L’armadio può aspettare: quando il passaporto vale più di un guardaroba

di Biancastella

Commenti ed eventi culturali a cura di Biancastella

Quante volte siamo rimasti pensierosi davanti all’armadio pieno, sospirando “Non ho niente da mettermi”? Esiste una strana forma di feticismo tra chi viaggia, un orgoglio speciale per quel libretto spiegazzato, reduce da mille controlli, pieno di timbri colorati, scritte in alfabeti incomprensibili e angoli consumati. Vale più quel passaporto sgualcito di un intero guardaroba? Decisamente sì. Con lo spirito di chi preferisce collezionare aneddoti anziché scontrini, Stefania Mossa ha preso questa filosofia di vita e l’ha messa in copertina, trasformandola nel titolo del suo primo libro: “Meglio un passaporto pieno di timbri che un armadio pieno di vestiti” (Leucotea élite, 2026,120 pagine).

Un piccolo volume che dice molto di lei e della sua scelta di campo: accumulare esperienze e ricordi piuttosto che oggetti. Ho ricevuto questo testo quasi per caso, o meglio, per quella strana alchimia che solo i viaggi sanno creare: io e Stefania ci siamo conosciute proprio durante un viaggio. Abbiamo parlato, ci siamo piaciute, e lei me lo ha mandato sapendo che lo avrei letto con occhi particolari — quelli di una giornalista, certo, ma soprattutto quelli di una viaggiatrice che molti di quei posti li conosce per averli attraversati.

E infatti, scorrendo le sue venti tappe, mi sono ritrovata più di una volta a sorridere per il brivido del riconoscimento. Non si riconoscono solo i luoghi, ma le sensazioni: quelle impressioni sottili e volatili che certi posti ti lasciano addosso e che sono quasi impossibili da spiegare a chi non c’è stato. Quando la pagina scritta riesce a restituire qualcosa di così intimo in modo universale, significa che il libro possiede una sua indiscutibile verità.

Il formato è volutamente essenziale: dimenticate le guide patinate, gli itinerari rigidi o i consigli pratici su dove dormire. Qui ci sono appunti di viaggio brevi, diretti, avvolti in una veste tipografica sobria. È una scelta radicale che va rispettata e letta per ciò che è: il minimalismo, in questo caso, non è una mancanza, ma una precisa scelta poetica. Stefania non vuole spiegarti come organizzarti, vuole raccontarti com’è stato esserci.

Tra i venti diari di questo mosaico in movimento, alcune tessere lasciano un segno più profondo. Cuba, ad esempio, restituisce perfettamente quella malinconia sospesa, quell’isola ferma nel tempo dotata di una dignità ostinata che stringe il cuore (un ritratto ancora più prezioso oggi, mentre la situazione geopolitica si fa pesantissima). E poi Lanzarote, con il suo paesaggio lunare di lava nera e vento costante che non assomiglia a nessun altro posto al mondo, un’isola capace di sorprendere chi la scopre al di là delle spiagge da cartolina. È in questi passaggi che la scrittura dell’autrice si fa più viva e affilata, capace di cogliere l’essenza di una terra in pochissimi tratti. Convincenti e ben restituiti anche i paesaggi estremi dell’Islanda e della Patagonia argentina. Divertenti ed evocativi, poi, gli scorci sull’Uzbekistan, tra improvvisate feste di compleanno e cori intonati sul bus sulle note di Vecchioni mentre all’orizzonte si profila la mitica Samarcanda. Toccante la descrizione di Sarajevo con i muri dei palazzi che riportano ancora i segni della guerra e l’affascinante Giordania dove il tempo sembra si sia fermato. Privato, ironia, meraviglia e curiosità si intrecciano in brevi flash pieni di vivacità e di un pizzico di sana nostalgia.

Fa storia a sé l’appendice dedicata all’avventura oltreoceano. Non è un caso che l’autrice l’abbia tenuta separata: ha un respiro diverso, più ampio, come se l’America avesse avuto bisogno di più spazio per farsi contenere. È la sezione più personale, scritta con un ritmo tutto nuovo, in cui Stefania dichiara – con una formidabile dose di ironia – di aver voluto tracciare nelle ultime dieci paginette una vera e propria “guida semiseria agli usi e costumi americani”. Un piccolo e spassoso prontuario di sopravvivenza per riderci su prima di ripartire per l’amata Italia.

Sfogliando queste pagine, non ho potuto fare a meno di pensare alla valigia invisibile che ogni viaggiatrice porta con sé, piena di rotte che non sempre coincidono con quelle degli altri. Nella mia, ad esempio, ci sono i ricordi di un’indimenticabile crociera sul Volga da San Pietroburgo a Mosca, o i giorni passati a camminare tra le moschee e i bazar dell’Iran, a parlare a lungo con le studentesse velate per costrizione. Esperienze che non trovo in questo volume, ma che sono certa anche Stefania custodisce nel suo bagaglio personale e ci racconterà nel prossimo libro.

In definitiva, “Meglio un passaporto pieno di timbri che un armadio pieno di vestiti” non è un libro che urla o che vuole stupire a tutti i costi. È un’opera onesta, compatta, che parla dritto al cuore di chi vive il viaggio non come una semplice evasione o uno status-symbol, ma come una necessità biologica dell’anima. Lo consiglio a chi viaggia o sogna di farlo e a chi cerca una voce autentica: quella di una donna che è partita, ha guardato senza filtri e ha scelto di scrivere il mondo. Nell’attesa, naturalmente, del prossimo timbro nel passaporto e del prossimo capitolo.

Chi è Stefania Mossa

Ѐ nata a Bari, dove si è laureata in Geologia. Insegna Scienze alle Superiori in provincia di Milano e appena può, parte per la curiosità irrefrenabile di conoscere il mondo.