Miriam Mafai: la ragazza irriverente e la donna indomita

di Biancastella

Storie di donne 44 a cura di Biancastella

Per questa Festa della Donna 2026, il mio pensiero corre a un incontro che custodisco con profonda emozione. Ho conosciuto Miriam Mafai molto tardi, quando era già un’anziana signora, ma incontrarla dal vivo è stato scoprire la forza travolgente di una natura indomita.

È stata mia ospite per una indimenticabile conferenza presso la Biblioteca Universitaria di Bologna nel 2000, nell’ambito dell’iniziativa Scuole di lettura in Biblioteca. Al termine dell’evento, durante una nostra chiacchierata molto personale, mi confessò con un sorriso tra l’ironico e il tenero il rimprovero che riceveva costantemente dai suoi figli: “Non andare in giro da sola, sei anziana!”

Aveva già 74 anni, ma l’idea di fermarsi le era del tutto estranea. Continuava a girare instancabilmente l’Italia per dibattiti e conferenze, mossa da una curiosità e da un impegno civile che non conoscevano cedimenti. In quel “tenero fastidio” che provava per le premure dei figli, c’era tutta l’essenza della Mafai: una donna che ha rifiutato lo schema classico che vorrebbe le donne “ombre riflesse” di padri o compagni illustri e ha vissuto in pieno la sua libertà.

Le Radici: Arte, Guerra e Resistenza

Nata a Firenze nel 1926, Miriam cresce in una casa dove l’arte è il pane quotidiano, ma la realtà bussa presto alla porta con violenza. Nel 1938, a causa delle leggi razziali che colpiscono la madre ebrea (l’artista Antonietta Raphaël), viene espulsa dal ginnasio. È una ferita che non la spezza, ma la spinge verso la Resistenza romana, dove a soli diciassette anni impara a “nascondere il dolore e a esporre la lotta”. Questa urgenza civile la porta nel 1948 in Abruzzo, giovane funzionaria del PCI e assessora, impegnata ad assistere i più poveri in un dopoguerra di miseria e disoccupazione.

Una Penna “Eretica” per l’Italia che Cambia

Il suo sguardo lucido si trasferisce presto nelle redazioni dei giornali. Dall’Unità alla direzione di Noi Donne, passando per Paese Sera, fino alla storica avventura con Eugenio Scalfari per la fondazione di La Repubblica nel 1976. Miriam ha fotografato l’Italia che cambiava “con la fretta del mestiere, ma sempre con onestà”, come diceva parlando del suo bel romanzo/saggio storico:”Pane nero”. È stata una comunista “eretica”, capace di dissentire dal partito e di difendere i diritti civili senza estremismi, restando sempre dalla parte delle donne.

Segreti e Tenerezza: Oltre l’Immagine Pubblica

Le biografie più recenti, come quella di Annalisa Cuzzocrea, tenera e coinvolgente, svelano una Miriam più intima, fatta di passioni travolgenti e segreti custoditi con pudore. Come il drammatico primo matrimonio terminato tragicamente o le lettere tenere scambiate con Pajetta, che su una cartolina le scriveva: “E non scappare mai”. Era una madre che i figli cercavano di proteggere, rimproverandola con quel “Non andare in giro da sola, sei anziana!” che lei accoglieva con un tenero fastidio. Non si sentiva anziana: era una donna vorticosa che cambiava città e amori per non restare mai immobile.

L’Eredità di un’Indomita

Chi l’ha conosciuta, come me, negli ultimi anni, ricorda una signora vivacissima, un’animatrice di incontri storico-letterari dall’intelligenza tagliente. Se n’è andata a 86 anni, ma la sua voce resta quella della ragazza “irriverente” che ha rifiutato di invecchiare nello spirito. Miriam Mafai ci lascia l’esempio più alto per questa giornata dell’8 marzo: la dimostrazione che pur essendo figlie e compagne di grandi uomini, si può attraversare la storia senza mai smettere di essere, prima di tutto, se stesse.