di Ritangela Tomasicchio

Dopo il rigore logico della matematica e l’approccio empirico delle scienze, il diario liceale di Ritangela si arricchisce di un ritratto quasi teatrale: la professoressa di Storia dell’Arte. Se i colleghi precedenti incarnavano la razionalità, lei trasforma la lezione in una performance, tra camminate alla Carla Fracci e un linguaggio così ricercato da costringere gli studenti a prendere appunti “clandestini”. In questo capitolo, la Storia dell’Arte smette di essere una materia di contorno per assumere la stessa dignità del greco e del latino. È un mondo fatto di dita ingioiellate che indicano immagini, di “verdolini” invisibili su foto in bianco e nero e di giudizi criptici che lasciano la classe in un limbo di incertezza.
Il racconto si fa per me particolarmente vicino, poiché l’autrice rievoca la “tragedia” estiva di Biancastella (la sottoscritta), all’epoca rappresentante degli studenti e “tipetto rivoluzionario” da tenere a freno. Tra mummie egizie e lupanari pompeiani evocati per rivalsa, emerge il ritratto di una scuola d’altri tempi, dove l’autorità del docente si scontrava con la vivacità di chi, già allora, era proiettato verso il futuro. Biancastella

L’ANTESIGNANA DI VITTORIO SGARBI
Quando stava per arrivare Lei, la Prof. di Storia dell’arte, le mosche capivano da sole che non dovevano volare, perché il loro volo non era abbastanza artistico.
Entrava lieve con una camminata alla Carla Fracci e per tutta la lezione, se non passava tra i banchi, assumeva, mentre spiegava, una posizione di riposo da ballerina classica con i piedi divaricati. Forse aveva studiato danza in età adolescenziale, anche le sue scarpe eleganti lo ricordavano. Noi ci alzavamo, al suo arrivo, perché un tempo così si usava per rispetto ai professori.
Poiché nelle prime lezioni la prof. con naturalezza usava un linguaggio settoriale che a noi risultava ostico, prima del suo arrivo si decideva chi a turno dovesse prendere di nascosto appunti rigorosamente proibiti. Matite minuscole, nascoste nel palmo delle mani, facevano il loro lavoro sui libri aperti sui banchi e non un libro a coppia. Quello degli appunti era un’altra delle cose controverse della sua didattica. Lei non voleva che si prendessero appunti, ma poi riteneva importantissimo che si ripetesse, e non a memoria, tutto quello di cui aveva parlato. E se ricordavi o pronunciavi un attributo da lei usato per definire un’opera d’arte, bastava solo quello a conquistarla per sempre.
Non esistevano interrogazioni, tutto si svolgeva mentre la prof. passava tra i banchi ed un bel momento ti indicava, col dito ingioiellato, un’immagine che c’era sul libro davanti a te. Ne chiedeva spiegazioni, mentre il suo anello, ostentato vanitosamente, copriva in parte l’immagine.
E così, da un’immagine nacque la descrizione famosa, ripetuta nelle imitazioni di una nostra compagna destinata a diventare docente di Storia dell’arte nello stesso liceo: “Osservate il noli me tangere del Cristo, con alle spalle il verdolino anzichenò delle foglie del cespuglio”. E con una gamba in avanti ed un braccio teso rifaceva il gesto del Cristo.” A fanaticaaa…” avrebbero detto a Roma, perché poi l’immagine era in bianco e nero e quel “verdolino” non si poteva notare.
Insomma, era un’antesignana di Vittorio Sgarbi e noi, colmo della tragedia, non eravamo in grado di capire chi andava bene e chi andava male. Alla fine, siccome la mia interrogazione si faceva attendere, spinsi mia madre ad andare al colloquio. E Lei, criptica, se ne uscì con questa frase: “Ha un viso plastico, mi segue”.
Le ripetenti, poi, erano condannate a stare nel limbo, come se fossero state stigmatizzate a non poter accedere alla comprensione dei sacri valori dell’arte.
Comunque in me cominciò a prendere piede l’ammirazione per questa donna che era riuscita in seno al Consiglio di classe a dare un peso alla sua materia orale alla stregua del latino e del greco, riscuotendo anche la stima dei colleghi.
Ora mi perdoni la cara amica Biancastella, mia compagna di banco, se l’annovero tra le vittime falcidiate con un cinque alla rimandatura a settembre in un’unica materia! Mi ha confessato di essersi aggirata con la fantasia per tutta un’estate tra le mummie dell’antico Egitto, per l’Acropoli, il foro romano e forse, nonostante fosse una fanciulla raffinata e per bene, per i lupanari di Pompei, indirizzando alla docente crudele tutte quelle raffigurazioni anatomiche che erano sulle porte.
La verità era che Biancastella, da sempre proiettata verso il futuro, era stata nominata rappresentante degli studenti ed a quei tempi certi tipetti, che a torto sembravano rivoluzionari, bisognava tenerli a freno.
Un giorno incontrai la prof., mi guardò e mi disse:”Tomasicchio, che volontà!”. A dire il vero, un po’rimasi perplessa; secondo Lei, avevo dimostrato solo una grande volontà e l’intelligenza, nella fase di adattamento alla sua didattica, e soprattutto nell’averla sopportata, non c’era stata?
Ora mi rivolgo a chi avrà la pazienza di leggere questi miei ricordi :” Ritenete che docenti come quelli che ho rievocato anche negli articoli precedenti, possano ancora sopravvivere didatticamente nella moderna scuola italiana?”A voi “l’ardua sentenza”.




Noi ragazze degli anni ’60. In mezzo a loro, io c’ero: Ed ero così giovane!! B.
