di Ritangela Tomasicchio

L’albero tocca il soffitto, le palle vengono tolte di nascosto, i regali entrano in casa con un “sotterfugio da complici incalliti” e il presepe… prende fuoco. Ma il culmine si raggiunge a tavola, quando lo zio melomane impone l’Opera e la zia, di fronte alle liti infantili, incoraggia a “una sopportazione affamata” con la frase cult: “Ci vuole poco, sta per morire e poi mangiamo”.
Ritangela ci regala uno sguardo spiritoso e irriverente dietro le quinte del suo Natale: un delizioso caos fatto di estro artistico, battaglie per il puntale e un pizzico di amara ironia che toglie il velo all’idillio perfetto delle feste. Preparatevi a sorridere amaramente: è ora di mettere… il sale sulla coda delle vostre tradizioni! Biancastella
Tradizioni Natalizie( quello che non racconti mai)
Era tradizione in casa mia che l’abete dovesse col puntale toccare il soffitto. Inoltre c’era una vera battaglia nella disposizione delle palle colorate come se si dovesse partecipare ad un concorso. E si litigava e si toglievano di nascosto quelle che secondo il gusto soggettivo non andavano bene per la forma o non si legavano col colore delle altre. Con la mia fissazione per il gusto artistico, davo fastidio più degli altri.
All’inaugurazione dell’albero partecipavano tutti gli amichetti del palazzo e mio padre spargeva cioccolatini e confetti sul tavolo per assistere divertito alla gara di chi velocemente ne prendesse di più. Poi consolava i perdenti con dolciumi di riserva.
Mia madre, l’artista di casa, era impegnata con carte d’imballaggio, sughero e colori per costruire il presepe che doveva essere diverso ogni anno. Un anno i colori ad olio presero fuoco, con grande spavento di noi tutti. Il presepe venne distrutto a secchiate per spegnere il fuoco, e così mamma ripiegò per gli acquerelli.
Sotto il lettone, in camera dei miei genitori, si nascondevano i regali che venivano fatti entrare in casa furtivamente da papà, mentre mamma ci distoglieva. E si divertivano pure loro in questi sotterfugi come due complici incalliti.
Un personaggio molto particolare era mio zio medico, diplomato al conservatorio in pianoforte e violino. Arrivava con i suoi dischi di opera classica e posso dire di essere stata allevata con le mie sorelle a Tebaldi e panettone, a Callas e cioccolatini. Il guaio era che, durante l’ascolto di un’opera, mio cugino litigava con le mie sorelle e si rincorrevano attorno al tavolo della sala da pranzo schiamazzando proprio quando o Mimì o Violetta erano nella loro lunga agonia. Allora interveniva invano mia zia, incoraggiandoci ad una sopportazione affamata, e, riferendosi alla protagonista di turno, diceva “Ci vuole poco, sta per morire e poi mangiamo”
Di solito quella che veniva rimproverata ingiustamente ero io, perché ero la più grande, perché studiavo musica, perché non dimostravo sensibilità ecc… ecc…
In verità io mi chiedevo, perché nelle opere e nelle tragedie quasi sempre dovessero morire le donne…L’avrei capito più tardi.
Dopo cena mio zio andava al pianoforte, prima lo accordava o lo scordava, come diceva mio padre, e poi sonava ad orecchio. La serata si concludeva con la bella voce di papà che si metteva a cantare.
Quindi l’atmosfera natalizia era meravigliosa, ma poi s’iniziava a contare i giorni che ci separavano dalla fine delle vacanze e si rimandava lo svolgimento dei compiti sadicamente assegnati, che pesavano tanto sullo stomaco diversamente dai dolci e dai cioccolatini.
Spesso seduta in poltrona, in prossimità dell’albero illuminato, quando in casa non c’erano ospiti, una malinconia mi prendeva, soprattutto se l’albero iniziava a perdere gli aghi profumati. Avrei preferito uscire, partecipare alle feste, incontrare le amiche, ma non c’era anni fa per gli adolescenti la libertà che c’è oggi. Ed allora si sognava il futuro.
Con la morte prematura di mio padre, che era l’allegria della nostra casa quasi sempre allietata dal sottofondo musicale di un giradischi, la tradizione dell’albero invidiato da tutti andò scemando, perché ricordava troppo chi non c’era più.
Quando mia figlia raggiunse quasi i due anni, nel periodo prenatalizio incominciò a non darmi la mano, a scappare per strada per raggiungere negozi che esponevano alberi di Natale. E, siccome la sorprendemmo sola davanti ad una vetrina in un piagnucolio da cagnolino, alternato forse ad uno sfogo sommesso di proteste, nel suo nascente linguaggio incomprensibile, subito ci precipitammo a comprare un albero, ad addobbarlo in casa, ma con le palle di plastica, perché la pargoletta tentava, per divertimento, di schiacciare o di gettare per terra quelle di vetro.
Nonostante le storie religiose di mia zia, che intratteneva mia figlia davanti al presepe, una sorte infausta incombeva sulle statuine che venivano messe tutte a pancia in giù come se una catastrofe si fosse abbattuta improvvisamente su Betlemme. Comunque, sia il presepe che l’albero, per volere di mia figlia non si dovevano togliere. Un anno li facemmo in fretta il 23 dicembre e, dovendo partire subito dopo le feste per la mia sede di presidenza, li ritrovammo in casa nelle vacanze di Pasqua.
Ora, siccome è impossibile tornare indietro, mi dimentico del Natale e di tutto il resto. Un giorno di festa si sopporta, ma, se ce ne sono di seguito, il silenzio che proviene dalle strade, il brutto tempo, la litania delle canzoni natalizie, i film stucchevoli per televisione più volte ripetuti con l’ipocrita “vogliamoci tanto bene”, per me non sono da sopportare, soprattutto ora con questo scenario politico mondiale. Il Natale vive bene e fa bene solo se c’è serenità nell’aria e nelle case ci sono i sorrisi e la salute dei bambini.

NATALE 2025
Secoli e secoli fa,
una coppia arrivava a Betlemme
portando un messaggio di rinascita,
pace ed amore.
Oggi dall’Africa,
da Kiev,
da Gaza
arriva il dolore di tanti
tra carestie e malattie,
tra marosi e porti insicuri.
Domani chissà…
Forse purtroppo,
nella nostra impotenza,
la diaspora aumenterà.
E squallidamente,
come ormai oggi si usa,
non ci saranno comete,
né doni di Magi,
né fiati caldi
di animali mansueti
per bimbi privi d’affetto
e tanto, ma tanto…
più poveri…
di quel Gesù.
R.T.
