di Ritangela Tomasicchio

Dopo aver condiviso con noi le fatiche e i paradossi del suo rapporto con le cifre nel racconto “Io e la matematica”, dove i numeri sembravano quasi entità ostili, Ritangela torna tra i corridoi di quello stesso liceo degli anni ’60 per affrontare un’altra “colonna portante” della sua formazione: la Chimica. In “Raccomandata e Mascalzona”, ci presenta la nemesi di ogni studente di allora: la professoressa di chimica. Una figura quasi mitologica, sospesa tra una rigida disciplina “mussoliniana” e assurde teorie sull’utero e la menopausa. Mentre in “Io e la matematica” esploravamo il senso di inadeguatezza davanti a una materia ostica, qui il racconto si tinge di una satira più pungente, svelando i retroscena di un sistema scolastico fatto di carismatici (e terribili) docenti-terroristi, di cuori di bue sezionati in laboratorio e di quella sottile arte della “raccomandazione” che suo padre cercò di usare per salvarla dagli artigli della professoressa. Due racconti speculari che, a distanza di sessant’anni, ci ricordano come la scuola non sia fatta solo di nozioni, ma di scontri di personalità, di piccole ribellioni e di quella strana nostalgia per un tempo in cui essere definita “mascalzona” era, in fondo, una medaglia al valore.
Buona lettura tra i banchi del passato e arrivederci …alla prossima puntata! Biancastella
Si prospettava una vacanza meravigliosa, ma incombeva una nuvola nera e sopra c’era Lei, piccola, brutta, senza età, con le labbra serrate tinte di rosso, un orribile cappellino ed un porro sul mento come si conviene ad una strega.
Era la mia prof. di chimica, una di quei docenti che, per mantenere la propria fama terroristica, dall’inizio dell’anno decidono chi deve essere eliminato, quindi non sempre il “ce l’ha con me” è ingiustificato.
La sua venuta in classe era sempre anticipata dalla fuga delle “grandi”, quelle della classe superiore che venivano in fretta ad informarci se disgraziatamente la prof non era malata, se aveva fatto una strage, se aveva scambiato il cappellino con uno ancora più buffo.
Dopo attimi di terrore con lo stomaco che andava su e giù, un braccio teso spostava con forza l’anta della porta ed appariva Lei, mantenendo sempre il braccio teso alla Wonder woman, quasi per sconfiggere vittoriosa la nostra ignoranza. Dopo una camminata “mussoliniana”, con uno sguardo abbracciava tutta la classe. Naturalmente c’era anche qualche disgraziata che, preparata in chimica, tentava col libro sulle ginocchia, di nascosto, di ripassare la materia successiva. E se quella posa metteva in evidenza qualcosa dal ginocchio in su, allora la prof. interveniva acida: “Dieci lire, dieci lire, venghino, venghino signori alla mostra”. Diceva proprio “venghino” per umiliarci, facendoci sentire elementi da festa di paese o da baraccone. E poi tutta una ramanzina sul comportamento che dovevamo avere alla presenza dei docenti maschi.
Dopo cominciava a girare tra i banchi e venivamo letteralmente ghermite per l’interrogazione:” Tu, tu e tu” sbrigativamente senza cognome. Durante l’interrogazione, che le nozioni proferite fossero esatte o sbagliate, lei ti guardava e muoveva la testa senza parlare facendo “sì, sì, sì, no, no, no”in continuazione come se fosse rimbambita, e questo ti faceva confondere non poco con la conclusione velocissima che potete immaginare.

Poi c’erano le lezioni di sesso , cosa non ancora decisa dal Ministero, perché eravamo negli anni ’60. Queste lezioni si succedevano con maggiore insistenza se qualche malcapitata veniva scoperta col moroso nelle vicinanze del liceo, e allora:” Ragassuole, voi ci date l’anima, ma quelli vengono fanno e se ne vanno!”
E tutto il romanticismo del primo amore, andava a farsi benedire.
Non ho mai capito l’origine di quell’accento romagnolo. Forse voleva apparire una donna del Nord evoluta nelle relazioni con l’altro sesso. Ma c’era qualcosa che la tormentava: la MENOPAUSA. Era la menopausa che la spingeva a rendersi mielosa, affascinante, nonostante la bruttezza. Un giorno sorrise al prof. d’italiano, strofinando a due mani il foulard dietro il collo alla Sofia Loren, anche se non aveva proprio nulla della Loren e le arrivava sicuramente all’ombelico
E sempre questa MENOPAUSA: “Ragazzine (non più ragassuole, perché l’argomento era più traumatico), quando in quel periodo difficile della vita di una donna, il marito vuole uscire, voi non dovete lasciarlo solo” e “Ragazzine, se nel periodo disgraziatissimo della menopausa, vi fa male un dito, non è il dito, ma l’utero, se vi fa male un dente, non è il dente, ma l’utero”.
Il problema era che si sentiva una grande scienziata e voleva che le sue spiegazioni fossero incisive, intanto chi nel laboratorio apriva le bottiglie di acido era l’alunna del momento, Lei si tirava indietro.
Non so come fece una compagna a procurarsi il cuore di un bue. La prof. voleva sezionarlo a mani nude, ma, inesperta, il bisturi le sfuggì dalle mani e, sì, sì, sì, no, no, no, poi cadde anche il cuore che venne dato alla bidella per i suoi gatti.

Nonostante m’impegnassi ero una frana con lo svolgimento delle reazioni chimiche alla lavagna. Me le aveva spiegate mia zia, prof. di Chimica, ma la prof le rigettava.
Allora mia zia, che voleva un gran bene a me ed alle mie sorelle, destinata a farsi assistente di tutte le malattie infantili e dei nostri amori, forse dotata anche di poteri taumaturgici, decise di soffocare il suo orgoglio e di fare un veloce aggiornamento di chimica da una sua ex alunna laureanda. Solo la forma era sbagliata, il contenuto, no, ma nel tempo tutti avevano preso l’abitudine a fare le reazioni in quel modo e la strega doveva saperlo. Comunque le cose non migliorarono. Allora mio padre, uomo tutto d’un pezzo, che mi aveva raccomandato di non piegarmi mai nella vita all’avvilimento delle raccomandazioni. Mio padre, per il quale nulla era impossibile, che avrebbe scalato l’Everest per garantirmi sempre il sole all’orizzonte, esasperato mise nella sua mente l’immagine di un bando, o meglio di una taglia,”Wonted, chi conosce questa stronza?” e si mise alla ricerca e riuscì a trovare nientepopodimeno che un suo caro amico, prof. del nipote della strega.
Naturalmente le cose cambiarono. Non venni messa al corrente delle strategie e continuai a rovinarmi il sedere sulla sedia, sognando di andare alla lavagna e per vendetta fare le reazioni più difficili con successo. Ciò non accadde. Negli ultimi giorni di scuola venni interrogata più volte sempre sullo stesso argomento forse per agevolarmi o per rimbambirmi. L’argomento era la composizione del dito formato da falange, falangina e falangetta. Stop, la strega m’ interrompeva e non chiedeva nient’altro.
All’esame di stato, conseguii uno sfavillante otto in chimica e scienze naturali. In seguito ebbi la sfortuna di incontrare per caso la prof. Dopo il mio saluto, mi fissò e disse soltanto:”Tomasicchio, tu sei una mascalzona, e tu lo sai che sei una mascalzona.”
La mia coscienza però era pulita, avevo sempre fatto il mio dovere.
