Ucraina senza pace:2022-2026

di Biancastella con una poesia di Ritangela Tomasicchio

Dovevo pur raccontarlo! a cura di Biancastella

Ci sono testi che scriviamo sperando che, rileggendoli anni dopo, sembrino solo il ricordo di un brutto sogno. Invece, riaprire l’articolo che ho scritto quattro anni fa sulle colonne de Il Resto del Carlino, a due mesi dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, è come toccare una ferita ancora aperta. Lo ripubblico in questa rubrica perché il dolore delle madri e l’orrore della guerra non possono essere “archiviati”: sono storie che abbiamo il dovere di continuare a raccontare finché le armi non taceranno davvero.

Quattro anni fa restavamo increduli davanti ai carri armati che tornavano a calpestare la terra vicina, convinti, forse ingenuamente, che certi capitoli della storia fossero chiusi per sempre. Oggi quella stesso testo e quella poesia, nata dal cuore di una madre per altre madri, risuona con una forza ancora più disperata. Li ripropongo oggi perché, se non riusciamo a fermare le armi, dobbiamo almeno permettere alla poesia di gridare la verità che i bollettini di guerra omettono: il sangue di un bambino rimasto immobile in un campo nero dove non nascerà più nulla. Biancastella

Immagine generata dalla IA sulla base dei testi delle Autrici

Tacciano le armi, parli la poesia delle madri (da Il Resto del Carlino– 8/05/2022)

Siamo a più di 70 giorni dall’inizio di una guerra che sfiora l’assurdo, coi carri armati di un paese che invade il suo vicino, come nelle campagne di conquista dei nostri ricordi scolastici e un popolo aggredito che è costretto a difendersi, incredulo e impari nella forza.

L’avanzata è stata brutale e noi siamo rimasti irretiti di fronte ad una realtà che, da paesi illusi di non vedere mai più la guerra alle nostre porte, ci sembra inspiegabile. Eppure siamo testimoni della distruzione di intere città e di crimini di guerra che ci fanno dubitare della parola Umanità.

Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro” scriveva il poeta, e un altro: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”.

Forse non rimane che la poesia per dare voce al dolore, per denunciare il vero volto della guerra che si accanisce sempre sui più deboli. Non riusciamo ad esprimere, se non maledicendo i colpevoli, i sentimenti che proviamo davanti ad una madre che fugge col suo bambino, ma mentre fugge viene uccisa.

E allora non ci resta che rivolgerci alle madri con dei versi che vengono dal cuore e dalla penna di una madre, per far tacere almeno oggi le armi e lasciare che risuoni la poesia. (di Biancastella Antonino)

Ucraina (di Ritangela Tomasicchio 2022)

Non ci sono frontiere 
per gli uccelli
I cieli sono sempre liberi
per gli uccelli
E lei ricordava il trionfo di vita allegro e sterminato
dei forti girasoli
in contrasto con l'azzurro del cielo.
E lei voleva essere lì
per la semina,
ladra ghiotta di quei semi.
E s'alzò in volo verso Est,
la colomba,
all'inizio della primavera.
Spesso, bianca, spariva
nelle bufere della neve tardiva,
ma continuava a volare.
Spesso vedeva fiori di luce
sbocciare nel cielo della notte.
Non erano feste di paese
Non erano urla di gioia, ma pianti convulsi di bambini.
Allora tremante nascondeva il capo tra le ali...
Un giorno all'improvviso un boato...
Sbattuta per terra tra fango e neve
si sporcò le ali di rosso:
il sangue di un bambino
piccolo immobile
in un campo nero
da cui nulla sarebbe nato...
Si sentì a torto colpevole,
testimone di un'atrocità...
Spalancò le ali
su quel corpicino
ed, ingenua,
rimase a scaldarlo per l'eternità.

copia digitale della pagina del quotidiano Il Resto del Carlino che si ringrazia per la gentile concessione

Rileggere queste parole a distanza di anni non è solo un esercizio di memoria, ma un atto di accusa. Ci eravamo illusi che il mondo avesse imparato a riconoscere il rumore dei cingolati, che la storia avesse finalmente stancato la mano di chi impugna le armi. Invece, siamo ancora qui, spettatori di una “guerra che sfiora l’assurdo”, dove il più forte invade il vicino e l’umanità viene calpestata nel fango.

Cosa resta quando le parole finiscono? Resta il dubbio atroce sulla nostra stessa “Umanità”. Resta l’immagine di quella colomba che, sporca del sangue di un bambino “immobile e dimenticato”, sceglie di restare a scaldarlo per l’eternità, testimone ingenua di un’atrocità che noi, i “giusti”, non riusciamo a fermare. Forse la guerra non si ferma perché abbiamo smesso di ascoltare il pianto convulso dei figli degli altri, o perché abbiamo accettato che i “fiori di luce” nel cielo notturno siano bombe e non speranze. Ma finché avremo una penna e un cuore, continueremo a scrivere. Non perché la poesia possa fermare i proiettili, ma perché non possiamo permettere che l’indifferenza sia l’ultima parola su questo campo nero.

Perché, se taciamo anche noi, allora quel bambino sarà davvero dimenticato.