San Valentino vs Festa dell’Abitudine: Un’Analisi del Vero Amore

di Biancastella

Il sale sulla coda 39

Esiste un momento preciso nell’anno in cui l’umanità sembra colpita da un’amnesia collettiva: la convinzione che l’affetto per un altro essere umano sia direttamente proporzionale alla quantità di cartone rosso e grassi idrogenati che si riesce a trasportare dal centro commerciale a casa. Benvenuti a San Valentino, la festa in cui l’amore, da sentimento nobile, viene declassato a obbligo contrattuale con scadenza a mezzanotte.

Il rito è ormai codificato: file chilometriche per acquistare rose che hanno viaggiato più di un pilota di linea e ristoranti che per l’occasione raddoppiano i prezzi, trasformando la “cena intima” in un’esperienza di gomitate condivise con altre quaranta coppie che fissano lo smartphone in attesa del dessert. Il marketing ha compiuto il miracolo: convincerci che un orsetto di peluche prodotto in serie possa sostituire una conversazione onesta. Se non compri, non ami. Se non prenoti, sei fuori. È il capitalismo sentimentale: non sei un partner, sei un consumatore con un senso di colpa da espiare.

Ma per fortuna, contro questa deriva di zuccheri e scontrini, ci viene in soccorso l’Antipoesia. Se il mercato ci vuole compiacenti e infiocchettati, il poeta cileno Nicanor Parra ci riporta a terra con la forza di uno schiaffo. Mentre le vetrine ci offrono scatole di velluto piene di nulla, l’antipoeta risponde così:

“Ti regalo la mia borsa di carta

perché tu ci metta i tuoi sospiri.

Io non ho più niente da darti:

sono un uomo che sta per morire.”

In questi pochi versi c’è tutto il riscatto dall’ipocrisia. Parra ci offre un sacchetto della spesa — l’oggetto meno romantico del mondo — per raccogliere i sospiri inutili della retorica sentimentale. Ci ricorda che la vita è breve, cruda e reale, e non ha tempo per le recite a comando.

Forse il modo più autentico di festeggiare oggi sarebbe proprio questo: rifiutare il luccichio del superfluo, spegnere le luci dei centri commerciali e ammettere che un amore vero non ha bisogno di un involucro. Perché l’amore, quello che resta quando le rose appassiscono il 15 febbraio, è un’essenza che non entra in nessuna borsa di carta, nemmeno in quella più costosa.

E allora se il 14 Febbraio si vuole continuare a festeggiare l’innamoramento, perché non inauguriamo, magari il 15 febbraio, la Festa dell’abitudine? Spero che gli esperti di marketing non mi rubino l’idea, ma la “Festa dell’Abitudine” sarebbe infinitamente più nobile e autentica di quella dell’innamoramento. Mentre l’innamoramento è un colpo di fortuna (o un incidente del destino), l’abitudine è un’opera d’arte. Più di 50 anni insieme non sono “routine” nel senso grigio del termine; sono la costruzione di una cattedrale, mattone su mattone, fatta di pazienza, compromessi e silenzi che non hanno bisogno di essere riempiti.

Se l’innamoramento è il fuoco d’artificio che stupisce ma dura un secondo, l’abitudine è la brace che scalda la casa tutta la notte.

Ecco come potremmo definire questa “Contro-Festa” dei 50 anni e più in un ipotetico manifesto:

  • Il Simbolo: Non il cuore rosso, ma una moka sbeccata o annerita come un vecchio mazzo di chiavi. Oggetti che funzionano sempre, anche se hanno perso la lucentezza.
  • Il Regalo: Niente gioielli, ma il lusso di non dover dire nulla. Il “ti amo” sostituito da un “ti ho fatto il caffè” o “hai preso le medicine?”, che in codice significa la stessa cosa, ma con più prove a carico.
  • Il Menù: Non il ristorante stellato, ma quel piatto cucinato mille volte che sa esattamente di casa, consumato senza l’ansia di dover sembrare affascinanti a tutti i costi.

“L’abitudine è la forma più alta di amore: è la decisione consapevole di svegliarsi ogni giorno e riconoscere nello stesso viso, magari con più rughe, il proprio paesaggio preferito.”

Dopo mezzo secolo, la borsa di carta di Nicanor Parra è ormai piena non di sospiri, ma di vita vera, di spesa fatta insieme, di litigate e di ricordi solidi.

A mio marito

Elogio della nobile abitudine

“In questo mercato del sentimento ‘usa e getta’, ci dimentichiamo che il vero capolavoro non è il primo bacio, ma il milionesimo caffè che mi hai preparato, alle 7 di ogni mattina. Dopo più di cinquant’anni di vita condivisa, la retorica di San Valentino appare per quello che è: un gioco per dilettanti.

Per chi ha attraversato decenni, la vera celebrazione dovrebbe essere la Festa dell’Abitudine. Non l’abitudine grigia della noia, ma quella luminosa della complicità; quella che non ha bisogno di rose rosse perché si riconosce nel rumore delle chiavi nella serratura o nello squillo del campanello. Superato il mezzo secolo, l’amore non è più un’illusione da inseguire: è diventato la struttura stessa della casa. È la vittoria della brace sulla scintilla, della costanza sul capriccio. È la prova che, mentre il mondo corre a comprare un cuore di peluche, c’è chi quel cuore lo ha costruito, giorno dopo giorno, rendendo possibile l’abitudine più bella del mondo.”

3 risposte a “San Valentino vs Festa dell’Abitudine: Un’Analisi del Vero Amore”

  1. Avatar aeserrau
    aeserrau

    E allora contro il mercato viva Santa Abitudine! Ma con il caffe delle 7 continuiamo a portare anche la borsa di carta che contenga qualcosa di noi.Sarebbe triste confessare di non aver più niente da. donare come dice l’antipoeta.Ma si sa, come mi disse mio nipote Marco i poeti sono tutti veramente depressi!

    1. Avatar abiancastella

      visto il fraintendimento, prometto che non citerò mai più il poeta cileno Nicanor Parra!

      1. Avatar aeserrau
        aeserrau

        Evviva!

        Ing.Angelo Efisio Serrau +393358298749 aeserrau@gmail.com

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