La terrazza dei sogni: rivivere un amore dell’infanzia

di Ritangela Tomasicchio

Dovevo pur raccontarlo!

Una fotografia scivola da un vecchio album. E’ in bianco e nero, ma svela ricordi dai mille colori, custoditi con cura nell’ovatta di sogni mai raggiunti. Sono in una terrazza con un bambino e gli punto una pistola e lui sorride divertito. Mi sembra di sentire un commento in fiorentino: “Che bellina, che bellina che l’è!”.

Mi soffermo a guardare la mia immagine che, come tante altre, ripropone un’espressione capricciosa e di dispetto quasi per vivacizzare la scena. Sono andata sempre alla ricerca di qualcosa per annientare la malinconia o la solitudine, che in fondo mi piaceva, ma dopo un po’ mi annoiava, anche se non volevo invasioni nel mio piccolo mondo e nel mio modo di essere. E la compagnia di quel bambino di poche parole dapprima non l’avevo accettata, poi avevo capito che non era prepotente, invadente, ma rassicurante…

All’improvviso decido di andare alla ricerca di quella terrazza, di quel luogo soffocato dai margini ristretti di una fotografia e volo a Firenze…

 Mi sento ricca e posso scegliere un hotel elegante sul lungarno degli Acciaiuoli, ma vorrei ritrovare quella semplice terrazza di un vecchio palazzo da dove, seduta per terra, vedevo al tramonto l’oro sinuoso di quell’enorme serpente d’acqua e l’arancio del cielo che piano piano si ritirava verso l’orizzonte lontano, per lasciare posto al tenero cobalto della prima sera ed all’argento del fiume.

Rimanere oltre il crepuscolo su quella terrazza, non mi era permesso. Comunque il mistero della notte con la paura di falene e pipistrelli, non mi attirava, anche se i monumenti illuminati, come la torre di Palazzo Vecchio, svettante da secoli, avevano il loro fascino, ma preferivo osservare nella luce solare i tetti famosi di Firenze in elegante simmetria e fare in modo che i gatti venissero a salutarmi. E, se avevo i miei cinque minuti, finalmente mi calmavo.

Ed ora quante cose mi offre Firenze, quante cose da rivedere mi offrono i flash dei miei ricordi! Inizio dal giardino di Boboli, perché le Cascine purtroppo per una donna sola non sono più affidabili. Eppure non so se in questo viaggio faccio in tempo a perdermi tra le bancarelle del mercato del martedì, dove trovavo mille chincaglierie e giochi. E li volevo tutti, quei giochi, e capricci a non finire. Poi mi stancavo di camminare e per le Cascine dovevano portarmi sulle spalle fino al monumento dell’indiano che mi guardava e non sapevo cosa ci facesse lì.

Quante statue nel giardino di Boboli! Troppo imponenti per me ed alcune spaventose come le tre figure dei Caramogi che prendevo a linguacce, ma poi scappavo spaventata, per paura che si animassero e venissero a prendermi.

In pochi giorni di soggiorno, tanti anni fa, avevo analizzato tutta la pavimentazione del mio luogo preferito, quella terrazza. Avevo contato e ricontato tutte le formiche sulle mie dita anche se non sapevo contare. E dicevo: “Sono dieci, dieci, e poi dieci e dieci” 

Quanti progressi! Avevo imparato il nome del colore delle matite che Lui mi passava e che erano sparse per la terrazza, con gli acquerelli, le macchinine, i Lego e le bambole spettinate e senza vestiti in un disordine ordinato.

Lui, Marcellino, il bambino della foto, il primo grande amore della mia vita! Avevo quattro anni e Marcello otto. Era un bambino tranquillo, molto paziente. Sopportava che gli spruzzassi l’acqua della pistola giocattolo sul viso, quando mi faceva inquietare, perché mi proponeva di porgergli matite colorate dal nome difficile che non conoscevo: indaco, cinabro, verde vescica. Col calore torrido di Firenze quelle spruzzate gli erano molto gradite, tra l’altro eravamo seminudi, nella libertà che solo i bambini possono godere.

Marcello mi voleva bene e rispettava il compito che gli avevano affidato: sorveglianza di una piccola peste dispettosa. Ed il suo compito lo svolgeva con discrezione ed intelligenza suscitando il mio interesse per i suoi passatempi. Inoltre gli piacevano i miei baci sulle guance, umidi e morbidosi, quando facevamo pace, cosa che accadeva spesso per colpa mia.

Cercava d’insegnarmi a costruire barchette ed aeroplani. Ero una frana, ma questo contribuiva a renderlo importante ai miei occhi, soprattutto perché i suoi aerei volavano con belle giravolte, i miei no.

Innumerevoli barchette hanno tentato di prendere il largo sull’Arno, inutilmente, come il desiderio di rimanere su quella terrazza in una vacanza interminabile.

I grandi amori, anche se vissuti in brevissime parentesi di vita, rimangono tali, soprattutto se si accendono in luoghi fuori dalla realtà di ogni giorno ed in posti meravigliosi creati da geni lungimiranti che hanno amato il bello, l’arte, l’armonia per sé e per gli altri, e non la distruzione. Marcello l’ho cercato in tutti i ragazzi e gli uomini che ho conosciuto e partivo con vantaggio nella scelta, perché sapevo quello che volevo ed il carattere che cercavo.

La mia ricerca a Firenze ha avuto esito negativo, non ho ritrovato la terrazza, non so che cognome avesse Marcello, non so se vive ancora e dove, visto che i miei amori, più grandi di me per età, sono ormai in lista d’attesa per un’altra vita. E’ molto triste, lo so, ma purtroppo è così.

Firenze il 14 giugno 2025