di Giosanna Pigoni

Ci sono femminicidi che il tempo ha provato a cancellare, ma i luoghi li ricordano ancora: una stanza, un cappio, un letto, un soffitto. Dianora e Isabella de’ Medici morirono così, nel silenzio di due ville toscane, vittime di uomini potenti e di un sistema che non prevedeva giustizia per loro. Giosanna ci racconta quei fatti, riportando alla luce ciò che la storia ha taciuto. Biancastella

Sono stata sempre affascinata dai castelli, come se fra le loro mura — spesso solo ruderi — sentissi ancora il respiro delle vite che vi si sono succedute.
La settimana scorsa, durante un mio soggiorno in Trentino Sud-Tirolo, su suggerimento della nostra Biancastella ho visitato il castello di Tasso, così chiamato dal nome degli ultimi proprietari, i Thurn und Taxis.
Esperienza affascinante che mi ha riportato ai miei castelli della Lunigiana, in terra toscana.
Non mi attardo su queste dimore medievali – troppo ci sarebbe da dire – che si snodano per tutta Europa: ora enormi fortezze, ora manieri, ora vecchi ruderi, ora ville ancora ben mantenute. Certo è che l’Italia pare ne abbia un numero maggiore rispetto a Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda… (circa 40.000!).
Al borgo di Tasso, stanze e saloni rigorosamente in legno erano semplicemente arredati con cassettoni, madie, secrétaires e alcuni dipinti dei proprietari del ’500, oltre a teste di caprioli, stambecchi e cervi alle pareti, in armonia con le attività del territorio montuoso.
Niente di tutto questo nei castelli medicei, dove il segno dell’opulenza e del potere si mostra con ostentazione.
E la vita delle dame come si svolgeva? Credo che, dal nord al sud del Bel Paese, più o meno obbedisse ai soliti riti assegnati alla castellana e alle sue dame.
Mi fermo su alcuni fattacci ancora controversi che coinvolsero due belle dame del Cinquecento e che avvennero a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.
10 luglio 1576, villa medicea di Cafaggiolo, Barberino di Mugello, vicino Firenze. Pietro de’ Medici, figlio di Cosimo ed Eleonora di Toledo, è da tre anni marito di Dianora, una cugina da parte di madre. Un matrimonio non felice, perché lei e Pietro erano completamente diversi: lei raffinata, colta, spigliata; lui violento e prepotente, incline a frequentare donne di malaffare.
Pare che la bella Dianora, tradita e delusa, avesse iniziato a frequentare il gentiluomo Bernardo Antinori, di nobile famiglia fiorentina. Pietro scoprì la relazione e la uccise soffocandola con un “asciugatoio”, come raccontano i giornali dell’epoca. Questo fatto fu seguito, pochi giorni dopo — il 16 luglio — da un altro “femminicidio”, come diremmo oggi: quello di Isabella de’ Medici.
Nata nel 1542, sorella maggiore di Pietro l’uxoricida, a soli undici anni i genitori stipularono per lei il contratto di nozze con Paolo Giordano Orsini, della nobile famiglia romana e duca di Bracciano. Il matrimonio avvenne nel 1558, quando Isabella era poco più che adolescente: bella, raffinata, disinvolta nel comportamento, fu offerta a un marito che, secondo le cronache del tempo, era definito impulsivo, cinico, scialacquatore. Trascurata per le lunghe assenze che portavano l’Orsini da Firenze a Roma, erano tuttavia legati da una corrispondenza molto affettuosa, come si evince dal carteggio.
Morto il padre Cosimo, e con l’appoggio del fratello Francesco, don Giovanni di chiara fama e molto chiacchierato per la relazione con Bianca Cappello, Isabella si trovò immersa fra feste e balli. Paolo si insospettì, forse a buona ragione, che lei lo tradisse con il cugino Troilo Orsini, che aveva eletto a suo custode. Invitò la consorte a passare un fine settimana nella villa medicea di Cerreto Guidi e, quando la moglie fu a letto, Paolo le infilò al collo un cappio calato da un buco del soffitto e tirato da alcuni suoi sgherri: la povera Isabella restò strangolata a mezz’aria sopra il letto matrimoniale.
Nella camera con il “cappio” sono esposti i ritratti di Isabella, dell’Orsini e di molti personaggi della dinastia medicea.
La storia non finisce mai.
La Spezia, marzo 2026 Giosanna Pigoni


Non possiamo restituire a Dianora e Isabella ciò che è stato loro tolto, ma possiamo sottrarle all’oblio che per secoli ha protetto i loro assassini più di loro. La storia non serve a consolare: serve a illuminare ciò che continua a ripetersi sotto forme diverse. E ogni volta che una vicenda come la loro torna alla luce, incrina un po’ di quel silenzio che ha permesso alla violenza di attraversare i secoli. È in questa incrinatura che comincia il cambiamento. Biancastella
N.B Le fotografie del Castello di Tasso sono state scattate da Giacomo Gadaleta






