Intervista ad Alda Merini: La Poetessa della Follia e del Dolore

di Biancastella

Storie di donne 35. Le interviste di Biancastella

Breve Biografia

Alda Giuseppina Angela Merini nasce a Milano il 21 marzo 1931, giorno di primavera, in una famiglia di condizioni modeste. Fin da giovane manifesta un precoce talento poetico, esordendo a soli 15 anni sotto la guida di Giacinto Spagnoletti.

La sua vita, tuttavia, è presto segnata da un profondo disagio psichico. Nel 1947 incontra le “prime ombre della sua mente”, che la portano a un primo ricovero. Nel 1953 sposa Ettore Carniti, proprietario di panetterie, e pubblica il suo primo volume di versi, La presenza di Orfeo. Dopo la nascita della prima figlia, inizia il periodo più buio: i ricoveri in ospedali psichiatrici si fanno più lunghi e frequenti. Dal 1979 al 1986 è internata per un periodo prolungato, un’esperienza che diventerà la materia incandescente della sua opera.

Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici, Merini torna a vivere sui Navigli di Milano. Inizia il suo periodo più fecondo, ottenendo finalmente il riconoscimento che meritava. Pubblica opere fondamentali come L’altra verità. Diario di una diversa (1986) e la celebre raccolta Vuoto d’amore. Le sue apparizioni televisive, tra cui quelle al Maurizio Costanzo Show, la rendono un’icona popolare. Nel 1993 vince il prestigioso Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale”.

La poetessa muore a Milano il 1º novembre 2009, lasciando in eredità una voce unica che ha saputo fondere l’esperienza della pazzia, la fede mistica e la carnalità dell’amore in un canto universale.

La sua poesia è un flusso ardente e febbrile, privo di retorica, che affonda le radici nel dolore. L’amore è spesso sacro e profano insieme, un’ossessione che si lega alla fede, alla passione e al tormento. Il suo linguaggio è potente, a volte aspro, in cui prosa e versi si fondono, trovando espressione anche nell’aforisma fulmineo.

È con la consapevolezza di trovarci di fronte a un’anima indocile, che ha fatto del dolore la sua “stanza d’oro”, che ci accingiamo ora ad ascoltare la sua voce.

Milano, notte fonda

I Navigli respirano piano. L’acqua scivola lenta, riflettendo lampioni che sembrano stelle cadute. Le case addormentate trattengono segreti, e un balcone si apre come un palcoscenico improvvisato. Lì, tra il fumo di una sigaretta e il brusio lontano di una città che non dorme mai, appare Alda Merini. Non come fantasma, ma come presenza viva, ironica, tagliente.

La poetessa sorride, e la notte si fa complice. Mi dice di chiederle quello che voglio e l’intervista comincia.



Io: Signora Merini, partiamo dalla sua celebre frase: “Sono nata il ventuno a primavera, ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta.” La poesia per lei è stata una benedizione o una maledizione?

Alda Merini (AM): (Accendendo una sigaretta immaginaria con un gesto teatrale) La poesia è la cicatrice più bella che mi porto addosso, no? Il mondo ti mette un cappio al collo, ti dice sei diversa, sei malata, non sei idonea. E tu che fai? Cerchi di strappare quel cappio. La poesia è stata il mio strappo. Non una benedizione, né una maledizione. È stata la mia salvezza e, a volte, la mia condanna a sentire troppo. Ma se non avessi sentito troppo, cosa avrei scritto? Avrei scritto ricette per panifici. E io, i panifici, li ho solo sposati, non li ho scritti.

[Riferimento letterario: dalla poesia “Sono nata il ventuno a primavera”]

Io: Signora Merini, vorrei tornare al nucleo della sua vita: la Poesia. La sua è una poesia vissuta, non solo scritta. Se le chiedessi di definirla, in modo semplice, cosa mi direbbe? Che cosa è la Poesia per Alda Merini?

AM: (Fa un lungo tiro dalla sigaretta, il fumo le vela lo sguardo) La Poesia non è una cosa che si può mettere in una definizione elegante, non è un bel vestito da mettere in vetrina. La Poesia è la parola non detta che si fa carne, capisci?

È diverse cose, tutte insieme, perché io sono stata tante persone e la Poesia ha dovuto salvare ognuna di loro: è la ferita e la guarigione: È il mio sangue che è riuscito a uscire dal manicomio quando il mio corpo non poteva. È il dolore inutile – quello che Bartolini diceva fosse il manicomio – che viene trasformato, reso utile per un attimo. Io ho accettato il male, e il male è diventato un vestito incandescente, è diventato fuoco d’amore. La Poesia è la fenice che risorge dalle ceneri della follia.

[Riferimento letterario: “Io il male l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente. È diventato poesia.”]

La Poesia è gioia, è transfert, è l’unica condizione in cui non si può stare in un luogo ristretto. Non è un quaderno che chiudi; è una catena, sì, ma una catena di fiori. Non puoi farla se non sei libero, anche se questa libertà te la prendi nel delirio.

La Poesia è rumore nel silenzio. La Poesia è il vero modo di parlare del poeta. È il nostro mestiere. La gente crede che i poeti siano lì, muti, a guardare la luna. Non è vero. “I poeti nel loro silenzio / fanno ben più rumore / di una dorata cupola di stelle.” La Poesia è la sola identità della vita, è la sua sostanza.

E’ un gesto di salvezza (e un po’ di teatro): Non mi importa molto della Poesia, mi importa della Vita. La Poesia è solo una delle manifestazioni della vita. Può essere cattiva, buona, iraconda. È un modo di far teatro, di mascherarsi, di trovare una dignità quando non ce l’hai. Ma in fondo, è l’unico modo per non essere sopraffatta. Per me, è stata la grazia divina.

Io: E cosa direbbe a chi usa la poesia in modo artefatto o puramente intellettuale?

AM: Gli direi: “Non toccate il genio con la piuma contorta di un’insana voracità.” La Poesia non è un’enciclopedia, è un respiro. È alacre come il fuoco, scorre tra le dita come un rosario. Se è vera, ti deve graffiare l’anima. Se non ti graffia, non è Poesia. È soltanto grammatica ben vestita.

Io: Signora Merini, ci ha parlato della Poesia come salvezza, come fuoco. Ma il filo conduttore più crudo della sua vita è l’esperienza della follia e del manicomio. Ci fu un momento in cui Poesia e Follia cessarono di essere due entità separate e si fusero, diventando per lei una sola cosa?

AM: (Il suo sguardo si fa serio, quasi distante. La sigaretta è spenta) Non si sono fuse, no. La Poesia e la Follia sono sempre state sorelle nemiche che vivevano nella stessa stanza.

La Follia è un’esperienza fisica, è la carne lacerata, è il filo elettrico che ti brucia il cervello. È l’urlo che non ha parole. Ma la Follia, senza la Poesia, è solo il nulla, è il vuoto che ti inghiotte senza lasciare traccia.

La Poesia è ciò che ha dato un nome, un “battesimo”, a quel dolore. È stata l’unica a dirmi: “Va bene, sei in manicomio, ma ora dammi i versi di questo manicomio”. È la traduttrice di un linguaggio che altrimenti nessuno capirebbe.

Per me, la follia non è stata un ostacolo alla Poesia, ma il suo laboratorio più crudele e più vero.

I matti non sono matti, sono i diversi. E la Poesia è la lingua ufficiale dei diversi. È l’unica cosa che ti permette di dire: io ho visto la verità, ma l’ho vista da un punto di vista che voi sani non potete sopportare. Non è un caso che io sia diventata la poetessa che sono dopo l’inferno. L’esperienza del ricovero mi ha dato la sacralità del corpo e del verbo. La chiamano pazzia, io la chiamo Terra Santa.

Io: E quindi, la sua opera è un invito ad accettare la propria “diversità”?

AM: (Annuisce lentamente) Certo. Chiunque abbia un tormento, un demone, un filo elettrico che gli vibra dentro, deve capirlo: quel dolore non è una vergogna, è un dono incartato male. La Poesia è la possibilità di scartarlo.

La vera grandezza non sta nell’essere normali, ma nel dare voce alla propria, unica, anomalia. Non c’è verità se non c’è il coraggio di essere scomodi. E la Poesia è la forma più scomoda, più nuda, che l’anima può assumere.

[Riferimento letterario: dal titolo della raccolta “Terra Santa”, che per Merini rappresenta il manicomio come luogo di purificazione e conoscenza estrema.]


Io: Signora Merini, lei ha descritto in Terra Santa il manicomio, con un’intensità agghiacciante. Come ha fatto a mantenere viva la sua voce in quel “luogo di oscurità”?

AM: (Guarda in lontananza, un lampo di ironia negli occhi) In manicomio, l’oscurità è tutto. È la stanza da letto, il cibo, i medici, la camicia di forza… Ma la mente, quella, non la legano. E la poesia non ha bisogno di carta e penna, ha bisogno di silenzio e di delirio. Lì ho imparato che la pazzia è un dono divino, una diversità che ti costringe a vedere i muri sottili e la carne degli angeli. Il manicomio mi ha tolto tutto, sì. Ma in cambio mi ha dato l’occhio di Dio. Se non avessi avuto il manicomio, sarei stata solo una brava ragazza. Ma io volevo essere una poetessa terribile.

[Riferimento letterario: da “L’altra verità. Diario di una diversa” e dalla raccolta “Terra Santa”]

Io: L’amore e la passione, spesso dolorosi e tormentati, sono un tema ricorrente. Crede che si possa scrivere di amore solo attraverso la sofferenza?

AM: L’amore, il vero amore, è un elettroshock, capisci? Ti toglie il respiro e ti brucia. Se non c’è il tormento, è un brodino, è un chissà. A me non piace il chissà, a me piace il subito. E il subito, in amore, ti fa sanguinare l’anima. Io ho amato uomini, Dio, i Navigli, la vita. E ogni volta ho pagato un prezzo altissimo. Ma solo quel prezzo, quel delirio amoroso, mi ha dato i versi. La felicità, la gioia serena, non scrive. Quella, al massimo, fa le foto.

[Riferimento letterario: dal titolo della raccolta “Delirio amoroso” e dalla poesia “Corpo d’amore”]

Io: Molti suoi versi, soprattutto gli aforismi, sono diventati virali e popolari. Si sente un’icona pop della poesia, o teme che questa notorietà possa sminuire la profondità della sua opera?

AM: (Fa una risata roca) Icona pop? Ma io sono una strega! (Ride) No, no. La poesia, se è vera, deve finire ovunque: sul frigorifero, sui muri, sui social network, perfino nei gabinetti. Non deve stare chiusa in una biblioteca con l’aria condizionata. Il fatto che la gente comune, la gente che ha i suoi mali, i suoi debiti, i suoi amori da dimenticare, si riconosca nelle mie parole, è la mia unica vera laurea. La profondità non ha paura della popolarità. È il vuoto che teme di essere visto. E io, il vuoto, l’ho sempre riempito di parole.

[Riferimento letterario: dalla poesia “Superba è la notte”: “La cosa più superba è la notte / quando cadono gli ultimi spaventi / e l’anima si getta all’avventura”]

Io: Se potesse dare un consiglio alla giovane Alda, la quindicenne che si affacciava alla poesia sotto la guida di Spagnoletti, cosa le direbbe?

AM: Le direi: “Folle. Sii folle ancora, bambina. Non smettere di toccare il fuoco. Ti brucerai l’anima e il corpo, ti chiameranno pazza, ti rinchiuderanno, ma è solo in quella follia che troverai la tua voce. E ricorda: i poeti non sono mai morti, sono solo andati a dormire in un altro verso.”

[Riferimento letterario: dal suo pensiero sulla figura del poeta: “Il poeta non pensa, parla”]

La sigaretta si spegne, ma la voce resta. I Navigli tornano al loro respiro lento, custodendo l’eco di un dialogo impossibile. Alda Merini non è più qui, eppure continua a parlare: attraverso l’acqua, il fumo, la città. La poesia, come lei stessa dice, non si salva. Si consuma. Ma proprio per questo diventa eterna.

L’eredità di Alda Merini

Abbiamo ascoltato la voce ardente e indomita di Alda Merini, la donna che ha trasformato il manicomio in “Terra Santa” e la malattia in materia poetica. La sua vita è la prova che la vera arte nasce spesso dal margine, dalla sofferenza accettata e poi trasfigurata.

Merini ci insegna che non esistono parole inutili o esperienze sprecate. La sua poesia è un inno alla resilienza dell’anima umana e alla sacralità di ogni corpo, anche quello ferito e rinchiuso.

Alda non ha cercato il successo, ma la verità, e l’ha trovata nel punto più buio e disperato della sua esistenza. La sua eredità è un invito a guardare la nostra stessa fragilità non come una debolezza, ma come la fonte del nostro canto più autentico.


N.B. Nessuna delle risposte della Poetessa è inventata, ma tutte derivano dai suoi stessi testi e affermazioni, come evidenziato nelle citazioni in calce. Biancastella