di Biancastella

In un’epoca in cui il destino di una donna era scritto tra le mura domestiche, alcune atlete italiane scelsero di riscriverlo in pista, in campo e in sella. Questa ricerca recupera le storie dimenticate di vere e proprie “testarde”e “donne disobbedienti” che tra i primi anni del Novecento e gli anni Quaranta sfidarono il pregiudizio e conquistarono lo sport.
La ricerca sui repertori cartacei e da qualche anno anche online di figure femminili che sono state pioniere nel loro campo e nel loro tempo, ma sono state dimenticate dalla storia, è diventata il mio obiettivo di giornalista-over e devo dire che le soddisfazioni non mancano. Con grande gioia ho ritrovato centinaia di donne e le ho riportate “in vita”, all’attenzione dei lettori dei quotidiani e delle riviste con cui collaboro e sul Blog che ho creato da poco più di un anno e che inaspettatamente, essendo solo culturale e costituito da un gruppo di sole collaboratrici, è molto visitato. In questa ricerca ho scoperto anche molte pioniere dello sport, soprattutto italiano, e ho raccontato le storie di tenacia e resilienza di Ondina Valla, di Alfonsina Strada, entrambe emiliane, e della fiorentina Rhoda de Bellegarde. Insieme alle loro storie, ne ho conosciute tante altre che raccontano di sfide contro il tempo e i pregiudizi. Ecco, allora, alcune figure di atlete che hanno lasciato un segno specialmente tra i primi anni del ‘900 e gli anni Quaranta, quando le donne dovevano essere relegate al focolare domestico.La prima che voglio ricordare è Luigina Giavotti, ancora oggi l’atleta italiana più giovane ad aver mai conquistato una medaglia olimpica Aveva poco più di 11 anni quando partecipò alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. In quell’occasione, vinse la medaglia d’argento nella ginnastica artistica a squadre. La sua storia è emblematica della precocità e della straordinarietà delle prime atlete.

Un altro nome, praticamente sconosciuto, ma che sarebbe bene, invece, onorare, dal momento che il tennis femminile sta vivendo un momento di grandi successi,è quello di Rosetta Gagliardi, tennista straordinaria che vinse diversi titoli nazionali. Nel 1920, ai Giochi di Anversa, fu l’unica donna a sfilare per la delegazione italiana, composta da 169 atleti maschi. La sua partecipazione segnò la prima discesa in campo delle “azzurre”. Alle Olimpiadi successive, quelle di Parigi del 1924, oltre a Rosetta, la delegazione femminile contava solo altre due atlete.

Ma la storia più bella di tutte è quella di Elvira Guerra, l’unica donne nella delegazione italiana e nella gara ippica alle Olimpiadi di Parigi del 1900 e dunque la prima azzurra ai giochi olimpici. La sua era una figura eccentrica e audace, Elvira non era un’atleta tradizionale: era un’acclamata artista circense e cavallerizza. La sua popolarità derivava dagli incredibili numeri acrobatici che eseguiva, ammaestrando personalmente i suoi cavalli.
Nel 1900, all’età di 45 anni, Elvira prese una decisione rivoluzionaria: si presentò per iscriversi alle gare ippiche delle Olimpiadi di Parigi. L’atto di Elvira fu una vera e propria sfida alle convenzioni. La sua presenza suscitò un mix di imbarazzo e grande confusione tra gli organizzatori. Non solo sfidava i ruoli sociali dell’epoca, ma si trovava ad essere l’unica donna all’interno dell’intera compagine italiana.
Le cronache non ci dicono esattamente come andarono le gare, ma la sua partecipazione fu di per sé una vittoria. Elvira Guerra aveva utilizzato la sua arte e la sua passione come un cavallo di battaglia per dimostrare che le donne potevano competere sulla scena internazionale, in uno sport, quello equestre, percepito come esclusivamente maschile.
Così Elvira con la sua vita passata sotto i tendoni del circo, divenne una pioniera inconsapevole, o forse consapevole, di un cambiamento epocale. La sua audacia, in un’epoca in cui anche solo gareggiare era considerato “sconveniente e poco salutare” per le donne, ha tracciato una linea: era possibile varcare le soglie del mondo sportivo e competere, dimostrando talento e determinazione.


La sua storia, quasi sconosciuta, come quella delle altre atlete dei primi decenni del ‘900, merita di essere ricordata come una delle prime “donne disobbedienti” che hanno lottato per la libertà di scelta e l’uguaglianza nello sport.