Rafael Alberti e la poesia della memoria
di Ritangela Tomasicchio


Questo testo della nostra Ritangela propone una riflessione sul rapporto tra creatività e realtà storica attraverso le parole di Rafael Alberti, una delle voci più significative del Novecento. Le sue considerazioni, nate in un periodo segnato da profondi sconvolgimenti internazionali, mostrano come l’esperienza personale, l’impegno civile e la memoria collettiva possano intrecciarsi nella scrittura poetica. Il brano ripercorre alcuni momenti della vita dell’autore, il suo legame con altri protagonisti della cultura del secolo scorso e il significato simbolico di una delle sue composizioni più note, offrendo al lettore uno sguardo insieme umano e artistico su un tempo complesso, utile per comprendere il valore umano e letterario di una grande figura della Generazione del 1927. Biancastella
Soffermiamoci su queste riflessioni del poeta Rafael Alberti:
“Viviamo incalzati da una orrida realtà che ogni mattino distrugge i pensieri belli e giocosi, di pace, ci spazza via dagli occhi le cose grandi che possiamo vedere, facendo di tutti noi tanti schiavi di situazioni così drammatiche, spaventose che bisogna essere fatti davvero di pietra per non parlarne, perché non si riflettano su quello che si fa…Perché a me piacerebbe parlare del mare che mi ha sempre dato tanta gioia, del mare limpido e puro, incontaminato, libero da navi da guerra, del cielo terso, con le stelle, senza voler sapere che viene attraversato da aerei che lanciano bombe e riempiono la terra di morti, l’aria di grida strazianti…Ci si sveglia al mattino pensando che il mondo è bello, un mondo in cui la gente è buona, i rapporti umani perfetti, e subito ti accorgi che è tutto diverso…leggi il giornale e vieni a sapere che in quattro giorni hanno scaricato sul Vietnam più bombe e tonnellate di esplosivo di quanto fu lanciato su Hiroshima e Nagasaki, e quale essere umano con un minimo di sensibilità, quale poeta soprattutto, può avere lo spirito, la coscienza di mettersi a parlare che so, di un uccellino che sta cantando su una rosa. Ecco l’origine di questa durezza che di quando in quando si fa sentire, di questa amarezza, di questi accenti talvolta pieni di coltelli. Sono un poeta che al mattino vorrebbe guardare il vecchio mare di Cadice, dipingere le barche che dipingevo quando ero bambino, i gabbiani… non posso farlo…devo scrivere una poesia tremenda…”
A queste riflessioni il poeta si lasciava andare durante la guerra del Vietnam, ricordando anche Hiroshima e Nagasaki. Sono episodi remoti, ma al contempo terribilmente attuali. Basti pensare alle affermazioni “spaventose” del presidente americano a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum imposto all’Iran: “Un’intera civiltà morirà stanotte per non tornare mai più”.
Rafael Alberti, il cui nome completo era Rafael Alberti Merello, nacque in una cittadina vicino Cadice. Suo nonno era stato un garibaldino toscano che si era rifugiato in Spagna e, forse per un’eredità genetica, tutta la sua vita fu dedicata alla lotta per l’affermazione della libertà, ad un impegno politico e sociale.
Fu molto amico dei poeti e artisti che vissero l’esperienza della Generazione del 1927: Garcia Lorca, Dalì, Bunuel, Neruda.
Militò nel partito comunista spagnolo, opponendosi alla dittatura di Primo de Rivera, di Francisco Franco ed all’ideologia fascista, nonché alla miseria del popolo, alla repressione poliziesca, all’opulenza della borghesia reazionaria, presagendo la Guerra Civile spagnola che lo spingerà all’esilio dapprima in Francia, poi in Messico, in Argentina ed infine in Italia.
Rafael Alberti soggiornò a Roma dietro consiglio di Salvatore Quasimodo, suo caro amico. La sua casa fu frequentata dai migliori poeti, artisti ed intellettuali, come Renato Guttuso, Carlo Levi, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini. La sua poesia appartiene al movimento del Surrealismo.
Mentre si svolgeva la guerra del Vietnam, il poeta rivolse parole di speranza ad Ernesto Che Guevara, altro poeta combattente che come Byron e Garibaldi, accorreva dove la libertà dei popoli era in pericolo.
Insomma nel poeta non venne mai meno l’impegno politico e sociale e l’amore per la pittura, cosa che spiega le sue raffigurazioni poetiche della natura.
Per concludere allego una sua poesia molto famosa che costituisce anche il titolo di una sua raccolta.

Tra il garofano e la spada (Guerra alla guerra per la guerra.) Vieni qui. Volgi le spalle. Il mare. Apri la bocca. Una sirena urta contro una mina e un arcangelo annega, indifferente. Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente. Chiudi gli occhi. E’ il monte. Tocca. Saltano le cime frantumando la roccia e si uccide un bosco, inutilmente. C’è anche sulla luna la dinamite? Andiamo. Morte alla morte per la morte: guerra. In verità, pensa il toro, il mondo è bello. Già i rami bruciano. Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Chiudi gli occhi e sciogliti i capelli. La poesia fu scritta nel 1941 durante l’esilio tra la Francia e l’Argentina e nel componimento il lirismo amoroso si fonde con l’impegno politico.
Nella poesia si nasconde il manifesto poetico del poeta ed anche la sua missione di vita.
Il garofano e la spada sono due metafore.
Il garofano rappresenta la vita con la sua bellezza, la libertà, la poesia e l’amore per la donna e la natura.
La spada rappresenta la violenza, la crudeltà della guerra, la durezza del destino da affrontare.
In tutte le poesie dell’esilio c’è sempre la nostalgia per lo scenario semplice e nel contempo splendido della patria e della città natale abbandonata e un’immersione nella natura di cui la donna amata è la portavoce rilassante tra sogno e realtà.
N.B. Le immagini sono state generate dall’IA
