Niccolò Piccinni si racconta

La Musica 8 di Angela Montemurro

Mi chiamo  Vito Marcello Antonio Giacomo Piccinni , ma chiamatemi Niccolò.

 Sono nato a Bari nel 1728, in una casa tra Piazza Mercantile e Vico Friscardi.

L’umile spinetta di famiglia mi fu negata, per evitare che diventassi “lazzarone” come mio zio Latilla, povero, trascurato , felice come un re del suo piatto di maccheroni.

E io m’accostavo di nascosto, dando vita alle prime infantili fantasie d’artista, allo strumento negato, finchè non mi si è aperto davanti il clavicembalo di Monsignor Arcivescovo, il quale, conosciuta la mia attitudine, ha insistito perché fossi mandato a Napoli al Conservatorio di Sant’Onofrio.

Egli, l’Arcivescovo, mi ha salvato dal finire nel seminario della mia città natale, al quale  ero stato destinato da mio padre, che voleva prendessi gli ordini sacri.  

Nel collegio musicale di Napoli entrai nel 1742, e vi rimasi ben tredici anni.

Francesco Durante, il primo grande Maestro diceva: “Gli altri sono miei allievi, Niccolò è mio figlio”.

Dalla sua scuola erano venuti fuori Pergolesi, e Jommelli.

Alla sua morte studiai con Leonardo Leo, il Maestro di Traetta e Sacchini.

Uscii dal Conservatorio nel 1754, sapendo tutto quello che è  possibile sapere in musica.

Ero pieno di un fuoco, di un calore di immaginazione che erano impazienti di espandersi.

Mi guadagnai l’aiuto generoso del principe di Ventimiglia, che mi commissionò dei lavori per il Teatro dei Fiorentini. Lì la musica era appannaggio di Logroscino, barese come me, che però mi combattè. Per quel teatro composi la mia prima opera “Le Donne dispettose”, che ebbe grande successo nonostante il partito avverso di Logroscino. 

Allora passai al San Carlo di Napoli, per il quale composi Zenobia nel 1756,a ventotto  anni.

Dopo le belle composizioni di Vinci, Hasse, Galuppi, il pubblico  rimase incantato di trovare in un giovane uomo, con lo stesso sapere, lo stesso ordine e la stessa saggezza, un vigore, una varietà e soprattutto una grazia nuova, uno stile brillante, qualità tutte sviluppate al più alto grado.

A Napoli mi sposai con Vincenza Sibilla , giovanissima mia allieva nell’arte del canto, così graziosa di fattezze quanto dotata della più bella e toccante voce mai ascoltata!

La mia sposa non calcò mai teatri dove avrebbe ricevuto i più grandi successi e brillanti fortune, ma, ogni sera, a casa nostra, o nelle case di musicisti amici dove eravamo  invitati per delle Accademie, eseguì per tutta la vita solo le mie musiche, in una maniera insuperata, con un’arte così perfetta che le derivava soprattutto dall’amore che nutriva  per me!

Nel 1758, dopo essere stato due anni a Napoli, mi recai a Roma,” il posto d’onore dei compositori”, come si considerava allora. E lì composi, appena arrivato, Alessandro nelle indie, e nel 1760 la Cecchina o la Buona figliola, la più perfetta di tutte le opere buffe, che eccitò nei romani una ammirazione che rasentò il fanatismo.

In ogni Teatro d’Italia si volle ascoltare la Cecchina, e per le strade di Roma si fischiettavano le Arie della Cecchina, e ogni bottega che si apriva portava il nome di Cecchina, e perfino un ottimo vino fu intitolato “Cecchina”. Perfino a Pechino i padri Gesuiti portarono una partitura di Cecchina, che fu eseguita al cospetto dell’Imperatore della Cina, che se ne innamorò. Sì, se ne innamorò, perché la mia Cecchina non morirà mai, ella vivrà per sempre perchè, come disse Jommelli dopo averla ascoltata,”Piccinni è un inventore!”

Trionfai quindi indiscusso per diversi lustri, quando mi arrivò per mezzo del Marchese Caracciolo, ambasciatore del Re di Napoli, la proposta della Regina Maria Antonietta di Francia di recarmi a Parigi, dove avrei ottenuto un lauto trattamento. E così mi recai là nel 1776, all’età di quarantotto anni, con mia moglie, mio figlio primogenito, che aveva 18 anni, e un giovane inglese, mio allievo.

Che freddo che faceva a Parigi, mi sembrava non sorgesse mai il sole, e poi non conoscevo la lingua, avevo delle difficoltà, ma un angelo di nome Marmontel, che abitava vicino a me, mi insegnò a comprendere il francese e ad utilizzarlo nella composizione delle mie nuove opere.

 Lì si accese una zuffa teatrale, che durò cinque tormentati anni, che mi fece scontrare in artistica battaglia contro Gluck,  quel tale Christoph Willibald, di teutonica stirpe, che trionfava  a Parigi  già da qualche anno e che riuscì a trasformare la rivalità artistica in battaglia personale, per cui io piccolo modesto timoroso italiano, travagliato di continuo da ristrettezze economiche, mi ritrovai scoperto di fronte ad un tedesco altero, audace, pronto a menar fendenti e ricco a palate, che non disdegnava di trafficare in diamanti ed era proverbialmente avaro.  La lotta tra i due partiti, piccinnisti e gluckisti, trasformò la Sala dell’Operà in un campo di battaglia. Combattemmo a suon di Armida contro Roland, poi ci battemmo per l’Ifigenia in Tauride, ma alla fin io soccombetti di fronte al giudizio generale che preferì la teutonica musica di Gluck alle mie opere larmoyantes. Mi tolsero la pensione, io supplicavo gli amici di raccomandarmi presso i potenti, ma mi abbandonarono ad uno stato di povertà e di sventura.

Scrissi a Ginguenè, il mio più caro amico e mio  biografo francese: “Mio caro amico, ho bisogno del vostro appoggio, in questa circostanza atroce in cui mi trovo. La mia malattia, insieme a quella di mio figlio e insieme alla perdita della mia cara nipotina Adelaide, mi hanno condotto ad uno stato di terribile depressione: mi sono illuso di avere ancora l’appoggio dei miei benefattori, ma mi sono  state chiuse le porte in faccia! Languisco nell’indigenza, vi prego, chiedete per me al mio benefattore almeno la metà di quello che mi deve: a lui questa somma non lo impoverirà, ma per me sarà un grande sollievo, e salverebbe un pover’uomo che non sa più a chi rivolgersi, in un paese in cui ormai il suo ingegno non può produrre più niente”. 

E mio figlio Giuseppe-Maria, che soffriva della mia indigenza, scrisse al cittadino Champein una supplica: così concepita: “Ho venduto, or sono due giorni, una parte del mio letto per allontanare la fame.  Mio padre non puote, malgrado la sua buona volontà, scemare le mie sofferenze”.

Mi rivolsi a Napoleone, che tentò di aiutarmi, ma ormai il mio cuore si era indebolito, e mi restava  solo  l’ amore della mia famiglia e di mia moglie,  che cantò per me  nell’ultimo concerto che demmo  nella nostra  casa di Parigi, a maggio del 1799, quando, vittima dei rovesci della fortuna e preda del morbo, la mia mano stanca e tremante  accompagnò  al clavicembalo le mie interpreti ”familiari”, (cantava anche mia figlia,) pur di ottenere quell’aiuto economico  che mi veniva  negato.

Eppure scrissi ancora: “mi trovo sprovvisto d’ogni risorsa, carico d’una numerosissima famiglia ed in una posizione veramente spaventevole. Spero che il cittadino ministro darà i suoi ordini per farmi pagare. Spero d’essere presto esaudito, trovandomi letteralmente privo del necessario”. Finalmente Napoleone mi accordò una udienza e mi ricevette con onore, promettendomi una pensione, ma fu troppo tardi.  Come Mozart, povero e malato, morivo pochi mesi dopo, a settantun anni, il 16 gennaio del 1800, in casa di amici che mi ospitavano a Passy.  E come Mozart, non v’è più traccia della mia salma, forse deposta in una fossa comune, una volta che il cimitero di Passy è stato sfrattato dalla Fondazione Bartholdi.  Solo rimane una pietra dove è incisa questa iscrizione: “Qui giace Niccolò Piccinni, Napoletano, nato a Bari nel 1728, che seppe infiammare col suo genio i teatri di tutta Europa”

Non avrei mai immaginato che nell’anno  1881, 81 anni dopo la mia morte,   un gruppo di intellettuali e musicisti baresi  avrebbero creato un comitato perchè mi si dedicasse un monumento, che potesse essere eretto nella strada principale di Bari.  E per far sì che questo loro desiderio si avverasse fondarono un numero unico di una rivista, che chiamarono “Barinon”, da loro stessi redatta e pubblicata gratuitamente dall’editore Cannone,  che servì ad una raccolta fondi.

Ogni numero della rivista fu venduto al prezzo di una lira, e così l’operazione riuscì, e il 10 maggio 1885 fu inaugurato il monumento a me dedicato, che fu eretto nella Piazza che si trova nella più bella Strada di Bari, Corso Vittorio Emanuele.

La sera stessa di quel giorno si tenne un concerto celebrativo in mia memoria nel teatro a me intitolato.  

Stasera, 13 luglio 2025, i musicisti dell’EurOrchestra rievocheranno quello stesso concerto, seguendo le cronache dell’epoca, ed eseguendo le stesse musiche che furono eseguite per me in quella circostanza.

Io li ringrazio.

Come la mia Cecchina, anche io così vivrò per sempre, forse….