
di Tindara Bonfiglio a cura di Biancastella
Ancora una volta la nostra amica Tindara ci propone un testo che non lascerà indifferenti i nostri palati. Curiosando in una cucina della memoria di un antico Monastero ha scoperto ricette che sanno di altri tempi, di un mondo in cui il tempo si misurava con le campane e la felicità con una fetta di qualcosa di indescrivibilmente buono. Dimenticate le calorie per un momento e lasciatevi trasportare: stiamo per scoprire come la devozione possa essere davvero, incredibilmente… deliziosa.
Biancastella
Nei monasteri femminili le giornate trascorrevano lente, scandite dalle note dei canti gregoriani, dalle preghiere della liturgia quotidiana e dalla lettura dei testi religiosi. Le monache si dedicavano all’arte del cucito e del ricamo, al lavoro negli orti o nelle biblioteche, mentre nelle grandi cucine mani sapienti confezionavano dolcetti, che seducevano la vista e il palato, preparati secondo le ricette di un tempo passato.
Le monache, in particolare quelle di clausura, attraverso i dolci interagivano con il mondo esterno e, con la vendita ai notabili locali, ricavavano una fonte di sussistenza economica.
Le cucine divennero dei veri e propri laboratori e ogni monastero aveva la propria specialità. Le monache si impegnavano a produrre dolciumi con creatività e senso estetico. Tale attività occupava spesso le loro giornate al punto di trascurare preghiere, inni e salmi durante le ricorrenze religiose. Tale “distrazione” non era gradita alle autorità ecclesiastiche che intervennero per limitare la produzione dei dolci in particolare durante la Settimana Santa. Un esempio è quanto avvenne in Sicilia con il Sinodo di Mazara del Vallo del 1575 del quale fu vittima la famosa cassata prodotta dalle suore benedettine.
I dolci conventuali hanno assunto nel tempo significati simbolici in cui sacro e profano coesistono e con la loro particolarità contribuiscono ad arricchire il patrimonio storico, culturale e religioso di una comunità.
Le Minne di Sant’Agata
Nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, durante il gran ballo a palazzo Ponteleone, il principe di Salina avvicinatosi al buffet dei dolci si fece servire due “impudiche paste delle vergini” e “tenendole nel piatto sembrava una profana caricatura di Sant’Agata esibente i propri seni recisi”, si chiese quindi come mai il Santo Uffizio non avesse proibito quei dolci. “Le mammelle di sant’Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli! Mah!”
Le Minne di Sant’Agata, attribuite ai monasteri catanesi, sono tipiche della festa della Santa patrona della città che si svolge ogni 5 febbraio e richiamano il suo martirio. Quella di Agata è una storia di violenza contro le donne: dopo aver rifiutato le molestie del prefetto pagano Quinziano, fu imprigionata in un bordello, in seguito le furono tagliate le mammelle con una tenaglia per poi venire bruciata avvolta da un velo rosso sui carboni ardenti. Morì il 5 febbraio del 251 d.C. Secondo la leggenda i cittadini recuperarono quel che restava del velo e lo portarono in processione fermando così l’eruzione incombente dell’Etna.
I catanesi nel giorno di festa della Santa, e non solo, assaporano questo dolce pallido e voluttuoso, a forma di seno e con una ciliegina rossa in cima.
La Sfogliatella
Nell’antico Monastero della Croce di Lucca i cui resti si trovano a Napoli le suore carmelitane sfornarono intorno al 1600 la prima sfogliatella. La ricetta del nobile e squisito dolce inventato da una suora doveva restare segreta ma non fu così e della sua divulgazione fu accusata Aurelia, una giovane novizia, figlia minore del principe Cellammare. La giovane per questa accusa si ammalò e morì proclamando sempre la sua innocenza.
Nel Monastero di Santa Rosa, oggi albergo di lusso arroccato nella costiera amalfitana, le suore domenicane nel Settecento crearono la sfogliatella Santa Rosa. A differenza della prima ha qualche variante negli ingredienti ed è guarnita da un’amarena adagiata su una nuvoletta di crema.
Il monastero, dedicato a Santa Rosa da Lima, fu fatto erigere a partire dal 1680 dalla famiglia Pandolfi per la primogenita Vittoria che era destinata alla monacazione. Ella prese il nome di suor Maria Rosa di Gesù e divenne madre superiora del convento. Le consorelle crearono per lei un dolce sostanzioso che dedicarono a Santa Rosa da Lima morta, paradossalmente, per i digiuni e per le autoflagellazioni. Leggenda vuole che ogni 30 giugno, giorno della celebrazione della Santa, appaia il suo fantasma e che l’aria misteriosamente profumi di sfogliatella.
La forma della celebre sfogliatella ricorda un cappuccio monacale o una conchiglia, quasi ad evocare il convento o il mare.
RICETTE

Le Minne di Sant’Agata
Ingredienti per 8 persone
- 500 gr di farina
- 150 gr di zucchero
- 150 gr di zucchero a velo
- 150 gr di strutto o burro
- 1 uovo
- 400 gr di ricotta di pecora
- 50 gr di canditi
- 50 gr di gocce di cioccolato
- 1 scorza di limone grattugiata
Per la glassa
- 250 gr di zucchero a velo
- Succo di mezzo limone
- 2 albumi
- 8 ciliegie candite rosse
Preparazione
Setacciare la farina e miscelare con i 150 gr di zucchero, unire il burro ammorbidito. Iniziare a impastare con le mani e aggiungere l’uovo e la scorza di limone. Formare una palla, avvolgerla nella pellicola e metterla in frigo per 45’. Nel frattempo preparare il ripieno lavorando con le fruste la ricotta con lo zucchero a velo, aggiungere i canditi e le gocce di cioccolato. Lasciare riposare la crema in frigo. Accendere il forno a 180°, riprendere l’impasto dal frigo e stenderlo con un matterello in una sfoglia sottile da cui ricavare dei dischi per foderare delle formine a forma di cupola, dopo averle imburrate e infarinate. Riempire i dischi con la crema di ricotta, ritagliare dei cerchi di pasta per chiudere la base delle cupole. Disporre le cupole capovolte su una placca ricoperta da carta da forno e cuocere per 35’ fino a doratura. Per preparare la glassa scaldare un cucchiaio d’acqua e il succo di limone, unire con un colino lo zucchero a velo per non fare grumi, fare raffreddare e unire gli albumi montati a neve. Versare la glassa sulle cupolette fino a quando non saranno bianche e la glassa compatta. Decorare ogni dolce con una ciliegia rossa a simboleggiare il capezzolo femminile.
La sfogliatella

In questa ricetta si utilizza, a favore dei meno esperti, della pasta sfoglia già pronta. Naturalmente i più ardimentosi prepareranno la sfoglia da sé.
Ingredienti
- 2 rotoli di pasta sfoglia rettangolare
- 20 gr di strutto
- 200 gr di latte
- 100 gr di semolino
- 200 gr di ricotta di pecora
- 1 tuorlo d’uovo
- 125 gr di zucchero
- 1 cucchiaio di scorza d’arancia e 1 cucchiaino di cedro candito ( o gocce di cioccolato)
- Aroma millefiori
- Un pizzico di cannella
- Zucchero a velo
Preparazione
Con ogni pasta sfoglia ricavare tre rettangoli di uguali dimensioni. Spennellare con un po’ di strutto e sovrapporli. Schiacciare un po’ con il matterello e spennellare ancora con lo strutto. Arrotolare dal lato più corto e mettere in frigo. Mettere in una pentola il semolino e versare il latte a filo girando con una frusta, l’impasto dovrà essere denso, fare raffreddare. A parte mescolare la ricotta sgocciolata con lo zucchero, il pizzico di cannella, il composto di semolino e poche gocce di aroma. Aggiungere poi il tuorlo e infine i canditi. Lasciare riposare in frigo coperto da una pellicola.
Riprendere il rotolo di sfoglia e tagliare delle fette di 1 cm, ungersi le mani e con i pollici spingere verso l’esterno il punto centrale del disco, e mano a mano assottigliare il disco per realizzare la conchiglia triangolare vuota dentro. Riempire ogni conchiglia con la farcitura, deve essere molto gonfia, e chiudere bene i lembi. Adagiare su carta da forno e cuocere a forno statico ben caldo a 180° per circa 20’. Una volta sfornate le sfogliatelle lasciare intiepidire e spolverare di zucchero a velo.

