di Biancastella

“Caterina è la madre che non c’è, la madre perduta che Leonardo cerca in tutte le sue immagini”. Carlo Vecce

Esistono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma ne riscattano la memoria. Il sorriso di Caterina: la madre di Leonardo di Carlo Vecce è uno di questi. Lo lessi quasi d’un fiato, nonostante le 524 pagine, nell’estate di due anni fa e in un primo tempo mi meravigliai che l’autore, uno dei massimi esperti mondiali di Leonardo da Vinci, avesse trasformato anni di ricerche d’archivio non in un saggio ma in un romanzo, così potente da distruggere un mito secolare per restituirci una verità molto più profonda e, a tratti, dolorosa. La risposta che mi sono data è che probabilmente, il romanzo, il suo bellissimo romanzo, sarebbe stato letto da un pubblico più numeroso di quello di un ponderoso saggio storico e Caterina finalmente avrebbe avuto un nome e una patria, dal momento che per secoli era stata solo un’ombra.
La scoperta: un atto di libertà del 1452
Il cuore del libro risiede, dunque, in un documento storico reale, ritrovato da Vecce nell’Archivio di Stato di Firenze: l’atto di liberazione della schiava Caterina, firmato dal notaio Piero da Vinci. È il “colpo di scena” che cambia tutto. Si pensava che la madre di Leonardo fosse una contadina toscana, e invece era una giovane donna rapita sulle montagne del Caucaso, venduta nei mercati di Costantinopoli e arrivata a Firenze come un oggetto.
Il romanzo di Vecce ci trascina nel fango e nella polvere delle navi mercantili, facendoci sentire il freddo delle catene di Caterina. Come lettrice, ciò che più mi ha colpito è il contrasto tra la brutalità del destino di questa donna e la straordinaria libertà mentale del figlio che nascerà dal suo incontro con Ser Piero. Ma seguiamo la sua storia dall’inizio.
Caterina è una principessa dei Circassi, una ragazza selvaggia, nata libera come il vento. Corre a cavallo sugli altopiani del Caucaso, ascolta le voci degli alberi, degli animali, degli dei e degli eroi. Il suo è un popolo che sembra vivere al di fuori del tempo e la sua lingua è la più antica e la più incomprensibile del mondo. Poi un giorno, viene improvvisamente trascinata nella Storia. Rapita dai Tartari, dopo un viaggio avventuroso attraverso il Mar Nero e il Mediterraneo, viene venduta come schiava ai Veneziani e da Venezia si ritrova a Firenze, in pieno Rinascimento. E qui, ancora serva in città straniera, sradicata dalla sua terra, dalla sua lingua e dal suo lignaggio, incontra il giovane notaio Piero da Vinci. Il loro è un amore impossibile, un incontro tra una “cosa” (così veniva considerata una schiava) e un uomo di legge.
Il figlio della libertà
Leonardo nasce nel 1452, ma è un figlio “illegittimo”. Caterina lo allatta, lo cresce nei suoi primi anni, passandogli forse quei tratti somatici orientali e quell’amore viscerale per la natura che diventeranno il suo marchio di fabbrica. Ma la legge del tempo è crudele: Caterina viene data in sposa a un ex mercenario, mentre Leonardo viene accolto nella casa del nonno paterno, dove crescerà.
Lui, il figlio “illegittimo”, erediterà dalla madre non solo i tratti somatici orientali, ma soprattutto il senso dello sradicamento. È un bambino che cresce tra due mondi, senza appartenere interamente a nessuno dei due.
Leggendo il libro, si comprende come il genio di Leonardo sia, in realtà, un genio migrante. La sua ossessione per il moto delle acque, per il volo degli uccelli, per la libertà assoluta della natura, sembra quasi un omaggio inconscio alla libertà rubata a sua madre. Caterina, nel racconto di Vecce, diventa la prima “maestra” di Leonardo, colei che gli ha passato lo sguardo di chi viene da lontano e osserva il mondo con una curiosità mai sazia.
La storia di Caterina non finisce con l’abbandono. Sappiamo che ebbe altri figli dal suo matrimonio e che lottò per riconquistare la sua libertà e la sua dignità strappata. Sappiamo anche che amò più di ogni altra cosa quel figlio messo al mondo quando era ancora schiava, anche se non aveva mai potuto dirglielo, non aveva mai potuto abbracciarlo come figlio, perché era costretta a fingere che non lo fosse. Solo quando anziana era rimasta ormai sola, Caterina intraprese un ultimo, faticoso viaggio per raggiungere il figlio a Milano. Leonardo la accolse, se ne prese cura finchè Caterina morì fra le sue braccia. Nei suoi taccuini, annotò con precisione le spese per il suo funerale. Non fu fredda precisione ma l’ultimo disperato gesto d’amore di un figlio per la donna che gli aveva insegnato a guardare il mondo con occhi diversi.
Perché Vecce intitola il libro al “sorriso” di Caterina? Perché in quel sorriso enigmatico — lo stesso che ritroveremo nella Gioconda o in Sant’Anna — si nasconde il mistero di una donna che ha saputo resistere. Per questo sono convinta che Il sorriso di Caterina non è solo un libro su una misteriosa vicenda legata a Leonardo, ma è un atto di giustizia storica verso Caterina e verso tutte le donne i cui nomi sono andati perduti tra le pieghe dei documenti ufficiali. In definitiva, il lavoro di Carlo Vecce ha il merito di aver tolto Caterina dalla teca di cristallo del mito per restituirla alla polvere della storia, rendendola incredibilmente viva. Leggere Il sorriso di Caterina significa accettare che il genio non nasce nel vuoto, ma affonda le radici in storie di dolore, sradicamento e silenziosa resistenza.





Leonardo non è stato un uomo solo; è stato un figlio che ha passato la vita a dipingere il volto di una madre che la legge del tempo gli aveva strappato troppo presto. Se oggi guardiamo la Gioconda o la Sant’Anna e avvertiamo quel senso di mistero che ci toglie il fiato, forse è perché stiamo guardando, dopo secoli, il riflesso di quella ragazza circassa che attraversò il mare in catene per dare al mondo la luce della conoscenza. Caterina non è più un’ombra: attraverso le pagine di Vecce e il pennello di suo figlio, è finalmente tornata libera.