Annamaria Pierangeli: la Diva spezzata tra due mondi

di Serena Bersani

Storie di donne 43 a cura di Biancastella

Con questo quarto profilo, la nostra galleria di “muse inquiete”, proposta da Serena Bersani, si arricchisce di un volto che incarna una tragedia differente, ma non meno profonda. Se Marilyn Monroe è stata la vittima del mito, Jean Seberg della politica e Natalie Wood del mistero, Anna Maria Pierangeli rappresenta il sacrificio di una purezza mediterranea schiacciata tra le ferree ambizioni familiari e il cinismo della macchina hollywoodiana.

Come le protagoniste analizzate in precedenza, anche la “Pier Angeli” ha vissuto una vita di contrasti insanabili: una bellezza da cerbiatta che nascondeva fragilità psichiche e una carriera iniziata sotto i migliori auspici che si è spenta nell’ombra di una solitudine irreversibile. In lei ritroviamo lo stesso filo conduttore: un epilogo prematuro e ambiguo che, ancora oggi, ci costringe a chiederci quanto ci sia stato di fatale e quanto di indotto in una fine arrivata a soli trentanove anni. Biancastella

Un Matrimonio sotto lo sguardo del Mito

Il giorno del matrimonio, lui guarda da fuori. Non entra. Non fa scenate. Capisce che non c’è niente da salvare senza ferire ulteriormente la sua amata, che recita la parte della sposa con un altro uomo. Lei è l’incantevole attrice italiana Anna Maria Pierangeli – per gli americani soltanto Pier Angeli – e lui è l’attore simbolo della gioventù ribelle, destinato ad entrare nel mito come quanti muoiono troppo giovani, James Dean. Una comparsa fuori campo, non il protagonista. La storia più cinematografica che Hollywood abbia mai vissuto fuori dallo schermo finisce lì, in quella chiesa in cui il rito cattolico sancisce le unioni all’italiana. Jimmy è fuori dal palcoscenico, gli attori sono altri. Lui è ormai solo uno spettatore, non un personaggio ma una persona che, in quanto tale, non smette di soffrire una volta calato il sipario.

La realtà oltre la finzione

Lei è quella che Paul Newman definì la più bella attrice italiana di quel tempo.  Anna Maria Pierangeli è una Audrey Hepburn ante litteram, con lo sguardo di velluto di una cerbiatta. A noi posteri sarebbe piaciuta una scena come nel finale del Laureato di Mike Nichols, con un Dustin Hoffman che trova il coraggio di strappare dall’altare la bella Katharine Ross e fuggire con lei in un tripudio di veli da sposa, salendo su di un autobus scalcinato. Ma quello è un film, non la vita vera, sempre meno accomodante, anche sotto le luci di Hollywood. E, soprattutto, non siamo alla vigilia del Sessantotto, ma nei patinati, perbenisti e ipocriti anni Cinquanta.

Il peso della tradizione e il “Brand” Pier Angeli

Nel film di Nickols il protagonista fugge con la giovane amata rinchiudendo, addirittura con l’uso di una croce, lo sposo e gli invitati nella chiesa dove si sta celebrando il rito. Il cattolicesimo fervente della madre di Anna Maria, accompagnato all’immagine casta, pura e aliena alle ribellioni che costituiva il “brand” Pier Angeli accuratamente costruito dalle majors, non avrebbe mai permesso un “the end” lontano dalla tradizione e dall’italianità. La madre aveva faticato troppo per far aderire la sua creatura a quell’ideale da permetterle di rovinare tutto con un giovanotto bello e dannato, di grandi speranze nel cinema ma ancora senza un dollaro. Un giovanotto dall’aria ribelle che avrebbe potuto portare in dote solo le fragilità di un ex bambino ferito dalla morte prematura della madre e dalle molestie di un pastore metodista. Un ragazzo sulla cui omo o bisessualità si investirono in seguito enormi quantità d’inchiostro, ma sul cui amore puro e corrisposto per la collega italiana nessuno – non solo la Hollywood che ancora credeva nelle favole – osò mai nei decenni a venire sollevare alcuna perplessità.

Le radici: dalla guerra al successo

Anna Maria Pierangeli era nata a Cagliari il 19 giugno 1932, gemella di Maria Luisa (che diventerà anche lei attrice con il nome di Marisa Pavan), figlia di un architetto e di una madre dall’ambizione feroce. È Roma, dove presto la famiglia si trasferisce, che la plasma, è la guerra che la segna: a dieci anni vive l’occupazione nazista, i rifugi antiaerei, la fame. A diciassette anni la scopre il regista Léonide Moguy mentre accompagna il padre a visitare una villa. L’anno è il 1950, il film Domani è troppo tardi, e quella ragazzina minuta, spontanea, con una fragilità che buca lo schermo, vince il Nastro d’Argento come miglior attrice.

Il sogno americano e la gemella Marisa

Via Veneto le sta già stretta o, meglio, tarpa le ambizioni di una madre che pare ricalcare la protagonista del film realizzato da Visconti l’anno successivo, Bellissima. E bellissima lo è davvero la gemella su cui la genitrice ha puntato tutte le fiches. Hollywood la aspetta: la MGM la mette sotto contratto per sette anni, le cambia nome chiamandola Pier Angeli all’americana, e nel 1952 la premia con un Golden Globe come miglior promessa femminile. È l’oro abbagliante del successo, quello che fa credere che tutto sia possibile. Sulla sua scia la madre lancia anche l’altra figlia, che ha preso il nome d’arte di Marisa Pavan e che già pochi anni dopo, nel 1955, viene candidata all’Oscar come attrice non protagonista nel suo primo film, La rosa tatuata, accanto ad Anna Magnani che la statuetta come protagonista se l’aggiudica. Ma Marisa di Anna Maria è l’alter ego pacato e borghese, destinata a una vita lunga e appagante, mentre la star di famiglia è condannata a un’esistenza breve e tormentata, tra matrimoni sbagliati e figli sottratti, sempre sulle montagne russe della macchina hollywoodiana da cui si scende tramortiti nel corpo e annebbiati nella mente.

L’incontro e l’Amore Impossibile con James Dean

Pier Angeli e James Dean si incontrano sul set, durante le riprese di La valle dell’Eden. Lui ha ventitré anni, è ribelle, intenso, maledetto quanto basta a celare la profonda timidezza e a far perdere la testa a chiunque lo avvicini. Lei è dolce, cattolica, sognatrice. Lui la chiama Annarella, una crasi tra Anna e Cinderella, una Cenerentola inciampata in un principe disposto per lei a sostituire il giubbotto da moto con un impeccabile smoking, come vengono immortalati agli eventi mondani. La coppia del momento è costretta a nascondersi per giorni in una baita sulla costa californiana, per stare insieme e parlare di cinema, di amore, del futuro. Lei gli promette che lo sposerà, ma non ha fatto i conti con sua madre Enrichetta, una donna di ferro con idee precise sul futuro della figlia. Dean non passa il suo esame: non solo perché appare sciatto, disordinato e inaffidabile, ma soprattutto perché non è cattolico.

L’immagine, creata dall’AI, cattura quell’atmosfera malinconica e dorata tipica della Hollywood degli anni ’50 e riflette il contenuto del testo

La scelta forzata e le sbandate del destino

La promessa del sì dura appena ventiquattrore, il tempo di passare attraverso il ricatto materno, il senso del dovere, la paura. Nello sconcerto generale, due settimane più tardi Anna Maria, forse solo per dispetto o per disperazione, si sposa con un altro. Il prescelto è Vic Damone, un cantante italoamericano, cattolico, presentabile, approvato dalla suocera.

Da quel momento la vita dorata di Jimmy e Pier comincia a correre a velocità vertiginosa, con continue sbandate fino all’epilogo. Rapido per James Dean che, il 30 settembre 1955, dieci mesi dopo il matrimonio di Anna Maria, muore a ventiquattro anni in un incidente stradale su una Porsche 550 Spyder. Quando Pier riceve la notizia, ha appena dato alla luce il figlio Perry.

Il declino e la solitudine finale

Il matrimonio con Damone naufraga nel 1958 tra battaglie legali per la custodia del bambino. Ne arriva un secondo, nel 1962, con il compositore Armando Trovajoli: un altro figlio, un altro divorzio nel 1969. La carriera, nel frattempo, sfiorisce: film europei di serie B, western dimenticabili, fantascienza a basso costo. Tutto si è bruciato nella sua vita nel decennio più giovane del Novecento. Nel 1971 Pier torna a Los Angeles, vive in un piccolo appartamento a Beverly Hills, i figli lontani, affidati ai padri. È sola, al verde, depressa, ricoverata a tratti in una clinica psichiatrica. L’amica Debbie Reynolds e la sorella gemella Marisa tentano di rilanciarla, ma ormai è tardi.

L’ultimo atto

 Anna Maria Pierangeli ha già vissuto tutte le delusioni e tutte le paure. Ora, alla vigilia dei quarant’anni, le resta solo quella di invecchiare. Sceglie di andarsene a trentanove anni. Il 30 settembre 1955 viene trovata morta per overdose di barbiturici. Un incidente, forse. Il referto parla soltanto di intossicazione da farmaci. Prima di scivolare in un sonno chimico senza ritorno ha abbozzato una lettera destinata “al mio unico amore”. Non c’è alcun nome. Non serve.