

Quest’estate tra le letture proposte dalla Biblioteca della mia città ho scoperto il romanzo edito da Sellerio “La signora Meraviglia” della scrittrice, cantante e attrice Saba Anglana. L’autrice, nata a Mogadiscio, ha distribuito i suoi album in più di 60 Paesi e ha portato in scena monologhi teatrali e spettacoli musicali.
Nel libro si raccontano le peripezie e le vicissitudini di Saba che aiuta la zia Dighei, una signora etiope che vive in Italia da quarant’anni, ad ottenere la cittadinanza a cui ha peraltro diritto. Nel romanzo la cittadinanza italiana viene ironicamente definita “signora Meraviglia”. Attraverso questa ricerca Saba inizia un viaggio nel passato della sua famiglia d’origine risalendo al 1938, periodo della conquista coloniale italiana dell’Africa orientale in cui i destini di etiopi, somali e italiani si sono intrecciati.
Il percorso burocratico per l’ottenimento della cittadinanza della zia si rivelerà per Saba frustrante e farraginoso passando da dipendenti comunali non sempre aggiornati, richieste di documenti difficilmente reperibili in Italia, superamento di ostacoli e situazioni assurde di ogni tipo che l’autrice riesce comunque a rendere leggere con la sua ironia.
Le vicissitudini che la protagonista deve affrontare per ottenere quello che le spetta di diritto, mi hanno fatto riflettere sulle difficoltà delle persone straniere che conosco da quando insegno loro italiano. Hanno a che fare quotidianamente con una burocrazia spesso ottusa e lungaggini che complicano la loro esistenza invece di semplificarla.
I miei studenti non sono ragazzi in età scolare e non sono migranti arrivati con i barconi. Questi ultimi, se sopravvivono durante la traversata del mar Mediterraneo, diventeranno presto degli invisibili. Sono invece donne, uomini o intere famiglie di diverse nazionalità che per motivi vari hanno lasciato i propri cari e il loro Paese di origine nella speranza di una vita e un futuro migliori per sé e per i loro figli e, in molti casi, di raggiungere una sicurezza personale.
Il contenuto così reale del libro mi ha dato lo spunto per condividere le esperienze di vita di alcuni miei studenti che parlano un italiano ancora stentato ma comprensibile a chi li vuole ascoltare. Ho cercato di rendere le loro parole senza alterarne il contenuto.
“Come ti chiami? Chi sei? Quanti anni hai? Da dove vieni?”
La prima lezione di Italiano inizia così, con domande apparentemente semplici ma in realtà profonde: gli studenti pronunciano il loro nome con orgoglio. Io sono. Quindi ho un nome e un’identità!
“Mi chiamo Isabel, ho 44 anni e vengo dall’Ecuador. Vivo a casa di mio padre e di sua moglie, ho un luogo dove dormire e mi sento fortunata. Mi manca tanto mia figlia che è rimasta nel mio Paese. In Ecuador ho lavorato nella logistica, in Italia faccio la badante per quattro ore al giorno.”
“Mi chiamo Josè, ho 45 anni e sono peruviano. Sono venuto con i miei fratelli in Italia dove ho chiesto asilo per motivi di sicurezza. Adesso quando capita faccio le pulizie. In Perù ho moglie e due figli, mi mancano e sento tanta rabbia dentro.”
“Sono Abdul, ho 49 anni e sono egiziano. Vivo in un appartamento con otto connazionali e pago il mio posto letto 200 euro. In Egitto ho moglie e tre figli, non li vedo da due anni e non so quando riuscirò a rivederli.”
“Mi chiamo Luis, ho 51 anni e sono peruviano. Ho una qualifica di tecnico. Sono venuto una prima volta in Italia 16 anni fa, non avevo soldi né un luogo dove stare. Ho dormito in un parco d’estate e d’inverno sotto un ponte coprendomi con i cartoni. Mangiavo alla mensa dei poveri. Mi hanno aiutato un po’ gli altri sudamericani. Per un anno la mia vita è stata questa, poi ho trovato un lavoretto e ho risparmiato per cinque anni mettendo tutti i soldi da parte per poter ritornare nel mio Paese. E’ stata durissima.
A mio figlio di 16 anni ho raccontato la mia esperienza perché deve sapere che la vita può essere molto difficile. Da poco sono tornato in Italia perché nel mio Paese le cose sono andate male, con me questa volta ci sono mia moglie e due figli che vanno a scuola, voglio dargli un futuro. I soldi che abbiamo portato con noi basteranno per sei mesi. Sono in attesa del permesso di soggiorno e con quello potrò fare finalmente il lavoro per cui sono specializzato. Per il momento cerco di mantenere la mia famiglia facendo dei lavoretti quando capita.”
“Sono Sofia, ho 45 anni e sono la moglie di Luis. Abbiamo affittato una stanza e dormiamo in quattro in un letto. Di notte sento il respiro di mio marito da una parte e quello dei miei figli dall’altra e non riesco a dormire. Ho un sogno: avere una casa tutta nostra, dove vivere con la mia famiglia. Anche io contribuisco alle esigenze quotidiane facendo per qualche ora la badante.”
“Sono Nirmala e sono cingalese dello Sri Lanka, ho 40 anni. Lavoro saltuariamente a casa di un anziano dove faccio la badante e le pulizie. I suoi figli hanno installato una telecamera per sicurezza. Un giorno, entrando nella stanza, ho visto che l’anziano aveva coperto la telecamera e aveva un atteggiamento che mi ha spaventata. Mi sono chiusa in bagno. I figli mi hanno detto che lui non è cattivo, fa così perché non sta bene. Io non sono tranquilla ma ho bisogno di lavorare.”
La presenza degli stranieri suscita tra gli italiani opinioni contraddittorie in cui persistono timori e pregiudizi, c’è la paura del “diverso”, “l’altro” è vissuto come un problema.
“[...]la retorica è martellante. Al telegiornale parlano di ondate, l’Italia sembra sotto la minaccia di uno tsunami. L’invasione sale da sud come un virus che contagia il paese, ruba il lavoro, distrae le risorse economiche, toglie il sonno e perfino i posti letto negli ospedali.”(La signora Meraviglia pag.22)
La verità è che queste persone ci aiutano a gestire i nostri anziani e a pulire le nostre case, ci permettono di lavorare e di condurre con più serenità la nostra vita. Molti extracomunitari sono impegnati nell’edilizia, nelle fabbriche e nell’agricoltura normalmente occupati in mansioni che nessuno oggi ambisce a fare.
Con il loro lavoro danno un importante contributo alla società. I loro figli vanno a scuola regolarmente, imparano bene l’italiano e crescono insieme ai loro compagni di classe italiani.
Soffermiamoci a pensare che c’è sempre una storia dietro la vita di una persona come per ognuno di noi, una storia che andrebbe ascoltata senza pregiudizi.
Mi emoziono quando ascolto le parole di questi uomini e di queste donne che sognano una casa, un lavoro dignitoso, un futuro per i loro figli e che comunque affermano che “l’Italia è bella” nonostante le difficoltà.
Raccontare le loro storie li sottrae al silenzio e all’ingiustizia.
Quindi mi dico che… sì..lo dovevo raccontare!


