Viaggi immaginari nella Pinacoteca metropolitana di Bari

di Ritangela Tomasicchio

Immagini 10 a cura di Biancastella

In “aere sanza tempo tinta” di arancio e violetto, mi trovo lungo il Tamigi, mentre alcuni lavoratori fumano sul parapetto del ponte di Westminster. I maestosi monumenti che li circondano, a causa della nebbia, perdono nel tramonto contorni definiti e le nuvolette di fumo non si disperdono, ma rimangono attorno a quegli uomini che si rilassano dopo il lavoro. Verso di me vedo arrivare una donna con due bambini. I vestiti di tutti sono lo specchio realistico di un’altra epoca… In realtà sto ammirando Westminster, quadro famoso a livello internazionale del pittore Giuseppe de Nittis, nato a Barletta nel 1846, che oltre ad essere un impressionista ed a giocare con gli effetti di luce come Monet, raffigurò da pittore verista la realtà del suo tempo.

In pochi minuti, però, sono ancora in piena Belle époque, ma tra Napoli e Parigi. Mi colpisce un nudo di circa due metri in gesso bianco levigatissimo, perché restaurato da poco, che mette in rilievo una bellezza muliebre dalle forme anatomicamente perfette. La donna stringe tra le mani una spugna in atto di lavarsi.

E poi in una sala vicina una raffigurazione di un’altra donna bellissima turbata dall’annunciazione dell’amore che sta per farle un angioletto tenerissimo che affonda la manina nei riccioli della fanciulla.

Lo scultore amava vedere nascere l’amore nelle donne, inseguendo sempre un ideale di bellezza che trasfuse nei ritratti femminili e proprio la bellezza femminile fu la sua rovina.

Ebbe la sfortuna di sposare una donna bellissima che cercò invano di allontanare dallo squallore di alcuni locali parigini e dai caffè chantant napoletani, dove la donna praticava la danza del ventre o faceva la sciantosa, allacciando tresche con uomini danarosi. Alla fine la sorprese in albergo con un amante che scappò in mutande, e la uccise con cinque colpi di pistola. Dopo un processo che vide Matilde Serao attaccare lo scultore nei suoi articoli del Giorno, mentre Scarfoglio lo difendeva nel Mattino come “vittima dell’amore”, Cifariello venne assolto per delitto d’onore ed infermità mentale.

 Lo scultore si risposò, ma la nuova moglie morì ustionata per un incidente domestico. Cifariello si sposò una terza volta, ebbe due figli, ma uno di loro, Antonio, che senz’altro ricordiamo come attore, morì in un incidente aereo.

Lo scultore che, non si era mai ripreso dalla depressione, dopo l’uccisione della prima moglie, a settantadue anni si uccise.

Le statue di Cifariello, i busti degli uomini politici del tempo, i monumenti, sono sparsi nei giardini e nelle piazze di Bari e provincia. A Bari, sul lungomare, inserita nella facciata del Palazzo dei lavori pubblici che ospita la Giunta regionale, c’è la statua poderosa del Costruttore.

E poi i Baresi DOC conoscono la leggenda fiorita sulla statua di Umberto I a cavallo che si trova al centro della piazza omonima, di fronte al palazzo dell’Università.

Pare che, ultimata la statua, lo scultore da tempo non si vedeva remunerato. Allora assoldò due facchini, perché togliessero la coda del cavallo e la sciabola del re. La statua fu inaugurata così mutilata alla presenza del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena. Quando Cifariello ricevette il denaro dovuto, rimise coda e sciabola al loro posto.

Avvincente è la biografia dello scultore scritta nel 2014 da Nicola Mascellaro, dal titolo “Filippo Cifariello-La vita, l’arte, gli amori-Ed. Di Marsico libri.

Infine mi attirano sempre le sale, ma soprattutto i lunghi corridoi della Pinacoteca dove sosto davanti ai piccoli quadri dalle cornici antiche e preziose. Sono spiragli di altre realtà, di nature incontaminate che forse non esistono più, di tradizioni e testimonianze.

Insomma, Bari non è solo buona cucina, sole e… mare, ma città d’arte, scrigno di tanti tesori da scoprire un po’ alla volta e… d’a- mare.

P.S. Il quadro Westminster di Giuseppe De Nittis rimarrà presso la Pinacoteca Provinciale di Bari fino al 6 aprile, poiché è un prestito. A sua volta la Pinacoteca ha prestato il dipinto “In corte d’Assise” di Francesco Netti, altro insigne pugliese di Santeramo in Colle, contemporaneo di Giuseppe De Nittis ed affine nello stile macchiaiolo e verista di scuola napoletana, di cui ho già parlato in un precedente articolo.