di Angela Montemurro

II puntata
Beethoven e l’Amata immortale: Il Genio tra Musica e Tormento

Ludwig van Beethoven è universalmente noto come un titano della musica, ma dietro la sua forza compositiva si celava un uomo vulnerabile e costantemente alla ricerca di un amore che non riuscì mai a coronare, così le sue composizioni sono spesso specchi dei suoi sentimenti. Angela ci racconta in questa seconda puntata della sua ricerca il lato più intimo di Beethoven analizzando, in particolare, le lettere all’ “Amata Immortale”, in cui il musicista scrive di un amore che esige tutto, confessando:” posso vivere solo con te o non vivere affatto” Biancastella
Tra i grandi musicisti, forse nessuna vita come quella di Beethoven, presenta tanti interrogativi, soprattutto riguardo ai suoi amori. La vita di Beethoven fu tormentata e solitaria. Nasce a Bonn nel 1770 da una umile famiglia con tradizioni musicali, il nonno era organista. Ha un’infanzia difficile, suo padre pressato da ristrettezze economiche, finisce alcolizzato, mentre sua madre muore quando è ancora ragazzo lasciandogli la responsabilità di curare i due fratelli minori. Si mantiene agli studi musicali suonando come organista presso l’arcivescovo di Bonn. Nel 1792, spinto da amici e mecenati, si trasferisce a Vienna, città che non abbandonerà più, dove compone, dà concerti, pubblica le sue opere, insegna. Si sente animato da una forte carica di ottimismo e di amore per l’umanità, che cerca di trasmettere nelle sue opere. Ma comincia a manifestarsi un male”impossibile” per un musicista: la perdita dell’udito. La malattia lo rende cupo, poco socievole, medita il suicidio (Heiligenstadt 1802). Si isola dal resto del mondo e si tuffa nella composizione guidato dal suo “orecchio interiore”.
La vita affettiva subisce una serie continua di frustrazioni. Nel 1827, colpito da polmonite, la sua salute precipita: dopo tre dolorosi interventi chirurgici muore a Vienna. La sua scomparsa suscita profonda emozione e la città gli tributa solenni onori.
Molti appunti dei suoi Quaderni e dei suoi Diari rivelano il suo ardente desiderio di trovare una compagna amorevole e devota che lo seguisse nel suo difficile cammino. Ma la vita amorosa di Beethoven fu molto tribolata. Le sue lettere dedicate ad allieve di cui si innamorava sono numerose, ma erano rivolte sempre a giovani donne che rimanevano affascinate dal suo genio, ma forse anche un po’ spaventate dal suo essere misantropo, impetuoso, in fondo bizzarro.
Nel 1801 pubblica a Vienna la “Sonata quasi una fantasia” in do diesis minore detta “Al chiaro di luna”, dedicata alla contessa Giulietta Guiccardi. Beethoven conobbe Giulietta negli anni a cavallo dei due secoli, quando frequentava la famiglia Brunsvik come maestro di pianoforte. Nella nobile famiglia di origine ungherese erano presenti le tre figlie del padrone di casa e la loro cugina Giulietta che tra le quattro era senz’altro la più bella, come mostrano i ritratti dell’epoca. Tutte e quattro le ragazze erano più o meno innamorate del maestro di piano. Beethoven si innamorò di Giulietta e scrivendo all’amico Wogeler gli parlò di «una cara ragazza che mi ama e io amo… Per la prima volta sento che il matrimonio potrebbe renderci felici. Purtroppo ella non è della mia condizione sociale…». Dal canto suo Giulietta, confidando il suo amore alla cugina Therese, le scriveva: «Avrei tanta voglia di liberarmi del mio fidanzato, il Gallenberg, e sposare quel brutto Beethoven così simpatico se non dovessi scendere con questo così in basso…». A 17 anni era già promessa al conte Robert Wenzel Gallenberg che la sposerà e la condurrà a Napoli dove aveva ottenuto la carica di Maestro di balletto alla corte borbonica. Dopo il rifiuto di lei, Beethoven attraversa una delle più gravi crisi depressive di quegli anni. Questo fu un dunque un amore infelice.

È strano che le tre lettere più importanti, quelle scritte per la sua Amata Immortale, e da cui prende spunto il titolo di queste “conversazioni” sui grandi amori della musica, furono ritrovate dopo la sua morte, nella sua scrivania. Evidentemente non furono mai spedite. Queste lettere risalgono al luglio 1812, e furono scritte in soli due giorni, tra il 6 e 7 luglio, durante il suo soggiorno a Teplitz, soggiorno in cui conobbe Goethe.
Ma esiste un rapporto tra lo stato d’animo del Musicista e la temperie spirituale della composizione? Se ascoltiamo il primo tempo della “Sonata quasi una fantasia”, universalmente nota come “Al Chiaro di Luna”, l’Adagio sostenuto, riconosciamo l’espressione sublime di un cupo dolore, espresso con una profondità emotiva tra le più insuperate nella storia della musica.

E alla temperie dell’Adagio possiamo accostare la lettura di una delle tre lettere all’Amata Immortale: “Angelo mio, mio tutto, anima mia, oggi solo qualche parola a matita (con la tua matita), – la camera me la potranno fissare soltanto domani, quanto tempo sprecato per simili inezie – Perché questa profonda angoscia, quando parla la necessità? Può l’amore esprimersi altrimenti, che nel sacrificio di sé e nel non pretendere tutto? che si può fare, se non sei interamente mia; se non sono interamente tuo? – Oh Dio, guarda quanto è bella la natura e non ti turbare per ciò che deve essere – l’amore esige tutto e con piena ragione, così è di me con te e di te con me – solo che tu dimentichi così facilmente che debbo vivere per me e per te; – se fossimo interamente uniti né tu né io proveremmo questo dolore – il mio viaggio è stato tremendo, sono arrivato qui ieri alle quattro di mattina, mancavano i cavalli, così la posta ha dovuto cambiare itinerario, ma che orribile strada! Alla penultima stazione mi avevano sconsigliato di viaggiare di notte, di guardarmi dall’attraversare un certo bosco, ma ciò mi aveva invece stuzzicato – e ho avuto torto, con tutti quei sobbalzi su un fondo appena sterrato, la carrozza si ruppe, e con due postiglioni meno abili dei miei, sarei rimasto bloccato a metà strada. – A Esterhazi non è andata meglio sulla strada normale, con i suoi otto cavalli contro i miei quattro. – Anzi, io mi sono persino divertito, come mi accade sempre in caso di scampato pericolo – ma torniamo in fretta dalle cose esterne a quelle intime. Ci rivedremo presto, anche oggi non posso comunicarti le osservazioni che ho fatto in questi ultimi giorni a proposito della mia vita – se i nostri cuori fossero sempre vicini l’uno all’altro, non mi sarebbero certamente venute in mente, ho il cuore che trabocca, vorrei dirti tante cose – Ah – ogni tanto penso che le parole non siano in grado di esprimere nulla – sii serena, continua ad essere il mio fedele, unico tesoro, il mio tutto, come io lo sono per te; il resto, quello che ci potrà e ci dovrà accadere, saranno gli dei a deciderlo. –
Il tuo fedele Ludwig”
Beethoven scrisse forse la seconda lettera poche ore dopo, mentre il giorno successivo la terza lettera, in cui si rivolge a questa misteriosa donna, chiamandola “mia immortale amata” e confessandole “posso vivere solo con te o non vivere affatto” e da ultimo, le scrive “vita mia, mio tutto! Addio! – Oh, continua ad amarmi – non disconoscere mai il cuore fedelissimo del tuo amato Ludwig, eternamente tuo, eternamente mia, eternamente noi!
Chi fu la donna dedicataria delle sue vere tre lettere d’amore? Molti pensano che potrebbe trattarsi o della su indicata Contessina Guicciardi, o anche di Therese Malfatti, una sua allieva quindicenne conosciuta nel 1810, figlia del fratello del dottor Malfatti, che curò Beethoven più volte anche negli anni della sua malattia. Beethoven se ne innamorò, facendo progetti matrimoniali. Ma la famiglia impedì a Teresa di sposarlo, perché lui aveva quarant’anni, e da più di dieci anni era tormentato da problemi all’udito. In una lettera le scrive: “Io vivo molto solo e quieto, e benché delle luci qua e là potrebbero rasserenarmi, pure, da quando tutti sono andati via di qui, si è venuto a formare in me un vuoto incolmabile, di cui nemmeno la mia arte, altre volte tanto fedele, è riuscita in alcun modo a trionfare. Ora addio, stimata Teresa. Le auguro quanto di bello e buono può darle la vita. Mi ricordi con simpatia, e sia convinta che nessuno come me vuol saperla più lieta e felice, anche se ella non si intese perfettamente col suo devotissimoĺ servitore e amico Beethoven.
A lei nel 1810 Beethoven dedica la breve composizione per pianoforte “Per Elisa” (titolo originale tedesco Für Elise). Il titolo è stato con molta probabilità trascritto in maniera errata al tempo della prima pubblicazione del brano, nel 1865, dal momento che era completamente illeggibile nel manoscritto che fu rinvenuto da Ludwig Nohl. Si tratta di una piccola gentile pagina, piena di sentimento amoroso, in cui viene ripetuta innumerevoli volte la perorazione mi-re, forse una invocazione, o un sospiro d’amore.
Beethoven morì a Vienna, sua patria d’adozione, il 26 marzo 1827, all’età di cinquantasette anni. Intorno al suo letto di morte non vi fu il pianto di nessuna donna che lo avesse amato, ma solo la cura affettuosa di amici commossi.
