Il Natale di Biancastella

di Biancastella

Il sogno di Andriy (Ucraina oggi, dopo quasi quattro anni di guerra)

Andriy non dorme, si nasconde. Il rumore delle bombe gli fa ancora paura e quelle luci di fuoco non sono le stelle che la guerra gli ha rubato. Ma stasera, nel piccolo spazio buio della cantina dove si rifugia tutte le notti, gli occhi di Andreiy si chiudono davvero, e il mondo reale scompare per lasciare spazio a un altro mondo.

Nel sogno, il cielo non è fatto di fumo, ma di un velluto indaco così profondo che sembra di poterlo toccare. La luce non viene da esplosioni lontane, ma da una singola, gigantesca stella cometa che non sfreccia via, ma resta appesa, immobile, versando una pioggia d’argento sulla terra. Sotto quella luce, non c’è fango né macerie. C’è neve. Una neve pulita, silenziosa, così spessa che attutisce ogni suono tranne uno: il suono di risate cristalline, leggere come campanelle d’argento, che hanno preso il posto del terribile rumore degli spari.

Andreiy cammina (o forse fluttua), e non ha più paura. La sua casa è integra, ha finestre grandi come occhi che guardano il mondo e un tetto solido. Entra. Dentro non ci sono provviste razionate, ma un albero di Natale così alto che la punta sfiora le nuvole. È decorato con palline di vetro luccicanti ed è circondato da piccoli uccelli bianchi che cantano in un coro perfetto, e ogni loro nota è una promessa di pace. Al posto dei regali, ci sono mucchi di pane caldo, profumato, che sua madre distribuisce a tutti, sorridendo per una luce che non vedeva da tanto tempo.

Il momento più bello non è la magia dell’albero, ma la porta. La porta non è chiusa, sbarrata da travi di legno e paura. È spalancata. E non conduce fuori nella notte gelida, ma in una grande piazza dove tutti, tutti, si stanno abbracciando. I soldati – quelli che nel mondo reale hanno volti stanchi e spaventati – nel sogno di Andriy posano i loro elmetti e le armi a terra e tirano fuori, dalle loro tasche vuote, nastri colorati. Non più armi, ma decorazioni. E danzano. Danzano con le mani alzate, non per arrendersi, ma per toccare i fiocchi di neve che continuano a scendere, lenti, pacifici.

Nel sogno Andreiy si avvicina alla finestra, si accorge che qualcuno ha posato sul davanzale una lanterna che nonostante faccia una luce fioca riesce a fargli scorgere il volto di un suo amico il cui nome non può più pronunciare da sveglio, perché è troppo lontano per rispondergli. Ma lì, nel sogno, l’amico lo aspetta, e insieme lanciano palle di neve che, invece di scontrarsi, si aprono in fiori di luce, senza rumore.

Poi la stella cometa inizia a sbiadire dolcemente. Andreiy sente il freddo penetrargli attraverso le ossa e un suono, familiare e terribile, lo riporta indietro. Apre gli occhi. È ancora nel buio freddo della cantina. Il rumore è reale. Ma per un momento, solo per un momento, le sue mani sanno ancora di pane caldo, e le sue orecchie sentono il leggero canto degli uccelli bianchi. E con la memoria di quella pace, Andreiy trova la forza di nascondersi ancora fino all’alba. La pace è stata solo un sogno.