Le Parole Contano: Linguaggio e Cultura di Uguaglianza

Storie di donne 31 di Serena Bersani, a cura di Biancastella

Oggi vi racconterò di GiULiA, un’adolescente ricca di passioni, idee, princìpi di uguaglianza che da quattordici anni cerca di arricchire il mondo del giornalismo italiano.

No, non è una ragazza. GiULiA è un acronimo di Giornaliste Unite Libere Autonome, un’associazione di giornaliste (circa 700 le iscritte in tutta Italia) nata nel 2011 con l’obiettivo di rivendicare pari opportunità nella nostra professione e soprattutto di diffondere una cultura rispettosa dei generi, che comincia dall’uso delle parole quando si parla di donne e di vittime di violenze e femminicidi.

Perché le parole sono pietre. Possono ferire, aggiungere dolore a una violenza fisica, pesare sull’anima più dei pugni e dei calci sul corpo. Per chi usa le parole per professione, la loro scelta non è indifferente. Comporta una responsabilità nei confronti di chi si parla, ma anche di chi legge. I giornalisti sono coloro che, per mestiere, raccontano il mondo cercando (quasi sempre) di farlo con il massimo dell’onestà intellettuale. Sulle nostre spalle, nelle nostre dita che battono sulle tastiere c’è la responsabilità di non mistificare le vicende raccontate e, anche, di creare a poco a poco modelli culturali diversi. La misoginia, la discriminazione delle donne, il perpetuarsi di modelli femminili stereotipati passa anche attraverso il lessico.

Le parole che usiamo non sono neutre ma connotate di numerose sfumature di significato. La parola uomo, ad esempio, significa anche, per estensione, la specie umana. In questo caso la parola uomo comprende anche la donna. La cultura androcentrica ha fatto sì che non accadesse il contrario, ovvero che nella parola donna potesse essere compreso anche l’uomo.

I mezzi d’informazione per un verso si conformano alla cultura dominante e al suo linguaggio, per altro verso cercano di cambiarla introducendo novità linguistiche. La parola «ministra», per esempio, suona ancora un po’ stonata alle nostre orecchie perché non sono poi tanti anni che abbiamo ministre in Italia. E tuttavia ministra è la forma corretta. Nello stesso modo si dirà: la giudice, la magistrata, la chirurga, la consigliera, la deputata, la parlamentare, l’ingegnera, l’avvocata, la carabiniera, la finanziera, la notaia, la prefetta, l’ambasciatrice, l’amministratrice delegata, la presidente. È possibile fare un uso non sessista della lingua e i mezzi d’informazione devono farsi promotori di questi piccoli/grandi adattamenti culturali. La rete Gi.U.Li.A (http://giulia.globalist.it) ne ha fatto una delle sue battaglie. Le parole contano, come diceva Nanni Moretti, sono lo specchio del nostro vivere sociale.

Prendiamo, per esempio, il dramma del femminicidio. Troppo spesso si leggono ancora espressioni come «amore mortale», «delitto passionale», «uccisa per troppo amore». Espressioni che non colgono l’ossimoro contenuto in esse, perché là dove c’è amore non può esserci la soppressione dell’amata, il delitto, lo sfregio. Troppo spesso ancora si legge di uomini che hanno ucciso le proprie donne in un «raptus di follia», senza considerare che il raptus in psichiatria di fatto non esiste. Parlare di «raptus di follia» è già fornire un’attenuante al colpevole, come se per un attimo avesse perso la capacità di intendere e di volere, quando invece le perizie psichiatriche attestano quasi sempre la capacità di intendere e di volere degli assassini. Purtroppo, spesso la narrazione giornalistica finisce col mettere in evidenza soprattutto gli aspetti privati e giudicati riprovevoli della vittima, mentre si tende a giustificare il carnefice, a sposare il suo punto di vista anziché quello di chi ha patito la violenza.

La recente scoperta di pagine social, frequentate da decine di migliaia di uomini, in cui venivano esposti corpi o parte di essi delle mogli/fidanzate/compagne all’insaputa delle protagoniste, dimostra quanto lavoro ci sia da fare sull’immaginario maschile, e non solo. Perché le parole contribuiscono a creare l’immaginario e quindi usare quelle corrette è già un buon modo per costruire la cultura dell’uguaglianza e del rispetto. È quello che GiULiA si propone di fare. giulia.globalist.it