di Giosanna Pigoni

Il testo che Giosanna mi ha inviato per la pubblicazione nel Blog offre uno sguardo penetrante sui primi anni di vita di Benito Mussolini, svelando le radici della sua complessa personalità e del suo percorso ideologico. Ne delinea, così, un ritratto che enfatizza gli aspetti di povertà, la difficile adolescenza e il carattere irruento e scontroso del futuro dittatore, che fortunatamente la nostra generazione non ha conosciuto.
Biancastella
Benito Mussolini nasce nel 1883 a Dovia frazione di Predappio in quel di Forlì. Il padre Alessandro viene da una famiglia di piccoli coltivatori che presto è costretta a vendere il podere e aprire una officina di fabbro. Più che lavoratore, il focoso romagnolo si dedicava alla politica nel partito socialista che allora era chiamato Internazionale. Per il suo carattere anarchico e massimalista si fece anche sei mesi di prigione.

Alessandro Mussolini
Il piccolo Benito crebbe nella miseria dormendo in una stanzetta su un pagliericcio col fratello minore Arnaldo; era la madre Rosa Maltoni, maestra elementare che faceva lezione in casa, a mandare avanti la famiglia. Piccolo borghese e devota alla chiesa, costrinse il marito al matrimonio religioso (Alessandro se ne scusò con i compagni di partito dicendo: “sono un ateo ma un ateo innamorato”).

Di sicuro influenzò molto sul carattere del bambino che voleva sempre primeggiare nel gruppo e quando tornava a casa ammaccato sentiva dire dal padre che avrebbe dovuto reagire con più forza. Il nome gli fu dato in omaggio a Benito Juarez il rivoluzionario messicano che pochi anni prima aveva fatto fucilare l’imperatore Massimiliano così come al fratello Arnaldo fu dato il nome in omaggio ad Arnaldo da Brescia. Nella testa di Alessandro Mussolini c’era una grande confusione come risulta dai pochi scritti in cui si cimentò. Eccone un esempio: ” il socialismo è la scienza e l’excelsior che illumina il mondo…sublime armonia di concetti, di pensiero e d’azione che precede al gran carro dell’umano progresso nella sua marcia trionfale…”. Fra questi aforismi e miseria e frustrazioni crebbe il piccolo Benito che rimase muto fino a tre anni; solitario e scontroso passava la giornata sui campi fra risse e scazzottate. Faticò a prendere la licenza elementare e per merito della madre che poi volle che il ragazzo fosse mandato al collegio dei Salesiani di Faenza dove soffrì oltre che per il poco cibo, per il fatto che era relegato nella sezione dei poveri; passò da un castigo all’altro finché un giorno ricorse al coltello ficcandolo nella coscia di un compagno. E fu espulso.

L’aureola dell’accoltellatore lo segui al “Giosuè Carducci” di Forlimpopoli diretto da Valfredo Carducci fratello del Poeta; ci rimase sette anni uscendone col diploma di maestro nel 1902 dopo numerosi episodi di disobbedienza tanto da essere espulso per indisciplina ma poi riammesso come uditore esterno grazie ai favori proprio di Valfredo Carducci. Benito non voleva essere amato ma temuto ed ammirato. Per leggere i suoi amati libri di Zola e Hugo si ritirava nella torre campanaria. Sui sedici anni ebbe contatti con la locale sezione socialista ma rimase sempre fedele al distintivo nero degli anarchici snobbando quello rosso dei socialisti romagnoli. Come non ebbe amici, non ebbe neppure amori, e la sua scuola di galanteria fu il bordello grossolano e spicciativo. Le sue ambizioni sembravano più che altro letterarie e passava il tempo ad abbozzare romanzi che regolarmente non finiva. Perse anche una supplenza perché aveva sedotto una giovane sposa di Gualtieri che cacciata di casa andò a vivere con lui. Aveva solo diciannove anni quando andò a vivere in Svizzera dove cercò di mettere a frutto la propria superiorità di intelletto e di cultura sugli altri emigranti, organizzando e propagandando le sue idee in comizi improvvisati. Tanti gli episodi che dicono la sua protervia ma anche la sua abilità oratoria, uno per tutti: ad un pubblico contradditorio sull’esistenza di Dio con un pastore protestante cavò di tasca l’orologio e gridò: “Se Dio c’è, gli dò due minuti di tempo per fulminarmi”. e incrociando le braccia attese, impavido e teatrale, la folgorazione. Riscosse invece al termine della suspense, uno scrosciante applauso. Incontro decisivo fu quello con Angelica Balabanoff esponente di rilievo del socialismo internazionale; lui piccolo provinciale di Predappio lei donna della intellighenzia russa i giochi erano fatti.
