di Ritangela Tomasicchio

L’articolo si apre con una dura critica alla spettacolarizzazione della giustizia contemporanea, prendendo a pretesto il celebre caso Garlasco, descritto come una “lunga telenovela” che ha portato alla “saturazione” mediatica.
Tuttavia, l’attualità e il clamore del dibattito in corso servono a Ritangela come espediente retorico per catturare l’attenzione e introdurre il vero protagonista della riflessione: il quadro “In corte d’assise” (1882) del pittore pugliese Francesco Netti.
Attraverso la storia e la descrizione di questa tela, l’articolo compie un salto temporale per dimostrare l’amara tesi finale: la società, purtroppo, non cambia. L’analisi del quadro diventa così uno specchio in cui l’autrice riflette la persistente “curiosità morbosa” e la superficialità con cui da oltre un secolo si assiste agli eventi di cronaca nera, sottolineando come le dinamiche di malagiustizia e corruzione restino uno sfondo costante nel tempo.
Biancastella
“In corte d’assise”: la morbosa curiosità oltre la Cronaca
Come si fa a non parlare di Garlasco? Siamo alla saturazione. Pare che non ci sia stato un omicidio, ma una lunga telenovela. Gli assassini sono uno, nessuno e forse centomila e lo spettacolo continua da circa vent’anni. Se ne parla al telegiornale, poi nel pomeriggio, all’ora del tè, c’è il programma di attualità che inserisce tra America e Russia il caso Garlasco. La sera si assiste alle litigate degli avvocati ubriachi che sognano o hanno le visioni. Per molti telespettatori il diversivo dopo cena è assicurato e tutti profetizzano, tutti ritengono di aver trovato una soluzione.
Ma in che società viviamo? Falsi giornalisti e criminologi, festini di pedofili nelle parrocchie, delinquenti pentiti per paura di essere uccisi, familiari che vogliono essere pagati per rilasciare interviste. E ancora, magistrati e carabinieri corrotti, fortunatamente non ci sono poliziotti, ma sono sostituiti dai pompieri.
Eppure i tempi non sono cambiati, mi viene in mente il quadro “In corte d’assise” del pittore pugliese Francesco Netti (Santeramo in Colle 1832-1894), ma prima di descrivere il quadro del 1882, parliamo dell’antefatto.

Nel 1879, a seguito dell’omicidio del capitano Giovanni Fadda, molte persone si recarono alla Corte d’Assise di Roma, quasi per assistere ad uno spettacolo.
L’omicidio poteva benissimo appartenere ad un romanzo d’appendice dell’epoca. Il capitano Fadda in guerra aveva ricevuto una ferita che aveva leso la sua virilità. Lo aiutarono a combinare un matrimonio con una giovane calabrese bellissima, perché il capitano s’illudeva con tale convivenza di poter ritornare normale. Purtroppo la moglie restò vergine e spesso lasciava il marito solo a casa a Roma, per tornare al suo paese dove cercava di sfogare gli ormoni repressi con tutti gli uomini che le capitavano a tiro. La donna s’innamorò di un cavallerizzo di un circo equestre. Dapprima assoldò un inserviente del circo, perché uccidesse il marito. L’uomo rifiutò e restituì il denaro. Allora fu il cavallerizzo ad andare a Roma dal capitano Fadda che, nonostante le ferite ricevute, lo seguì per strada indicandolo alla gente come suo assassino. Fadda morì, il cavallerizzo fu condannato a vita ai lavori forzati e la donna in seguito beneficiò di un provvedimento di grazia che le assegnò solo dieci anni di carcere.
Il pittore Francesco Netti rappresenta nel quadro succitato una scena del processo.
Secondo i parametri della nascente fotografia che interessava molto il pittore verista e macchiaiolo, la scena raffigurata è presa di scorcio sulla balaustra di un imponente tribunale.
Le signore di spalle sono vestite secondo i dettami della moda del tempo, ostentando mani inguantate e gioielli, cappelli ornati di fiori finti.
Gli uomini conversano ridacchiando e si gustano il caffè come se stessero ad un ricevimento. Può essere senz’altro la rappresentazione dell’intervallo di una pièce teatrale in un foyer e non la fase di un processo di omicidio.
La figura della fedifraga è solo accennata come se fosse poco importante e si volesse mettere in rilievo la leggerezza con cui si considerava l’accaduto, la curiosità morbosa verso argomenti di cronaca nera.
Il presidente della Corte d’Assise, dovendo proseguire in merito ad argomenti scabrosi per quel tempo che venivano elencati dall’imputata circa i rapporti col marito, invitò le signore e signorine per bene di allontanarsi dalla sala, ma non fu ascoltato.
Il processo ebbe la stessa risonanza del processo Garlasco. La società si divise ed illustri personaggi si espressero sui giornali dell’epoca. Giosuè Carducci tuonò sul Fanfulla relativamente all’immoralità di quello spettacolo pubblico.
Concludendo, la società, purtroppo non cambia e invito chi vorrà leggere questo articolo, a cercare di spiegare soggettivamente il perché ci sia tanta curiosità verso crimini complessi che mettono in luce purtroppo anche malagiustizia e corruzione.
P.S..Il quadro “In Corte d’Assise” è provvisoriamente esposto nel Castello di Novara e tornerà presso la Pinacoteca provinciale di Bari, dove è conservato, dopo il 6 aprile 2026.
