
In questo suo primo articolo di critica artistica, Ritangela ci offre una riflessione personale sull’arte della pittrice britannica Jenny Saville. Partendo da un’esperienza autobiografica, l’autrice esplora il realismo e il concetto di “umanesimo infelice” che caratterizzano le opere di Saville. Il saggio analizza i temi ricorrenti dell’artista, come la rappresentazione della carne, le trasformazioni del corpo e la maternità, mettendo in evidenza le influenze di altri grandi pittori contemporanei e i maestri del Rinascimento Michelangelo e Leonardo
Biancastella
Giorni fa mi sono guardata allo specchio e con delusione ho notato che, dalle ginocchia in su, nulla avevano fatto il nuoto e i massaggi casalinghi con creme piuttosto costose: le cosce, il ventre…tutto parlava di una carne che resiste, che non si lascia domare.
Immediatamente mi è tornato in mente l’autoritratto della pittrice Jenny Saville che, seduta nuda su di uno sgabello, affonda le sue grosse mani nevrotiche sulle carni abbondanti delle cosce.

Per me immedesimarmi in lei è stata paradossalmente una consolazione. Ogni corpo bello o brutto che sia è una realtà ed anche, a volte, la manifestazione di ciò che abbiamo dentro e vuole esplodere. Non è a caso che la pittrice, un’attivista femminista, si ritragga tutta, con ironia e provocazione, in un tenero rosa in cui risultano in evidenza gambe possenti e forme generose. Quel quadro, poi, ha un’altissima quotazione come del resto anche gran parte della sua produzione presente spesso nelle aste di Sotheby’s.
Jenny Saville è nata a Cambridge nel 1970 e ha fatto parte del Young British Artists, movimento nato alla fine del XX secolo per provocare, stupire, e persino disgustare ed è anche membro della Royal Accademy of Arts di Londra. Vive e lavora tra Londra e Palermo. La pittrice ha la stessa età, più o meno, delle donne che raffigura con grande realismo nude, mettendo in rilievo la dilatazione delle forme operata dal tempo, ma anche da malattie e, forse dall’abbandono ad abitudini malsane. Il rilassamento e l’abbondanza della carne mettono bene in luce l’oppressione che l’esistenza esercita sull’anima.
Penso che la luce verista di Palermo abbia contribuito a determinare i colori accesi nella sua pittura e la realtà dei mercati di Ballarò e della Vucciria, con i resti degli animali appesi, l’abbia influenzata non poco. Viene spontaneo pensare ai nudi di Guttuso sebbene con l’uso di una tecnica completamente diversa.
Incuriosita, ho letto la sua biografia e ho appreso che ha frequentato chirurghi plastici durante l’esercizio della loro professione, ha partecipato ad autopsie e ha visitato obitori. Un suo quadro rappresenta un corpo bisessuale nudo con seni prominenti e organi maschili in primo piano. Tutto questo come approfondito studio anatomico e per sperimentare e rappresentare nelle sue opere la trasformazione della carne durante le varie fasi della vita. Il suo, come molti hanno commentato, è “un umanesimo infelice”, il cui espressionismo spesso sconvolge, turba, ma non è mai volgare, perché è reale. Eppure alcune sue opere apparse su copertine di giornali, cartelloni o locandine sono state censurate, perché ritenute capaci di turbare, impressionare.
I soggetti ricorrenti della pittrice sono gli enormi ventri femminili, spesso di donne incinte, i cadaveri dalle sagome abbondanti raffigurati in gruppi di tre, come se uccisi da un’epidemia o da un recente eccidio o dai dolori dell’esistenza. La loro abbondanza è come una rivolta contro l’annientamento. Sono esseri che cercano di continuare ad esistere contro il nulla, sono atroci testimonianze di guerra come i bimbi siriani rappresentati questa volta, stranamente, con levità angelica, nel quadro “Aleppo”.

La pittura della Saville è spessa e nel contempo morbida, lontana dall’astrattismo di Picasso che con intento più superficiale, da divertimento pittorico, riduce a pezzi geometrici le sue modelle, ne fa dei puzzle quasi dissacranti per seguire una moda pittorica, per aderire a nuove correnti: un esempio è il quadro “La donna in camicia “.

Jenny Saville non trascura nessun artista di quelli che l’hanno preceduta. Parte dagli archetipi antichi soprattutto femminili, come la Venere di Willendorf, e in un quadro, alle spalle di una maternità nera, inserisce un’antica statua africana.

Dei pittori che l’hanno preceduta nasce spontaneo il paragone con Francis Bacon. Personalmente, pur ritenendolo un grande, odio Bacon, e penso che, se ci fosse un luogo per fare penitenza, dovrebbe essere affrescato con le opere di Bacon. A differenza di quest’ultimo, che fa urlare i suoi personaggi nella penombra inquietante, la Saville usa colori accesi: i blu, i rossi come il sangue vivo, il rosa, il giallo in scivolate di colore.

Quanto a passione, malinconia, tormento esistenziale e fisicità trascurata, il paragone con Egon Schiele regge benissimo. Nel suo dipinto “L’abbraccio” seppure con tecnica diversa, molto meno morbida, direi nevrotica, Schiele mette in rilievo l’anatomia dei muscoli maschili che sembrano schizzare, mentre indugia sull’incarnato malato della donna con il prevalere dell’uso di colori freddi.

Inoltre non si può non citare il ritratto di “Benefits Supervisor Sleeping” di Lucian Freud che rappresenta la modella Sue Tilley in tutta la sua abbondanza di forme, nuda e stesa sul divano.

Ma ciò che ci inorgoglisce è il risultato del soggiorno fiorentino fatto anni fa dalla Saville per studiare le opere dei nostri grandi, soprattutto Michelangelo e Leonardo. Così è nata una sua famosa maternità (The Mothers). Certo l’opera non crea l’atmosfera serena della raffigurazione leonardesca della Vergine con Sant’Anna. Il quadro sembra un abbozzo più volte provato, forse escamotage per dare movimento alle figure, mentre il bambino piange e sembra scivolare… ma l’impianto dell’opera è leonardesco, lo stesso che troviamo in altre opere della pittrice.

Infine, è nei ritratti dei bambini che, a mio modesto avviso, la pittrice raggiunge le vette dell’arte e della poesia. Sono personaggi colti sempre con un’espressione incerta, perché turbati improvvisamente da un sentimento più grande di loro, inesprimibile, tra un misto di spavento e malinconia. E lì, nella fragilità dell’infanzia, la pittura si fa umana, profondamente umana.

