
Abbiamo creato una nuova categoria, dove troveranno posto i racconti autobiografici o di pura fantasia e tutti i pensieri in libertà che le nostre amiche vorranno condividere, per questo l’abbiamo intitolata: “Dovevo pur raccontarlo!” e come sottotitolo potremmo aggiungere: “Piccolo breviario delle cose che ci accadono o ci sono accadute”
Biancastella
Nella nebbia dei ricordi appendo in presidenza la mia voluminosa pelliccia di volpe, amica inseparabile, anch’essa infreddolita, ma meno di me, e dalla finestra, nella nebbia vera, mi sembra ancora di vedere il segretario che arriva sulla bicicletta in maniche di camicia con una temperatura di cinque gradi. INVIDIA!!!
In quella graziosa cittadina, l’aria era sempre immota, la temperatura costante e le mani senza guanti subivano l’effetto frigorifero. Dopo un po’ non le sentivi più. Rimpiangevo il mio maestrale purificatore dell’inquinamento che unitamente allo iodio, mi faceva sentire libera e leggera.
Dietro di me, dopo tanti anni, ho l’impressione di sentire la Gina che fa: “Presideee, oggi è una bella giornata, ne?”
Ed io:”Nooo…E ripeti, se vuoi, quello che ti ho insegnato.”
E lei ubbidiente:”Ce face friddeee!”
La pronuncia lasciava molto a desiderare…Era un’alunna scadente che continuava a volere che le dessi lezioni di vernacolo barese e come tutti i principianti nello studio delle “lingue” era incuriosita dalle parolacce.
Un giorno mi fa, titillandosi il lobo dell’orecchio: “Come chiamate voi quelli…VICCHIONI?”
Mi venne subito in mente il povero Agostino, un metro e ottanta di sculettamenti per le strade di Bari con i capelli ossigenati al vento, mentre riceveva dai balconi insulti e gavettoni. E lui si difendeva, gridando:”Disgrazziete, le carni me addorene”(Disgraziati, le mie carni profumano)
La Gina non era per nulla omofoba, anzi una persona gentile che non riuscì mai a pronunciare quella erre iniziale dell’insulto, più forte e cattiva di quella francese, perché violenta e volgare.
Così mi vendicavo della velocità delle parlate ostrogote che ero costretta a sentire senza capirci nulla.
Tutto ciò era in fondo il particolare più effimero e divertente di qualche giornata senza molto lavoro, insomma nulla di quello che mi cadde sulla testa in seguito e di quello che avevo iniziato a patire da quando, pur insegnando in una scuola a soli dieci minuti da casa mia, avevo deciso di intraprendere una vita spericolata, partecipando e superando il concorso per dirigente scolastico.
Quando mi nominarono al Nord, riuscii, stressata, con mille convincimenti a portarmi dietro marito e figlia che la prese molto molto male, perché veniva strappata dalla sua cameretta, dal disordine dei suoi giocattoli e dall’amore corrisposto di mia zia con la quale dal Nord si sentiva ogni giorno per telefono a las cinco della tarde, dopo essersi sforzata a suonare, un flauto artigianale, metodica didattica della sua insegnante filippina, poco simpatica verso alunni meridionali. Che fine abbia fatto quel flauto non ho voluto mai chiederglielo.
Ed ora cercate di immedesimarvi nel mio stato d’animo, quando certe volte sembrava che al suono del flauto il grigio abituale della città si facesse più intenso ed il cielo si frangesse in torrenti che esondavano per le strade, impedendoci di uscire. Allora io e lei eravamo sole, aspettando il capofamiglia ancora a Bari, al mare, in attesa di assegnazione al Nord.
Intanto, cercando di risolvere problemi scolastici a casa, le cene spesso bruciavano sul fuoco ed io mi sentivo una madre degenere.
Mia figlia cercava il sole e, quando trovava per strada un riquadro di luce tiepida, sostava sognante, interrompendo la passeggiata. Un giorno, durante una manifestazione leghista piuttosto animata e con bandiere svolazzanti, la povera figlia si nascose dietro un muro e rimase quasi in attesa di eventi spaventosi.
Di conseguenza, sfidando il freddo ed in seguito con l’aiuto della primavera, per distrarla, si fecero le gite di fine settimana: ai laghi, in Svizzera (Bre, Lugano), ma nulla appariva alla fanciulla più desiderabile della serata trascorsa con i cugini tra le bellezze di Capurso di notte(!).
Tra le varie disgrazie il suo preside era nientepopodimeno che un siciliano. Quando andai a trovarlo capii che molta comprensione sull’inserimento della bambina non c’era. Alle soglie della pensione aveva dimenticato il suo vissuto. Comunque mia figlia recuperò alla grande, al punto che un giorno mi spaventai. Mi sentii chiamare “Mama” con accento settentrionale.
E si continuò così con alti e bassi anche se l’idea di tornare a Bari non veniva abbandonata. In treno, durante una gita, da mia figlia vennero messe al corrente di un ipotetico ritorno al sud anche tre nobili zitelle torinesi, residuo dello stato sabaudo, che passarono in analisi tutta la famiglia, con ammirazione sentirono parlare la bambina ad alta voce e senza inflessioni dialettali e le dissero che sarebbe diventata una brava settentrionale. E lei: “Io sono terrona e voglio rimanere terrona.”
Con l’approssimarsi delle feste natalizie e pasquali la piccola spediva cartoline ai miei zii con lo schizzo dello stivale ed un trenino che arrivava a Bari, poi, crescendo, incominciò a renderci partecipi del sogno di una sua fuga verso Bari . Alla fine, per evitare guai peggiori, tra cui casi di tbc nel mio istituto, mi convinsi a chiedere il trasferimento. Così mia figlia terrona era e terrona, ostinata e felice, è rimasta.

