seguito il testo, il confronto vedrà la partecipazione di Suor Nathalie Becquart, sottosegretaria del Sinodo dei vescovi, e del filantropo Giuseppe Guzzetti, coordinati da Giovanni Gazzaneo, presidente della Fondazione Crocevia.

Un’assegnazione che non celebra solo un’eccellenza accademica e una leadership al femminile attenta alle giovani generazioni, ma riconosce il valore di una visione capace di coniugare rigore scientifico, responsabilità etica e apertura al dialogo interdisciplinare per affrontare le sfide del nostro tempo. Biancastella

Introduzione

Vi ringrazio per ospitare il Premio Montale nella prestigiosa sede dell’Università Cattolica in questo anno 2026 in cui si ricorda il 130 anniversario dalla nascita di Eugenio Montale e il 30 esimo dalla nascita del Premio Montale /Fuori di Casa. Nell’anno in corso abbiamo avuto già alcune premiazioni perchè il Premio Montale è diviso in più sezioni, è itinerante e si sviluppa lungo tutto il corso dell’anno, toccando diverse città italiane; ogni anno però sempre in quelle dove Montale ha vissuto o lavorato: Genova, Firenze Milano e Roma.

Oggi siamo in questa importante Università ma dobbiamo ricordare che Montale non frequentò mai l’università, anzi interruppe gli studi tecnici per dedicarsi al canto e alla letteratura da autodidatta. Ma questa mancanza di una formazione accademica tradizionale non lo sminuì, anzi lo rese un intellettuale libero da schemi, profondamente colto.

Quell’università che non aveva frequentato da giovane finì per celebrarlo poi da Maestro, dal momento che egli ricevette nel corso della sua vita diverse lauree honoris causa dalle più prestigiose universitates del mondo (tra cui l’Università di Milano, di Cambridge, di Roma e di Bologna), a testimonianza del fatto che la sua poesia era diventata essa stessa materia fondamentale di insegnamento universale.

Iniziamo oggi in accordo con Giovanni Gazzaneo che fa parte del Consiglio Direttivo del Premio Montale oltre ad essere un caro amico, una nuova sezione a cui abbiamo voluto dare il nome di UNIVERSITAS e il sottotitolo Dialogo tra i saperi. E non poteva esserci un inizio migliore che assegnando il Premio per questa sezione alla professoressa Elena Beccalli, Rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore .

Questa nuova sezione Universitas ha un forte legame con la figura di Eugenio Montale; dialogo fra i saperi è infatti uno dei lati più affascinanti della sua opera. Anche se viene spesso ricordato come il poeta del “male di vivere”, egli fu in effetti un intellettuale poliedrico e la sua poesia è un continuo punto di intersezione tra saperi umanistici, scientifici, filosofici, religiosi, musicali.

A titolo esemplificativo, pur non avendo mai scritto trattati filosofici, Montale ha intessuto un dialogo strettissimo con le grandi correnti di pensiero, specialmente con Arthur Schopenhauer, il filosofo che più lo influenzò. Da lui Montale riprende l’idea che la realtà visibile sia solo un velo di illusioni (il velo di Maya) e che la vita sia segnata da una sofferenza cosmica insita nella natura stessa. Per quanto riguarda poi la religione, pur dichiarandosi spesso agnostico, non smise mai di dialogare con la dimensione religiosa. La sua è una teologia apofatica, in negativo: cerca Dio o il miracolo laico attraverso la sua assenza, interrogandosi costantemente sul senso ultimo della vita.

Sempre parlando dei vari saperi che si intrecciano e danno vita alla sua poesia, dobbiamo ricordare anche la sua profonda cultura musicale (da giovane infatti studiò canto lirico come baritono, e per molti anni lavorò come critico musicale per il Corriere della Sera.) Un sapere musicale che influenza direttamente la struttura metrica dei suoi versi; tutta la sua poesia è imperniata di musicalità, ma non è strutturata come una melodia orecchiabile e tradizionale, quanto piuttosto come uno spartito d’avanguardia. Montale utilizza, infatti, dissonanze, suoni aspri, ritmi spezzati che riflettono la “disarmonia” tra l’uomo e il mondo. Per quanto riguarda poi la scienza, a differenza di altri poeti del Novecento che la guardavano con sospetto o ne ignoravano i progressi, Montale ebbe una formazione da autodidatta estremamente curiosa che lo portò a interessarsi di botanica, di mineralogia e di zoologia. La sua celebre “poetica degli oggetti” si esprime proprio nel rifiutare la lirica astratta e nell’usare termini precisi presi in prestito dalla botanica, dalla mineralogia e dalla zoologia. Nelle sue poesie non troviamo genericamente dei fiori o degli uccelli, ma ad esempio l’elleboro, l’upupa, il falco. E non solo. Ѐ ormai appurata anche una sua conoscenza della Astronomia e della Fisica. Nella lirica I Limoni, nella terza strofa, Montale parla di quei momenti di silenzio in cui sembra che la realtà stia per “tradire il suo ultimo segreto”, mostrando lo “sbaglio di natura”, il “punto morto del mondo” e qui egli pare prendere le distanze dalla fisica classica per collegarsi a quella d’inizio del 900, al Principio di Indeterminazione di Heisenberg per il quale non possiamo conoscere contemporaneamente e con precisione assoluta la posizione e la velocità di una particella. Il che significa che esiste un limite invalicabile alla conoscenza umana, e solo un miracolo, laico o no, ci permette di attraversare il “varco” “che ci immetta in una “verità”.

Per Montale lo strumento supremo per far dialogare tutti questi saperi è però la poesia; ed è essa l’unica forma di conoscenza capace di testimoniare il limite umano. Perchè lì dove la scienza si ferma e dove la filosofia si perde in astrazioni, la parola poetica – pur non offrendo verità assolute – riesce a fotografare la nostra reale condizione con spietata e dignitosa lucidità.

In questo suo modo di pensare, forse senza saperlo, Montale si ricollegava al significato che nel greco antico, ha il termine mathesis che prima di assumere il significato limitativo di Matematica voleva genericamente esprimere apprendimento”, “conoscenza” o “atto di imparare” cioè quell’apprendimento razionale che permette di comprendere la struttura profonda del mondo.

Per Cartesio e Leibniz la Mathesis Universalis diventa l’idea di una scienza universale. Non una scienza che annulla le altre, ma una “chiave di lettura comune”, un metodo logico e razionale capace di connettere tutte le discipline (dalla fisica alla musica, dalla filosofia alla geometria ecc.) Nelle sue Regulae ad directionem ingenii (Regole per la guida dell’intelligenza, 1628 circa), Cartesio spiega che tutte le scienze umane, per quanto trattino oggetti diversi (la musica, gli astri, i corpi fisici), condividono la stessa mente che le pensa. Per Leibniz la Mathesis è l’espressione dell’armonia universale del cosmo, una struttura logica che riflette la mente di Dio e che permette a tutte le discipline di comunicare tra loro senza ambiguità. Per Cartesio e Leibniz, dunque, rappresenta il primo tentativo filosofico sistematico di abbattere i muri tra le discipline, insegnandoci che le diverse scienze non sono isole separate, ma ramificazioni di un unico tronco: la razionalità umana.

Purtroppo la cultura contemporanea soffre di una separazione artificiale tra discipline scientifiche e discipline umanistiche e questo crea una frammentazione in cui gli specialisti di un settore non capiscono più il linguaggio degli altri.

Sarebbe importante raggiungere un nuovo dialogo, un cambio di paradigma affinché le diverse materie non si limitino semplicemente a stare vicine (come in un elenco di materie scolastiche), ma si fecondino a vicenda. Ad esempio, la matematica può aiutare a capire la struttura di una poesia o di una composizione musicale, e la filosofia può aiutare la fisica a comprendere i limiti etici della tecnologia. La logica, la storia delle idee e il rigore scientifico possono offrire una grammatica comune che permette a un filosofo, a un matematico e a un medico di dialogare alla pari. Riconnettere i saperi serve a comprendere l’uomo nella sua interezza; un problema complesso (come l’ambiente, la bioetica o l’intelligenza artificiale) non può essere risolto da una sola materia: richiede una “sinfonia di saperi”.

E come bene sanno tutti i professori connettere i saperi può anche aiutare gli studenti a capire che le competenze non sono monouso, ma trasferibili, preparandoli così alle sfide del mondo universitario e del lavoro, dove i problemi sono per natura complessi e mai legati a una sola materia. Ecco perchè abbiamo voluto questa sezione: Universitas . Adriana Beverini

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