

“I balsami beati/ Per te le Grazie apprestino,/Per te i lini odorati/che a Citerea porgeano…” Avrete sicuramente riconosciuto i celebri versi dell’ode di Ugo Foscolo “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo” ma credo che pochi sappiano che la nobildonna cui l’ode è dedicata ebbe dimora a Varese Ligure in Val di Vara. Figlia del notaio Antonio Maria Ferrari e di Angela Maschio dell’alta borghesia di Varese Ligure, era nata a Genova nel 1772. Dopo aver completato gli studi nel collegio di Santa Chiara a Massa, Luigia, appena diciassettenne, fu sposata al Marchese Domenico Pallavicini, patrizio genovese quarantenne, vedovo ma dal nome illustre. La cerimonia si tenne nella cappella privata del Palazzo Ferrari il 25 ottobre 1789. A Genova la coppia risiedette nel sontuoso palazzo Brignole e nell’aprile del 1791 nacque la figlia Angela Maddalena. In questo periodo, le donne dell’alta borghesia e della nobiltà genovese, pur vivendo in un contesto di rigide convenzioni sociali e matrimoni spesso combinati per consolidare patrimoni e alleanze familiari, iniziavano a mostrare una certa autonomia. Sebbene la loro vita si svolgesse prevalentemente tra le mura domestiche e i salotti aristocratici – spazi cruciali per la socializzazione e l’orientamento culturale – alcune, come Luigia, riuscivano a ritagliarsi spazi di espressione individuale. L’educazione era focalizzata sulle buone maniere e la distinzione, ma personalità forti potevano emergere.



Così bella, giovane e dallo spirito esuberante, Luigia si annoiò presto della vita mondana del capoluogo e amando l’equitazione e la vita libera si ritirava spesso a Varese Ligure per trascorrervi lunghi periodi estivi immersa nella quiete dei luoghi e ricevendo la nobiltà Genovese. Foscolo era fra quelli che andavano spesso a trovarla. L’aria fine, i boschi adatti alle cavalcate solitarie la spingevano a fermarsi lunghi periodi nel suo amato paese. Tuttavia un giorno, non era ancora trentenne, ebbe una caduta da cavallo rovinosa. Accompagnata da un piccolo gruppo di cavalieri si avventurò verso la zona del Faro ma il cavallo che sembrava docile, arrivato alla vasta pianura in riva al mare cominciò a scalpitare tentando di disarcionare la sua amazzone e lanciandosi in una corsa sfrenata. Donna di carattere, Luigia prese subito la decisione di mollare la cintura che la assicurava alla sella per gettarsi a terra in uno spazio erboso; finì però con l’atterrare sul sentiero di ghiaia e ciottoli, sbattendo sullo spigolo di una pietra. La ferita fu grave: la guancia e il ciglio sinistro rimasero lacerati in modo cosi rovinoso da richiedere l’immediata ricucitura dei lembi per chiuderla. Trasportata a Genova tutta insanguinata occorse molto tempo perché si potesse ristabilire.
La menomazione fisica lasciatale dalla caduta non alterò il suo fascino, anzi, la cicatrice, spesso celata da un velo, le conferiva un’aura di mistero che accresceva il suo potere di attrazione, catturando l’ammirazione di molti. Divenne così una musa per molti poeti anche per le sue qualità intellettuali e spirituali. Foscolo conobbe Luigia durante una festa della Genova bene e continuò a frequentarla a Varese Ligure nel periodo estivo anche dopo l’incidente. La Marchesa era così bella che molti poeti la cantarono con dei versi come questi: “Candida colomba/ch’ha le piume scomposte et rabbuffate/ ah l’infelice d’alto ramo piomba/ e ne porta le tempie insanguinate.” Il 19 marzo 1805 morì il marito e Luigia si ritrovò vedova a 33 anni. Nello stesso anno Genova passava sotto l’impero Francese e lei ebbe la gioia di vedere suo padre Antonio nominato consigliere di prefettura a Chiavari. A questo periodo risale l’amore con il cancelliere del Console francese a Genova Enrico Stefano Prier. Si sposarono il 31 marzo 1818, stabilendosi inizialmente nel palazzo Brignole e poi a villa Rosazza.
I frequenti viaggi del marito a Parigi costrinsero Luigia a lunghi periodi di solitudine, accentuati del fatto che anche la figlia, sposata ad un ricco possidente, viveva tra Varese Ligure e Borgo Taro. Con la vecchiaia la Marchesa fece una vita sempre più appartata e solitaria, dedicandosi con fervore ad opere caritatevoli. Morì sola, vittima di una polmonite il 19 dicembre 1841. La sua tomba sotto la navata centrale del Santuario di San Francesco da Paola è oggi scomparsa.