Cornelia: oltre il mito della madre esemplare

di Giosanna Pigoni

Storie di donne 36 a cura di Biancastella

Cornelia non fu solo la madre dei Gracchi. Questa è la storia della prima “intellettuale” di Roma che trasformò il suo salotto in un covo “radical-chic”.
Perché l’educazione d’élite produsse due rivoluzionari che finirono assassinati? Quale terribile segreto si cela dietro la morte di un nemico politico? E perché Cornelia parlava dei suoi figli senza lacrime, come se fossero personaggi antichi?
Nel racconto di Giosanna scoprirete le contraddizioni e il lato oscuro della matrona che celebrò i suoi gioielli perdendo tutto.
Biancastella

Ca’ Rezzonico – Cornelia madre dei Gracchi – Alessandro Varotari

“Questi sono i miei gioielli”

Quando eravamo studenti abbiamo appreso dalla nostra insegnante di storia di Cornelia che parlando dei suoi figli diceva proprio le parole con le quali ho titolato la mia breve ricerca.

Chi era questa bella matrona romana? Nasce intorno al 190 a.C. da Publio Cornelio Scipione Africano dal quale ricevette una dote cospicua e una formazione di grande livello. Bella, colta, intelligente parla un latino superbo, conosce il greco e ammira la civiltà ellenica. Viene data in sposa al tribuno Tiberio Sempronio Gracco di origine plebea: questo invece di essere un elemento di debolezza si rivela un formidabile fattore di potenza trasversale fra la classe patrizia e quella popolare di cui beneficeranno i suoi celebri figli Tiberio e Gaio, ultimi superstiti con la sorella Sempronia Cornelia di una nidiata di 12 figli che morirono in tenera età. La figlia sposò Scipione Emiliano, nipote dell’Africano, che completò l’opera del nonno distruggendo Cartagine “Cartago delenda est”.

Indro Montanelli ne parla come la prima intellettuale della nostra storia e come una eccellente “maitresse de maison” distinguendosi nei salotti romani dell’epoca e facendo del suo il migliore dell’urbe. I giovani Gracchi respirano quindi quest’aria elitaria radical-chic mentre la Roma arcaica si sta evolvendo in modo più raffinato, gettando le basi di una cultura destinata a durare per secoli. Tiberio eletto tribuno nel 133 A.C. sposa la causa dei più poveri e con la sua abilità oratoria riesce a contenere le ire della classe patrizia quando promulgò la famosa e rivoluzionaria Riforma agraria: nessuna persona può possedere più di 125 ettari di terra, il doppio nel caso abbia due figli, garantendo a ogni piccolo agricoltore 7 ettari e mezzo. Mentre il popolo festeggia i latifondisti giurano vendetta e si scatena la ribellione sociale: non cercando Tiberio la mediazione politica (lui oligarca patrizio) e incitando all’odio di classe contro i padroni gridando dai rostri “voi combattete e morite solo per procurare lusso e ricchezze agli altri”. Gli Altri si arrabbiano e gli mettono contro Ottavio tribuno della plebe ma contrario alla riforma. Tiberio commette il secondo errore, lo fa allontanare dall’aula e approva la legge a furor di popolo. A breve crea un comitato, rasentando la tirannide, formato da lui, dal fratello Gaio ventenne e dal suocero di quest’ultimo Appio Claudio. Tiberio si ricandida per l’anno successivo violando la norma che lo impediva e viene ucciso con una bastonata alla testa e il suo corpo viene gettato nel Tevere. E la madre? accettò l’opinione di tutta la famiglia del defunto “cosi perisca chiunque commetta simili azioni”.

 Quando nel 123 a.C. dieci anni dopo la morte di Tiberio, Gaio si fece eleggere tribuno della plebe, la saggia Cornelia che già aveva contrastato inutilmente gli eccessi del primogenito gli scrive disperata: “la demenza non finirà dunque nella nostra casa? non ci siamo coperti abbastanza di vergogna per aver messo sottosopra lo Stato?” Gaio trascinatore di folle come il fratello, per frenare la sua passione oratoria, riformista convinto com’era – racconta lo storico Aulo Gellio – affidava a un suonatore di flauto il compito di avvertirlo quando esagerava con i suoi discorsi. Gli aristocratici non si arresero e quando assunsero Scipione Emiliano a difenderli, prima che questi facesse una arringa venne trovato morto nel suo letto. Sull’uccisione di Scipione Emiliano pare che non fossero estranee le due Cornelie madre e figlia. Quando Gaio fu eletto Tribuno sua madre lo aveva ammonito cosi: “giusto e magnifico vendicarsi del nemico purché lo si possa fare senza la rovina della patria”. Ma Gaio non ascoltò i consigli della madre e continuò con riforme coraggiose e rivoluzionarie come la progressiva abolizione dei poteri del Senato in favore dei propri. È la fine per Gaio: il console Lucio Opimio offre a chi gli porterà la testa del tribuno una ingente quantità di oro. Gaio tenta la fuga e dopo uno spettacolare inseguimento viene assassinato insieme al suo schiavo. Dopo la sua morte, 3000 sostenitori furono impiccati in carcere o uccisi in altri modi. Viene distrutto anche il tempio della Concordia e bandita la memoria dei Gracchi.

Cornelia, alla quale viene impedito di mettere il lutto, si ritira a Miseno tra Pozzuoli e Procida. Plutarco la racconta circondata da letterati e intellettuali. Ama parlare del grande padre, Scipione Africano, ma non dei figli dei quali riferisce con freddezza e senza lacrime come se fossero personaggi dell’età antica. Quando si spegne l’eco della guerra civile, Cornelia è la prima donna a vedersi erigere nel foro romano una statua di bronzo, di cui rimane solo il piedistallo con questa scritta: “Cornelia, figlia dell’Africano, madre dei Gracchi”.