di Biancastella

Siamo nell’’800, anzi in pieno Risorgimento e c’è una scrittrice che pur non avendo alle spalle studi storici né tanto meno esperienze letterarie compone un libretto dedicato alle “insigni donne bolognesi”: Carolina, nata Pizziconi, aveva stilato, con buona dose di patriottica retorica, il primo repertorio biografico di artiste, giuriste, eroine, letterate, mistiche, insomma donne bolognesi che avevano operato e si erano distinte al di fuori del ruolo tradizionale di madri e spose. Non può considerarsi, dunque, una semplice scrittrice, ma una vera e propria paladina della memoria femminile dal momento che grazie a lei queste figure femminili che avevano dato lustro alla città di Bologna sono state strappate all’oblio della storia scritta prevalentemente al maschile. Il suo lavoro non è solo un elenco di nomi, ma un vivace affresco di talenti, passioni e successi! Leggere le sue biografie significa fare un viaggio entusiasmante attraverso i secoli, scoprendo figure eccezionali come l’illustre pittrice Elisabetta Sirani o le dotte sorelle Calderini, rivivendo il loro genio con una chiarezza e un fervore che solo un’autrice mossa da sincera ammirazione poteva infondere.
La storia personale di Carolina Bonafede è un inno alla resilienza e alla passione che vale la pena raccontarvi!

Un Inizio a Piacenza e le Prime Prove del Destino (1811 – 1830)
Carolina Bonafede, nata Pizziconi, nasce a Piacenza il 7 agosto 1811. La sua infanzia è segnata da un precoce allontanamento dai suoi genitori naturali e dall’adozione da parte di zii materni, un dettaglio che forse le ha infuso quell’acutezza nel comprendere le storie altrui. Giovanissima, a soli quindici anni, si sposa con Vincenzo Sabatini, un giovanissimo ufficiale della milizia pontificia. Ma il destino la colpisce duramente: a soli 19 anni, nel febbraio del 1830, Carolina si ritrova vedova e incinta, con un figlio piccolo di venti mesi da crescere.
Immaginate la forza d’animo di questa giovane donna, costretta a navigare le tempeste della vita in un’epoca che offriva ben pochi appigli alle donne sole. Questo trauma non la spezza; al contrario, le tempra il carattere, trasformandola in quella combattente indomita che avrebbe dato voce alle donne di Bologna! Dopo un anno di vedovanza, si risposa con il capitano Bonafede che – da volontario si era arruolato nell’esercito napoleonico e aveva partecipato alla campagna di Russia – le tramette l’amore per i valori e la storia patria. Con lui si trasferisce definitivamente a Bologna che diventa la sua città; ma nel 1844 rimane vedova anche del suo secondo marito, morto peraltro in circostanze poco chiare, e per sbarcare il lunario con i suoi due figli comincia a scrivere la sua prima opera storico-biografica sulle bolognesi illustri che viene pubblicata nel 1845. Nell’introduzione la scrittrice chiarisce subito di avere un intento divulgativo, anzi di voler educare le giovani donne attraverso l’esempio di quelle bolognesi che nel passato avevano “guadagnato fama” per i loro meriti. Anche le sue opere successive e i suoi racconti sono ispirati a figure femminili o sono storie intrise di valori risorgimentali.
L’Impegno Patriottico e la Penna Risorgimentale
Carolina non è stata solo una biografa. Ha fatto parte di quella generazione di donne eroiche che ha usato la penna come un’arma per l’Unità d’Italia. I suoi scritti si inseriscono nel filone della memorialistica patriottica, celebrando i valori e i protagonisti del Risorgimento. La sua vita fu dunque un intreccio potente tra l’amore per la storia locale e l’entusiasmo per la costruzione della nuova Nazione.
Per lei, il Risorgimento non era solo una questione politica o militare, ma un rinnovamento morale che doveva coinvolgere pienamente anche le donne. La dignità e il valore delle donne bolognesi, da lei celebrati, erano visti come parte integrante e fondamentale per la costruzione della futura e gloriosa nazione italiana.
Fino alla sua morte, avvenuta a Bologna nel 1888, Carolina Bonafede è stata una testimone appassionata del suo tempo, una scrittrice che ha saputo trasformare la ricerca storica in un potente strumento di emancipazione e orgoglio civile. Dobbiamo a lei, l’indomita Bonafede, se oggi possiamo ammirare con maggiore chiarezza la costellazione delle eroine felsinee.

